L’economia sommersa evade 192 miliardi l’anno, quanto sei leggi di bilancio

Per l’Istat quella illegale ne vale altri 19. Totale: 211 miliardi. Un continente dove dilaga il lavoro nero, sommerso e precario. Le cause, e le soluzioni, all’evasione fiscale vanno cercate in questo mondo

Roberto Ciccarelli * • 16/10/2019 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 216 Viste

L’evasione fiscale è sempre un argomento discusso sul limitare delle scadenze della legge di bilancio. Quest’anno il governo, alla ricerca di coperture, si è detto certo di recuperare sette miliardi da un oceano stimato di oltre 100 miliardi sottratti al fisco. Corte dei Conti e ufficio parlamentare di bilancio hanno mostrato qualche scetticismo. I dati resi noti ieri dall’Istat permettono di comprendere che questo è solo uno degli effetti, certo cospicui, di un arcipelago ancora più grande chiamato «economia sommersa» e che le cause di una costante della nostra storia economica perlomeno da 40 anni sono profonde e ormai strutturali, al punto che è difficile affrontarle con sparate demagogiche come il «carcere agli evasori».
NEL 2017 l’economia sommersa ammontava a una cifra stimata di circa 192 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti 19 miliardi di attività illegali e criminali. Totale: 211 miliardi all’anno, il 12,1% del Pil. Rispetto alla rilevazione precedente, l’Istat ha registrato una diminuzione dell’economia cosiddetta «non osservata» rispetto al Pil: è al 12,1%, dal 12,2% nel 2016, in riduzione dal 2014, anno in cui si era raggiunto un picco del 13%. La diminuzione rispetto al 2016 è dovuta alla riduzione del sommerso economico (dal 11,2% al 11,1%), mentre l’incidenza dell’economia illegale è stabile (1,1%).

LA LOTTA contro l’evasione fiscale, quella dell’Iva è di 35 miliardi all’anno sostiene la Commissione Ue, andrebbe meglio compresa nel contesto in cui si inserisce: la pressione fiscale è un aspetto. Quello raramente interrogato è il lavoro precario, non solo giovanile, che sconfina nel sommerso e nel nero. La scomposizione e iper-segmentazione del mercato del lavoro ha ampliato la possibilità di passare, di continuo, dal nero al sommerso, restando disoccupati, inattivi, scoraggiati e occupati part-time. La crisi ha ampliato una struttura del mercato, non solo un atteggiamento individuale e potenzialmente criminale come di solito sono intese queste attività. Parte di questo universo è occupata dal lavoro nero o irregolare che produce anche evasione contributiva, non solo fiscale. Per l’Istat sarebbero 3 milioni 700 mila le «unità di lavoro» implicate in queste attività nel 2017, 25 mila in più rispetto al 2016. L’aumento della componente non regolare (+0,7% rispetto al 2016) ha segnato la ripresa di un fenomeno che nel 2016 si era invece attenuato (-0,7% rispetto al 2015). Il valore aggiunto generato dall’impiego di lavoro irregolare costituisce la seconda componente sul totale, attestandosi nel 2017 al 37,3% (-0,5 punti percentuali rispetto al 2016). Poi si parla di azioni come le mance, fitti in nero e integrazione domanda-offerta che si attestano al 7,6%, stabile rispetto al 2016.

IL LAVORO IRREGOLARE è più diffuso nel settore dei servizi (16,8%) e raggiunge livelli particolarmente elevati in quelli alle persone (47,7%), cioè il lavoro di cura, dove la domanda di prestazione lavorative non regolari da parte delle famiglie è rilevante. Seguono gli irregolari in agricoltura (18,4%) (l’economia del caporalato) nelle costruzioni (17%) e nel commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (15,8%). In termini assoluti, nel commercio e servizi alle persone sono impiegate il 61% del totale delle unità di lavoro non regolari.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

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