America Latina. Il golpe in Bolivia, nuova puntata del Plan Condor

Da Zelaya a Morales. Gli Stati uniti non vogliono perdere il controllo continentale e, come negli anni Settanta, favoriscono colpi di Stato imponendo la dottrina della sicurezza nazionale

Adolfo Pérez Esquivel * • 21/11/2019 • Internazionale • 191 Viste

Il continente latinomericano torna a essere vittima di colpi di Stato militari, giudiziari, parlamentari; le vittime sono sempre i popoli che patiscono morti, feriti, arresti, violenza sociale e strutturale.

I governi neoliberisti portano nei nostri paesi fame e povertà, distruzione della capacità produttiva, dollarizzazione dell’economia assoggettata alla speculazione finanziaria con processi inflazionistici inimmaginabili, come quello patito dall’Argentina.

La ribellione dei popoli arriva quando le condizioni di vita diventano insostenibili e si afferma la disperazione. Dietro tutti i meccanismi di dominazione c’è la mano degli Stati uniti che non vogliono perdere il controllo continentale e che, come negli anni Settanta, favoriscono colpi di Stato imponendo la dottrina della sicurezza nazionale e attuando il Piano Condor II.

È avvenuto contro il presidente Manuel Zelaya in Honduras, un’esperienza pilota con il golpe civico-militare e il rafforzamento della base militare Usa a Pulmarola.

Hanno fatto seguito il golpe civico-parlamentare in Paraguay contro il presidente Fernando Lugo, e il golpe parlamentare contro la presidente del Brasile Dilma Rousseff, per impedire che Lula si candidasse alle elezioni presidenziali. Il continente è preso di mira da colpi di Stato parlamentari o militari, ma l’obiettivo è lo stesso: bloccare l’avanzata della sovranità dei popoli. Gli Stati uniti hanno avviato la guerra giudiziaria, la Lawfare, con la complicità dei media egemoni che condannano prima di verificare i fatti creando il pensiero unico e la monocoltura delle menti.

In Bolivia, il presidente Evo Morales era riuscito a superare diversi tentativi di golpe, come il massacro di Pando e la sollevazione della regione della Mezzaluna. Oggi il paese torna a essere protagonista di un colpo di Stato, civico-militare, con l’intervento degli Stati uniti e quel che ne è seguito: morti, arresti, persecuzione dei popoli originari e di tutto il popolo boliviano. Gli Usa hanno imposto un governo di fatto con Jeanine Añez, apprendista dittatrice manovrata dalle forze armate.

La politica degli Stati uniti si propone di impedire che esistano paesi indipendenti, ostacolare l’integrazione regionale, piegare il continente agli interessi del Fondo monetario internazionale e della politica neoliberista; nel caso dell’Argentina, l’obiettivo è isolare il prossimo governo, presieduto da Alberto Fernández e Cristina Kirchner.

La ribellione dei popoli nel continente si va estendendo. In Cile, il governo di Sebastián Piñera torna a mandare l’esercito a reprimere i manifestanti, con morti, persone accecate, tanti casi di detenzione e torture perfino contro minorenni. In Ecuador, la repressione ha colpito chi si è rivoltato contro la politica neoliberista di Lenin Moreno. C’è poi la pesante situazione nella quale si trovano i popoli di Haiti e del Venezuela.

È necessario che le organizzazioni sociali, culturali, politiche si uniscano nella richiesta di dimissioni del segretario generale dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) Luis Almagro, per le sue colpe nella crisi in Bolivia, legate all’irresponsabilità nella verifica dei voti alle ultime elezioni, e alla sua dipendenza dalla politica Usa, intervenuti per ostacolare la vittoria di Evo Morales. Almagro è un pericolo per le democrazie, in America latina.

Attualmente in Bolivia non esistono interlocutori validi, sul fronte dei golpisti responsabili della violenza scatenata contro la popolazione. È urgente che l’Onu mandi una commissione di inchiesta che possa gettare le basi per raggiungere la pace e fermare la violenza omicida. Occorre esigere il ritiro immediato delle forze armate dalle strade e dalle campagne della Bolivia. Basta con la repressione e i morti. Per ricordare l’esortazione di monsignor Oscar Romero, «nessun soldato è obbligato a obbedire a ordini ingiusti contro il proprio popolo».

È necessario che il popolo boliviano si autoconvochi in una Assemblea costituente e chieda elezioni senza rinvii. Siano avviate inchieste sulle morti provocate dall’esercito e dalle forze di sicurezza. Cessino le discriminazioni, le persecuzioni, il razzismo. E sia rispettata la pluralità del popolo boliviano.

* Premio Nobel per la pace, Fundación Servicio Paz y Justicia- Argentina

(traduzione di Marinella Correggia)

* Fonte: Adolfo Pérez Esquivel, il manifesto

 

photo by Parque de la Memoria – Monumento a las Víctimas del Terrorismo de Estado [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

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