Cuba barcolla ma resiste sotto le sanzioni USA

Da lunedì 28 ottobre sono stati aperti sette centri commerciali all’Avana e uno a Santiago de Cuba dove vengono venduti in dollari elettrodomestici e moto, pagati però solo con una carta di debito emessa dalle banche di Stato

Roberto Livi * • 3/11/2019 • Internazionale • 159 Viste

Solo quest’anno il capo della Casa bianca ha varato una cinquantina di nuove misure per strangolare l’economia dell’isola e abbattere il governo socialista. Di recente all’embargo deciso unilateralmente dagli Usa quasi 60 anni fa si è aggiunto un blocco navale.

Un blocco per impedire il rifornimento di petrolio venezuelano, la drastica riduzione delle rimesse che i cubano-americani possono inviare alle loro famiglie, la cancellazione delle crociere dalla Florida e dei voli commerciali delle compagnie aeree statunitensi- alle quali è permesso atterrare solo all’Avana – e sanzioni a chi vende all’isola materiali che contengano più del 10% di tecnologia Usa (specie nelle telecomunicazioni e nella sanità).

Turismo, rimesse e missioni sanitarie sono le principali voci del bilancio dell’isola.

A queste misure di strangolamento – e per giustificare le medesime- l’Amministrazione Trump aggiunge l’accusa ai «castrocomunisti» – e ai «chavisti bolivariani» – di essere una sorta di burattinai delle proteste e rivolte popolari che nell’ultimo mese stanno scuotendo il subcontinente latinoamericano.

Per contrastare questa supposta ingerenza politica destabilizzante, la Casa bianca ha chiamato a raccolta i governi latinoamericani di destra, ma anche dell’Ue, affinché si aggiungano alla campagna di sanzioni e alla – questa sì- politica di governement changing contro l’Avana e Caracas.

I due più entusiasti «amici» vassalli, il presidente brasiliano Jair Bolsonaro e il suo collega colombiano Ivãn Duque hanno prontamente risposto all’appello.
In questa situazione il governo cubano si trova a dover fronteggiare una drammatica scarsezza di valuta estera, necessaria per mantenere la sua politica di redistribuzione socialista – solo l’acquisto di generi alimentari richiede quasi due miliardi di dollari all’anno – e di sviluppo.

La flessione del turismo (secondo dati ufficiosi), delle rimesse e il mancato decollo di importanti investimenti esteri hanno generato una situazione di scarsezza di petrolio e di generi di prima necessità che ha provocato un generalizzato malcontento della popolazione Il presidente Díaz-Canel in un intervento in televisione ha sostenuto che si tratta di una crisi congiunturale.

Anche se visto l’anno di campagna presidenziale negli Usa – e peggio ancora se Trump venisse rieletto – si tratta di una congiuntura di tempi non brevi.
Alcuni economisti e intellettuali – anche non della debole opposizione- hanno invece ipotizzato che si tratti di una crisi strutturale, generata da un modello socialista che, nonostante le riforme varate dall’ex presidente Raúl Castro, molte delle quali però sono ancora non attuate, è incapace di generare lo sviluppo delle forze produttive necessarie a sostenere il welfare socialista. Cuba, dicevamo, resiste.

La linea scelta dal presidente (e dal Pc) è di operare su due assi. Da una parte rinsaldare e incrementare i rapporti economici con ( e gli investimenti dagli) alleati tradizionali, soprattutto Russia e Cina, ma anche dei Paesi non allineati. Díaz-Canel ha appena concluso una «proficua» missione al vertice dei «Non allineati» in Azerbaijan e a Mosca.

Dall’altra di riuscire raccogliere gran parte della valuta esportata dai cubani. Da alcuni anni, infatti, grazie a una delle riforme di Raúl Castro, è consentito ai cittadini di importare per uso personale una serie di generi (elettrodomestici, tecnologia, moto elettriche, vestiario) pagando la dogana in pesos cubani – un dollaro o un peso cubano convertibile(Cuc) valgono 25 pesos per dollaro.

La quasi totalità di questa importazione attuata da cubani che possiedono valuta estera si è poi riversata in una sorta di mercato parallelo facendo una concorrenza spietata allo Stato che vende gli stessi prodotti con una «tassa» di più del 200%, proprio per sovvenzionare i programmi sociali della rivoluzione.

Così da lunedì 28 ottobre sono stati aperti sette centri commerciali all’Avana e uno a Santiago de Cuba dove vengono venduti in dollari elettrodomestici e moto, pagati però solo con una carta di debito emessa dalle banche di Stato. L’affluenza è stata, e continua a essere, massiccia.

La misura adottata dal governo ha avuto un buon grado di accettazione visto che i cubani, almeno quelli che ne hanno la possibilità, possono acquistare generi assai richiesti – come split per aria condizionata- a prezzi assai inferiori anche rispetto al mercato parallelo.

La preoccupazione di vari commentatori è che però si sia all’inizio di una dollarizzazione dell’economia cubana. Con un effetto inflattivo. E con il pericolo che «la moneta buona (il dollaro) cacci quelle due già circolanti» – il peso – detto moneda nacional – e il peso convertibile Cuc.  Infatti al mercato nero in pochi giorni il dollari è salito dalla parità col Cuc a quota 1,30.

* Fonte: Roberto Livi, il manifesto

 

photo by Abderrahman Ait Ali [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)]

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