Ilva a denti stretti, il racconto per immagini dell’inferno quotidiano

Ilva a denti stretti è un documentario realizzato da Stefano Bianchi: andato in onda su Rai2 la scorsa settimana, è visibile su Raiplay/Raireplay

Girolamo De Michele * • 15/11/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Lavoro, economia & finanza • 226 Viste

Ilva a denti stretti è un documentario realizzato da Stefano Bianchi: andato in onda su Rai2 la scorsa settimana, è visibile su Raiplay/Raireplay. Dura un’ora, ma bastano i primi 4 minuti per capire che siamo di fronte a qualcosa che farà male.

Qualcosa che colpirà sotto la cintura del linguaggio accomodato e concordato dell’informazione mainstream. L’infernale visione della Fabbrica di notte, con i camini che scaricano morte dai camini, sottolineata dalle musiche delle processioni della settimana santa: perché Taranto è prigioniera in un eterno venerdì santo, nel quale, come la Madonna in cerca del figlio, cerca invano una speranza vagando di strada in strada. Dalla processione a Floriano Dandolo, il padre di Chiara, una bambina di 5 anni che lotta contro una leucemia linfoblastica di tipo T. Dalla tragedia di Chiara a quella delle mamme di Taranto in corteo, aperto dalle foto dei figli morti, ciascuna accompagnata dalla scritta «Io dovevo vivere», e seguito dalle croci bianche. E di seguito, scorie e rifiuti, sbuffi di fumo che fuoriescono dai fanghi di produzione accanto ai campi di grano. Il chimico già responsabile di laboratorio all’Ilva che spiega come il controllo e monitoraggio farlocco continui pari pari con Arcelor-Mittal, e racconta del benzoapirene presente nelle falde acquifere bel oltre il limite consentito. Il maquillage della copertura dei parchi minerari fatto senza bonificare il terreno, e anzi scavando per porre le fondamenta delle coperture, senza che si sappia dove sono finiti i materiali di scavo inquinati. Il camino E 312 privo degli elettrofiltri. Le coltivazioni di cozze nel primo seno del Mar Piccolo che non dovrebbero più esserci e invece sono ancora lì. La voce di don Diana: per amore del mio popolo non tacerò.

E al minuto 43, Carla Lucarelli, che ha perso Giorgio, assassinato a 15 anni da un sarcoma ai tessuti molli causato dalla diossina: una delle due mamme che aveva fatto dono alla ministra Bellanova del quadro, raffigurante un teschio, composto con le polveri dell’Ilva. Quel quadro che finì gettato in un’aiuola. Oggi la ministra accampa una “baraonda emotiva” «perché di baraonda bisogna parlare quando da madre a madre sei costretta a discutere sulla morte di un figlio»; ma le immagini dicono altro: mostrano una ministra che non si alza neanche dalla sedia, e nei 48 secondi che dedica alle due madri trova solo il tempo di rivendicare i propri provvedimenti e dire a una di loro, che aveva affermato (citando il docufilm Mittal: il volto nascosto dell’impero) che «Mittal entra nei governi, corrompe, e poi chiude, lasciando una devastazione ambientale pazzesca» che «non ha il diritto di pensare è che Mittal corrompe una persona come me». Eppure basta il dizionario dei sinonimi per smentire la ministra: in lingua italiana, «corruzione» esprime il vizio, il deterioramento, la fermentazione maligna che stempera e scioglie; «corrompere» significa condurre a tali errori o vizi, che il suo stato d’animo appare malsano come cosa putrefatta, e desti nell’anime quel senso che desta l’aspetto, il contatto, l’alito di cosa putrida; chi corrompe, ispira l’amore o la tolleranza del male, infettando la persona di mali sentimenti, di male opinioni, in qualunque sia il modo. Basta sfogliare il Tommaseo, per sapere che la ministra Bellanova, come i suoi predecessori, è persona corrotta, senza bisogno di ipotizzare transazioni di denaro.

O guardare questo Ilva a denti stretti, per sapere che l’inferno – perché, con buona pace dei negazionisti dell’informazione che invocano «un linguaggio meno spettacolare e più veritiero», di inferno e non di impianti bisogna parlare e scrivere –, come scriveva Calvino, «è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme».
Da qui due strade, due lati della barricata: «Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». È un compito rischioso, che esige attenzione e apprendimento continui. L’altra «riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più». Stefano Bianchi, tutto questo lo sa.

* Fonte: Girolamo De Michele, il manifesto

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