Rimpatri, il governo Conte 2 usa il decreto sicurezza del Conte 1

Il decreto. Prevista una lista di 13 Paesi sicuri verso i quali sarà più facile riportare gli irregolari. Ma la vera stretta è sui richiedenti asilo

Carlo Lania * • 5/10/2019 • Immigrati & Rifugiati • 205 Viste

Una lista di 13 Paesi sicuri verso i quali sarà più facile effettuare i rimpatri. Tempi ridotti per esaminare le richieste di asilo e la promessa di portare con la prossima legge di bilancio il Fondo per rimpatri, che oggi può disporre di alcuni milioni, a «oltre 50 milioni di euro». Insieme naturalmente all’impegno, garantito ormai da qualunque governo, di nuovi accordi bilaterali con i Paesi di origine dei migranti per convincerli a riprendere i propri cittadini entrati illegalmente in Italia. Perché per quanto riguarda i rimpatri, spiega il ministro degli Esteri Luigi Di Maio non risparmiando una frecciatina all’ex amico e alleato Matteo Salvini, «siamo ancora all’anno zero visto che nei 14 mesi precedenti non è stato fatto nulla».

È quanto il governo giallorosso promette con il decreto rimpatri illustrato ieri alla Farnesina da Di Maio insieme al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ma sottoscritto anche dalla responsabile dell’Interno Luciana Lamorgese. Presentato come la soluzione a lungo annunciata dal capo politico dei 5 Stelle per aumentare in maniera significativa i rimpatri forzati, il provvedimento in realtà va a toccare i diritti di quanti fanno richiesta di protezione internazionale. Con ben poche garanzie circa un effettivo incremento dei rimpatri. «Non urla ma fatti», spiega comunque il titolare della Farnesina, chiaramente intenzionato a occupare lo spazio lasciato libero dal leghista nella speranza di un ritorno elettorale. «Accelerare i rimpatri sarà una grande svolta che si va coniugare con l’altra grande svolta che abbiamo avuto a Malta» gli fa subito eco il premier Giuseppe Conte, al quale si accoda anche Nicola Zingaretti: «L’idea mi sembra buona, ora vediamo» è il commento del del segretario del Pd.
IL PERNO intorno al quale ruota il decreto di appena quattro articoli è la lista dei Paesi sicuri, già adottata in Europa da alcuni Stati ma una novità per l’Italia. I tecnici che hanno lavorato alla sua compilazione ne hanno individuati 13: Albania, Algeria, Bosnia-Erzegovina, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Marocco, Montenegro, Senegal, Serbia, Tunisia e Ucraina. «Sui circa 7.000 arrivi di quest’anno, oltre un terzo viene da uno di questi Paesi», spiega Di Maio. In realtà basta scorrere le nazionalità dei 7.872 migranti arrivati dal primo gennaio al 30 settembre, per accorgersi che sono presenti solo cinque dei Paesi che figurano nell’elenco: Tunisia, Algeria, Marocco, Senegal e Ghana, per un totale di 3.223 persone. Neanche uno dai restanti otto Paesi. Sembra francamente difficile poi considerare del tutto sicuro il Kosovo o la Bosnia (dalla quale provengono però molti cittadini di etnia rom). Non è chiaro se il governo intenda considerare gli stessi Paesi anche come porti sicuri per eventuali futuri sbarchi. Unica nota positiva: dalla lista mancano Libia ed Egitto, evidentemente ritenuti poco sicuri anche da Di Maio.
DISPORRE di questo elenco significa però poter tagliare in modo netto i tempi di esame delle richieste di asilo. E infatti Di Maio e Bonafede si dicono convinti di riuscire a passare dagli attuali due anni ad appena quattro settimane senza ulteriori spese per le casse delle Stato. «Non ci sono oneri di spesa per la semplice ragione che questi tipo di decreto inverte l’onere della prova», prosegue Di Maio.
La soluzione del problema è però contenuta nel primo decreto sicurezza firmato Matteo Salvini, che il governo M5S, Pd, Leu e poi Italia Viva aveva assicurato di voler cambiare insieme al sicurezza bis seguendo le indicazioni del presidente Mattarella, ma che intanto utilizza. E’ in quel provvedimento infatti che è prevista la possibilità di stilare una lista di Paesi sicuri sulla base delle informazioni fornite da organismi europei e internazionali, nonché di introdurre l’inversione dell’onere della prova. Vale a dire che spetta al richiedente asilo – e solo a lui – dimostrare l’esistenza di gravi motivi per cui la sua vita sarebbe messa in pericolo da un ritorno nel Paese di origine, e questo in contrasto con il principio generale che prevede una ripartizione dell’onere tra lo Stato e chi presenta la domanda. La richiesta di protezione internazionale verrà inoltre trattata in via prioritaria. Per il ministro Bonafede si tratta di «un atto importante». «Solo nel caso in cui il richiedente alleghi gravi motivi specifici – aggiunge – potrà essere consentita un’istruttoria ordinaria, con tempi più lunghi. In altre parole, si presume che quel cittadino non abbia diritto, salvo che non dimostri il contrario».
INFINE gli accordi con i Paesi di origine. Al momento l’Italia li ha sottoscritti con soli quattro paesi: Tunisia, Egitto, Nigeria e Marocco (quest’ultimo ancora da ratificare). Di Maio promette missioni all’estero per convincere altri governi dei Paesi di origine a collaborare, ma è difficile che – nonostante la promessa di aiuti economici – nuove intese possano essere sottoscritte in tempi brevi. E senza accordi è impensabile sperare di poter rimpatriare i migranti irregolari.

* Fonte: Carlo Lania, il manifesto

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