La segretaria della Fiom: «Basta alle multinazionali che prendono e se ne vanno»

Intervista a Francesca Re David: «Bene il premier a Taranto, ma ora ci convochi assieme all’azienda. Solo la lotta degli operai Whirlpool ha dato risultati. Paghiamo venti anni di mancata politica industriale. Serve intervento pubblico temporaneo o strutturale come in Francia»

Massimo Franchi * • 10/11/2019 • Copertina • 335 Viste

Francesca Re David, segretaria generale della Fiom, un presidente del consiglio ad una assemblea di fabbrica è un inedito assoluto: come valuta la visita di Giuseppe Conte a Taranto?
È stato un atto importante, un gesto significativo. Taranto è una città difficile, vive almeno dal 2012 in una situazione drammatica in cui il rapporto industria-ambiente è messo in discussione. Il processo «Ambiente svenduto» ne è l’emblema: noi come Fiom siamo parte civile per i tanti casi da noi denunciati di mancato rispetto delle prescrizioni ambientali nell’acciaieria. Davanti ad una città dilaniata noi cerchiamo di mantenere un rapporto con molte associazioni ambientaliste per dimostrare che è possibile produrre acciaio senza avvelenare il territorio.

Molti fra lavoratori e cittadini però hanno chiesto a Conte di non reintrodurre lo scudo penale mentre voi sindacati confederali continuate a chiedere al governo di «togliere alibi» a Mittal.
È difficile pesare le opinioni, soprattutto a Taranto. Ricordo che l’accordo che abbiamo sottoscritto con Mittal è stato votato dal 90 per cento dei lavoratori e che anni fa al referendum fatto per chiudere la fabbrica andarono a votare in pochi. Lo dico non per istigare al voto e con rispetto dei lavoratori che hanno chiesto a Conte di non reintrodurre lo scudo ma è giusto ripercorrere la storia del provvedimento. Il cosiddetto «scudo penale» fu introdotto nel 2015 per i commissari di Ilva per permettere loro di portare avanti le bonifiche senza rispondere delle malefatte dei Riva. Nessuno ha sollevato il problema finché, dopo la firma dell’accordo con Mittal, governo e azienda decidono di riscriverlo.

Poi però è iniziato il balletto del “tolgo e lo rimetto” con Di Maio nel governo Conte 1 e dell’emendamento M5s votato da tutta la maggioranza che lo ritoglie nel Conte 2…
L’evidenza che è stata data al tema è dovuta alla giusta esasperazione dei tarantini, ma lo «scudo penale» non significa che l’azienda è al di sopra della legge; significa che se tu entri in una casa sporca non ti posso dare la colpa dello sporco, ti do un tempo per pulire e, via via che procede il piano, se non lo rispetti allora poi ne rispondi. Senza entrare nella disputa giuridica, oggi anche il semplice ingegnere che firma una semplice prescrizione è a rischio di essere chiamato a rispondere penalmente per problemi non creati da lui, ma dai Riva. La posizione della Fiom è semplice: togliendo il cosiddetto «scudo penale» si è offerto un alibi gigantesco ad un’azienda, Mittal, che non sta rispettando né il piano industriale né il piano occupazione, tanto che c’è la cassa integrazione e il piano ambientale è da verificare in tutte le sue parti.

Ora siamo davanti alla fuga di Mittal essenzialmente per ragioni di calo degli utili a livello europeo. Lei vede ancora speranze di farle cambiare idea?
Io so che accordi e contratti vanno rispettati. Pretendo che Mittal – che ha sottoscritto quegli accordi – sia chiamata dal governo a spiegare i propri comportamenti. Mittal non l’abbiamo scelta noi, Mittal ce l’hanno portata il ministro Calenda e i commissari straordinari perché ha vinto una gara pubblica di evidenza internazionale. E noi abbiamo passato un anno a trattare con Mittal per firmare un accordo che non prevedesse neanche un licenziamento e non siamo disponibili a mettere questo in discussione: vorrei capire perché gli accordi in questo paese li devono rispettare solo i lavoratori. E mai le multinazionali.

È chiaro però che il governo stia necessariamente lavorando ad un piano B senza Mittal. Lei realisticamente quale soluzione vede per il futuro di Taranto e dell’ex Ilva?
L’unico piano ora è il rispetto degli accordi. Io non so qual è il piano B del governo. So che per gli asset strategici di un paese – come è l’acciaio da noi – serve una capitalizzazione pubblica, che è cosa diversa dalla nazionalizzazione. Abbiamo visto in questi mesi nella vicenda Fca con Renault prima e con Psa dopo come in Francia il settore dell’automotive con la presenza pubblica impone vincoli e determina ricadute. In Italia gran parte delle aziende più forti e più remunerative come Eni, Enel e Poste sono a capitalizzazione pubblica. Non è più possibile che invece le multinazionali vengano in Italia a prendere soldi pubblici e poi se ne vadano lasciando i lavoratori per strada.

Una possibile soluzione rilanciata da molti in questi giorni è quella del famoso Piano Bondi del 2014: una parte degli altoforni che funziona con acciaio pre-ridotto e di ricorrere al gas come prospettiva futura per sostituire il carbone coke e abbattere così le emissioni e inquinare meno. Poi però Bondi fu cacciato da Renzi che come commissario chiamò Gnudi per vendere Ilva al miglior offerente.
A quel tempo avevo altri incarichi, ma vedo un’analogia con la proposta della cordata Jindal e Cassa depositi e prestiti. E, nonostante all’avvio fissassero la quota occupazionale più bassa di quella di Mittal, sarebbe salita assieme alla produzione. Potevamo avere opinioni diverse su quale fosse la proposta migliore, ma l’azienda non la sceglie il sindacato. Ripeto, la scelta l’ha fatta il governo forse dando troppa importanza alla parte finanziaria e privilegiando il maggiore produttore di acciaio al mondo.

Più in generale, siete davanti ad un governo che finalmente vi ascolta dopo decenni di disintermediazione. È ottimista per il futuro? Le vertenze Ilva e Whirlpool saranno risolte?
Il governo ci ha convocato sulla vicenda Ilva e ha parlato di una cabina di regia con le amministrazioni locali che ancora non ho capito cosa sia. Ma noi su Ilva chiediamo al governo un tavolo con noi e Mittal perché in tre fu firmato l’accordo l’anno scorso poi votato dai lavoratori. E questo non è ancora avvenuto. Più in generale, il problema di questo come dei governi precedenti sono i 20 anni di mancata politica industriale che ci trasciniamo. Le 160 crisi al Mise assumono evidenza solo grazie alle proteste dei lavoratori. Whirlpool si è fermata perché non gli era mai successo che dei lavoratori dicessero: “No, non te ne puoi andare”. Dopo una vittoria simile sono ottimista. Ma per il futuro servono strumenti contro le multinazionali: un intervento pubblico strutturale o temporaneo per le crisi affiancato da fondi finanziari per favorire le imprese private che vogliono investire in modo serio. Basta con le multinazionali che prendono i soldi e scappano.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This