L’ultimo smacco di Trump nel Rojava: «Proteggeremo il petrolio»

Piano della Casa bianca per lasciare alcuni soldati in territorio siriano. Lancio di sassi e pomodori contro i soldati americani in ritirata verso il Kurdistan iracheno

Chiara Cruciati * • 22/10/2019 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 142 Viste

Piovono tuberi sulle teste dei marines americani: giovani e anziani ieri si sono fatti trovare pronti lungo le strade di Qamishlo al passaggio del convoglio militare statunitense diretto verso il Kurdistan iracheno. Hanno tirato di tutto, pietre, patate, pomodori, contro quelli che ritengono, a ragione, i complici della Turchia nell’offensiva che sta massacrando il nord della Siria.

«DITE AI VOSTRI FIGLI che i figli dei curdi sono stati uccisi dalla Turchia e voi non avete fatto nulla per proteggerli», si leggeva su un cartello mentre dentro il Rojava sfilavano oltre cento veicoli blindati e carri armati made in Us. Non solo non li hanno protetti, ma li hanno svenduti in una giravolta di tradimenti e cambi di strategia che hanno gettato la regione in un nuovo caos.

La svendita non riguarda però il greggio: ieri il presidente Trump ha tenuto a precisare che «un piccolo numero di soldati» resterà al confine con Giordania e Israele e soprattutto «a protezione del petrolio»: «L’ho sempre detto, se entri dentro tieni il petrolio».

La conferma alle parole di Trump, mai da prendere sul serio (al Dipartimento della Difesa lo sanno), arriva da Mark Esper, capo del Pentagono: Washington sta lavorando a un piano per redistribuire alcuni dei 2mila soldati che fino al 9 ottobre (inizio dell’operazione turca «Operazione di pace») stazionavano nel Rojava, con l’obiettivo di mettere in sicurezza i pozzi di petrolio.

Niente è stato deciso ma qualcosa andrà fatto visto il desiderio del presidente che ha già individuato – parole sue – «una grande compagnia petrolifera americana» che se ne prenda cura. Fanno come fossero a casa loro, scordando tutti gli altri stivali sul terreno e ovviamente l’autodeterminazione, pure quella economica, dei siriani.

E mentre gli americani se ne vanno, arrivano i russi. Ieri fonti locali riportavano al Rojava Information Center (Rci) di una delegazione di Mosca a Qamishlo e di piani del governo di Damasco per dispiegare i propri uomini, nelle prossime ore, tra Derik e Qamishlo.

MOVIMENTI DI TRUPPE e diplomazia che anticipano di appena 24 ore la scadenza dell’ultimatum del presidente turco Erdogan alle Forze democratiche siriane (Sdf): via dalla zona cuscinetto – 32 km di profondità in territorio siriano per oltre 444 km di frontiera – entro questo pomeriggio.

A quell’ora Erdogan sarà a Sochi per incontrare il presidente russo Putin. «Prenderemo le misure necessarie dopo l’incontro», ha detto Erdogan ieri al Trt World Forum a Istanbul, con toni fumosi subito rischiarati dal suo ministro degli Esteri, Cavusoglu, che annunciava «la ripresa delle operazioni se non si ritirano».

Le Sdf a guida curda, si sono ritirate domenica da Sere Kaniye (Ras al-Ain), lasciando la città simbolo del massacro in mano ai jihadisti al soldo della Turchia: a bordo di pick up i combattenti che hanno difeso la comunità per 10 giorni se ne sono andati. Sono usciti anche decine di feriti e di morti, evacuati dalla Mezzaluna rossa curda: «15 feriti, sette morti. La Mezzaluna ha individuato almeno 83 civili uccisi», la conta del Rci di domenica.

Con le Sdf costrette al ritiro chi avanza sono le milizie islamiste, opposizioni a Damasco che la Turchia impiega con successo contro il Rojava dall’occupazione di Afrin, aprile 2018.

DA DIRBESIYE, a poca distanza da Sere Kaniye, riportano di nuove ondate di sfollati provocate dall’ammassamento di forze jihadiste alla frontiera. La paura per la fine dell’altalenante cessate il fuoco (secondo Redur Xelil, portavoce Sdf, la Turchia ha violato la tregua 37 volte: 10 raid aerei e 27 attacchi terrestri) e la vista dei miliziani pronti a lanciarsi sulla comunità si sono tradotte in un esodo verso Hasakeh e il Kurdistan iracheno, dove aumenta ora dopo ora il numero di rifugiati dalla Siria del nord.

Da giorni Erbil e Suleymaniya scendono in piazza in solidarietà con il Kurdistan siriano. E lo stesso fa il Kurdistan iraniano, il Rojhilat, con appelli a Teheran perché fermi l’invasione turca. Ieri il ministero degli Esteri ha ribadito la contrarietà alla presenza militare turca: «La questione va risolta con la diplomazia. L’integrità della Siria va rispettata». Di certo l’Iran, che nella tenuta del presidente siriano Assad ha investito denaro e uomini in quantità, non resterà a guardare. Oggi a Sochi sarà il convitato di pietra.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

photo ANF News

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