Migranti. Per gli accordi con la Libia solo ritocchi, ma 20 parlamentari dicono no

Di Maio annuncia «miglioramenti» sui lager, ma decide il governo. Il Pd pasticcia in aula

Daniela Preziosi * • 31/10/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 159 Viste

L’appello: l’Italia sospenda il supporto alla Guardia costiera e alla gestione dei centri di detenzione. Si apra un negoziato su un piano di evacuazione umanitaria

Il governo «sta lavorando per modificare in meglio il Memorandum d’intesa tra Libia e Italia», «in particolare nella parte riguardante le condizioni dei Centri di detenzione». Risponde così il ministro degli esteri Luigi Di Maio al question time della Camera. E così pensa di aver replicato a tutte le obiezioni che in queste ore crescono nella stessa maggioranza, fin dentro al suo partito, almeno nell’area di Roberto Fico (almeno a parole).

A PRESENTARE L’INTERROGAZIONE è il Pd. Inizia Laura Boldrini, fresca di passaggio al gruppo dei dem a nome del quale chiede «profonde modifiche all’accordo» perché «rapporti Onu e inchieste giornalistiche hanno documentato come i centri di detenzione si siano trasformati in luoghi di violenza e tortura. Questi rapporti ci dicono anche che componenti della guardia costiera libica sono collusi con i trafficanti di esseri umani». È molto, ma c’è molto di più, come ha spiegato da ultima Emma Bonino su Repubblica: i nostri interlocutori, dice, «non sono le quasi inesistenti ‘autorità libiche’ ma poteri e personaggi di provato rango criminale», una sorta di «trattativa Stato-mafia libica».

IL MINISTRO RISPONDE e annuncia l’ennesimo topolino partorito dal governo. Ma stavolta il topolino è un mostro. Ci saranno «modifiche». Verranno concordate nella «la Commissione congiunta italo-libica» convocata «per lavorare all’intesa e coinvolgere le organizzazioni internazionali». Di Maio vanta l’Italia «l’unico partner effettivo delle autorità libiche nella lotta al traffico di esseri umani: una riduzione dell’assistenza italiana potrebbe tradursi in una sospensione dell’attività della Guardia costiera libica». Sospensione auspicabile, visto il trattamento che riserva ai naufraghi in fuga dai lager. Invece il ministro elogia i (presunti) buoni effetti di quegli accordi, snocciola i numeri diminuiti degli sbarchi in Italia, in una chiara rivendicazione anche dei decreti Salvini, che infatti sono ancora in vigore, con buona pace degli annunci dell’alleato dem.

PER L’ALLEATO DEM replica Lia Quartapelle, sostenitrice di quegli accordi dall’inizio (durante il governo Gentiloni, ministro Minniti) teorica della necessità che l’Italia non si sottragga alla collaborazione con i carcerieri libici. La stessa linea del resto del segretario Zingaretti, che chiede modifiche «profonde» al memorandum ma, aggiunge, «io non ho mai creduto al disimpegno unilaterale, la soluzione non è scappare dagli scenari di crisi». Così in aula Quartapelle chiede di «voltare pagina rispetto a 14 mesi di indifferenza e propaganda» e elenca le richieste del Pd: «i corridoi umanitari, lo svuotamento dei campi, la presenza delle organizzazioni internazionali nei campi e la protezione dei diritti umani in quel Paese».

IL PD VORREBBE APPARIRE come la forza politica che incalza l’alleato ma rischia di diventarnela spalla. In molti, anche fra i dem, hanno chiesto una discussione parlamentare, ma né il ministro né le interroganti se ne ricordano. La decisione sul memorandum resterà del governo e dell’improbabile commissione congiunta con i rappresentanti di un paese in guerra civile. «È un’enorme ipocrisia», è il commento amaro di Riccardo Magi, «questo accordo serve a bloccare le persone e a farle riportare indietro da questi personaggi».

MENTRE VA IN AULA SI SVOLGE il dialogo sceneggiato fra alleati, le organizzazioni che si occupano dei migranti si appellano al presidente Conte per stracciare quegli accordi. Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea, punta il dito contro il “codice di condotta” per le Ong emesso dalla Guardia Costiera libica: «Siamo arrivati alla pazzia che le cosiddette autorità libiche emettano un codice di condotta per le Ong: loro che tutti i giorni catturano nel Mediterraneo e riportano agli stupri e alle bombe centinaia di persone impongono regole che mettono a gravissimo rischio anche la sicurezza dei nostri equipaggi, composti da donne e uomini della società civile italiana ed europea. Ma i libici si sentono in diritto di farlo proprio perché i crimini che commettono sono finanziati e sostenuti dall’Italia e dagli altri paesi dell’Unione».

CHIUSO IL QUESTION TIME il ministro crede di aver chiuso la questione. Non è così. Sono venti i parlamentari che firmano un appello per sospendere gli accordi con la Libia e favorire la chiusura dei lager e l’evacuazione dei detenuti. «L’Italia non può far finta di non sapere», scrivono. Sono deputati e senatori di Pd, Leu, Italia viva e gruppo misto (Palazzotto, Muroni, Fratoianni, Orfini, Magi, Migliore, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Pastorino, Fassina, Occhionero, Ungaro, Fusacchia, Gribaudo; De Petris, Faraone, De Falco, Verducci, La Forgia, La Mura, Nugnes) e tre eurodeputati Pd (Bartolo, Majorino, Smeriglio). Promettono di non fermarsi. A gennaio ci sarà un altro appuntamento con il rifinanziamento delle missioni italiane.

* Fonte: Daniela Preziosi, il manifesto

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