Scoop di Avvenire: all’ex Cara di Mineo un trafficante libico in visita ufficiale

Migranti. Le foto pubblicate dal quotidiano Avvenire risalgono all’11 maggio

Giansandro Merli * • 5/10/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Immigrati & Rifugiati • 189 Viste

Un noto trafficante di esseri umani in visita ufficiale in quello che era il più grande centro d’accoglienza italiano: il Cara di Mineo. Con tanto di lasciapassare per l’ingresso nel paese e l’accompagnamento delle autorità italiane. È lo scoop pubblicato ieri dal quotidiano Avvenire e firmato dal giornalista Nello Scavo. La prova dell’incontro avvenuto l’11 maggio 2017 è nelle foto che ritraggono Abd al-Rahman al-Milad, noto come Bija, seduto intorno a un tavolo in una sala riunioni dell’ex centro siciliano. Era lì, nonostante il suo nome non compaia nei registri di accesso alla struttura.

GIÀ PRIMA DELLA SUA VISITA in Italia, l’uomo era finito al centro di inchieste giornalistiche che ne avevano denunciato i molteplici affari, dalla sorveglianza di siti di estrazione di petrolio al traffico di esseri umani, e le efferatezze nei confronti dei migranti recuperati al largo delle coste libiche. In un’intervista esclusiva realizzata da Amedeo Ricucci e andata in onda su Rai1 il 3 ottobre 2017 Bija si presenta come il capo della cosiddetta guardia costiera libica della città di Zawiya (49 km a est di Tripoli). Nei video che mostra al giornalista lo si vede frustare delle persone obbligate a trasbordare da un gommone con cui cercavano di scappare dal paese nordafricano, mentre i suoi uomini non risparmiano schiaffi e pugni.

COMPORTAMENTI confermati da un duro rapporto delle Nazioni unite pubblicato poco dopo l’episodio di Mineo. Nel regolamento di esecuzione 2018/870 del Consiglio dell’Unione Europea concernente le misure restrittive in considerazione della situazione in Libia (14 giugno 2018) si legge: «Abd al Rahman al-Milad è a capo dell’unità regionale della guardia costiera di Zawiya, che è sistematicamente connessa a violenze nei confronti dei migranti e di altri trafficanti di esseri umani. Il gruppo di esperti dell’Onu sostiene che Milad e altri membri della guardia costiera siano direttamente coinvolti nell’affondamento di imbarcazioni di migranti per mezzo di armi da fuoco». Alle rivelazioni di Avvenire ha risposto nel tardo pomeriggio di ieri la portavoce del Servizio europeo di azione esterna, Maja Kocijancic: «L’operazione Sophia ha richiesto ai guardia coste libici di affrontare il caso di Abd al Rahman al-Milad che è incluso nella lista di persone designate per misure restrittive. Ci risulta che è stato sospeso dal servizio».

SE LE INFORMAZIONI sulle collusioni tra trafficanti e guardia costiera libica sono sempre più chiare, rimangono ancora oscure quelle che riguardano gli accordi tra le autorità italiane ed europee e quelle di Tripoli. È la denuncia che il parlamentare Erasmo Palazzotto (LeU), che partecipa alla missione Mediterranea Saving Humans, ha portato in aula attraverso un’interrogazione parlamentare basata sull’inchiesta pubblicata del giornalista Andrea Palladino e pubblicata sull’ultimo numero dell’Espresso. «Abbiamo appreso – ha affermato l’onorevole – che la documentazione relativa al progetto finanziato dall’Unione europea per l’istituzione della zona Sar libica sarebbe secretata e che l’Italia avrebbe messo sotto segreto il rapporto sulla reale capacità dei libici di effettuare salvataggi nel Mediterraneo. La stessa Commissione europea a una richiesta di accesso agli atti avrebbe risposto con un dossier in buona parte coperto da omissis. E nonostante i tanti omissis sembra emergere che non sarebbe mai esistito un vero centro di coordinamento dei soccorsi libico».

DA GENNAIO AD AGOSTO di quest’anno la «guardia costiera» del paese nordafricano ha intercettato circa seimila persone in fuga verso l’Europa, riportandole nei centri di detenzione famosi per le torture e le violenze di ogni tipo. Chi abbia effettivamente coordinato le operazioni resta un mistero. In passato fu sollevato il sospetto che il centro di coordinamento si trovasse a bordo della nave militare italiana Capri. L’ipotesi fu smentita dal governo. Se fosse provata potrebbe causare l’incriminazione delle autorità italiane davanti a tribunali internazionali.

IN OGNI CASO cambiano i governi e i ministri dell’Interno, ma la collaborazione con i libici resta un pilastro delle politiche di contrasto dei flussi migratori a cui né l’Italia, né l’Unione europea sono disposti a rinunciare. Nonostante le violazioni dei diritti fondamentali che avvengono al di là del Mediterraneo siano note a tutti. «Gli accordi con la Libia li teniamo in piedi – ha dichiarato il 23 settembre la neoministra Luciana Lamorgese, a margine del vertice di Malta – La guardia costiera libica sta facendo un buon lavoro e le daremo supporto per mettere in sicurezza i porti di approdo».

* Fonte: Giansandro Merli, il manifesto

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