Libici sparano contro la nave Alan Kurdi che soccorre 109 naufraghi

Libici sparano contro la nave Alan Kurdi che soccorre 109 naufraghi

La nave umanitaria Alan Kurdi, dell’ong tedesca Sea Eye, ieri era a nord ovest di Zuwara. I suoi mezzi veloci di soccorso erano in acqua per un evento Sar: un gommone con 92 persone a bordo rischiava di affondare.

I volontari avevano appena finito di distribuire i giubbotti di salvataggio quando tre motoscafi con mitragliette a prua e bandiera libica a poppa li hanno circondati: «Hanno sparato colpi in aria e in acqua, i naufraghi si sono spaventati e, in preda al panico, una parte è finita in mare – ha spiegato il portavoce di Sea Eye, Gordon Isler -. Per il nostro equipaggio è stato uno choc totale, non c’era mai successo nulla di simile. I 92 migranti e i 17 membri dell’equipaggio si sono sentiti in pericolo di morte. Il team medico è preoccupato per una donna incinta».

SI SONO EVITATI ANNEGAMENTI solo grazie al fatto che tutti avevano già ricevuto il salvagente. I motoscafi si sono poi allontanati e così i naufraghi sono stati recuperati dai volontari, che li hanno portati a bordo dell’Alan Kurdi per poi fare rotta verso nord. C’è invece preoccupazione per i migranti a bordo di un barcone in legno: «I libici hanno lasciato l’area ma una seconda imbarcazione è stata rapita da loro» ha raccontato su twitter l’ong tedesca Sea Watch, che ha postato le immagini. Ai soccorsi e alle minacce ha assistito dall’alto dall’aereo di ricognizione Moonbird di Sea Watch e della svizzera Humanitarian pilot initiative.

MA CHI ERANO GLI EQUIPAGGI a bordo dei motoscafi? Non avevano i mezzi della Guardia costiera di Tripoli, sembravano piuttosto miliziani ma nel pomeriggio è arrivata una differente ipotesi: sarebbero state unità di sicurezza costiera libica di Zuwara subordinate al ministero dell’Interno.

E questo dà la misura di quanto sia impossibile continuare a sostenere accordi con un paese senza stato, dove non c’è certezza del rispetto del diritto, delle convenzioni internazionali o della vita umana né di chi siano davvero gli attori in campo. «Con che coraggio l’Italia rinnoverà gli accordi con la Libia? Che altro deve succedere per sospendere i nostri sporchi rapporti con questi criminali?» ha commentato ieri Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch. Il governo non chiarisce la propria linea così i politici procedono in ordine sparso.

«No al rinnovo degli accordi con la Libia e subito una commissione d’inchiesta per indagare su quanto accaduto. Non farlo significherebbe essere complici» ha ribadito ieri il dem Matteo Orfini. E Nicola Fratoianni, di Sinistra italiana: «C’è un sistema di interessi nelle milizie libiche sulla gestione dei lager per i migranti e la cattura successiva in mare degli stessi migranti. Questi personaggi inquietanti hanno avuto e hanno rapporti ufficiali con apparati del nostro stato. Vogliamo che sia fatta chiarezza da parte di questo governo. Gli accordi con la Libia non siano rinnovati dall’Italia». Emma Bonino di +Europa ha affidato ai social un lungo post: «I libici minacciano l’Alan Kurdi. Non sono bastati i rapporti dell’Onu, le denunce di organizzazioni sul campo e le testimonianze a fermare la collaborazione tra governo italiano e forze libiche. La decisione di fermare gli arrivi a tutti i costi ha portato l’Italia, e subito dopo l’Ue, a mettere da parte principi e norme di diritto, affidando a milizie spietate il controllo di una parte del Mediterraneo e procedendo, per loro tramite, ai respingimenti».

Per poi concludere: «C’è un’ambiguità pericolosa nei rapporti del governo italiano del 2017 con alcuni capi delle milizie libiche, tra cui il famigerato trafficante Bija su cui pendono sanzioni dell’Onu. È impensabile che gli accordi con la Libia vengano rinnovati». L’ex senatore 5S, ora al Misto, Gregorio De Falco non usa messi termini: «Secondo voi dovremmo ancora mantenere gli accordi con quei delinquenti?».

L’UNICO IMPERTURBABILE è l’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che prosegue nella sua propaganda contro le organizzazioni non governative: «C’è un’altra nave delle ong, la Alan Kurdi, con 109 persone a bordo, provate a immaginare dove proveranno ad attraccare. Se il ministero dell’Interno, invece di convocare poliziotti, militari e carabinieri, ne riceve gli esponenti, il punto di approdo sarà quello lì».

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto



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