L’Europa dichiara emergenza climatica, ma la nuova Commissione già si spacca

L’Europarlamento approva la risoluzione (non vincolante), ma la maggioranza si spacca. Popolari divisi. Passa anche il testo per «ridurre le emissioni del 55% entro il 2030» con l’impegno per la neutralità carbone entro il

Anna Maria Merlo * • 29/11/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Europa • 176 Viste

Dov’è la «maggioranza schiacciante» che, secondo le parole della presidente della nuova Commissione che si insedierà il 1° dicembre, mercoledì ha approvato il nuovo esecutivo europeo? Ieri, alla prima prova, benché simbolica, è già crollata.

L’EUROPARLAMENTO, a pochi giorni dalla Conferenza sul clima Cop25 che si terrà a Madrid dal 2 al 13 dicembre, ha messo ai voti una Risoluzione (non vincolante) che dichiara «l’emergenza climatica» e l’impegno europeo a limitare a 1,5° il riscaldamento climatico ed evitare la perdita della biodiversità. La risoluzione è passata per 429 voti, contro 225 contrari e 19 astensioni. Ma la maggioranza che ha approvato la Risoluzione non è quella che mercoledì ha votato a favore della Commissione. In particolare, il Ppe, il gruppo a cui appartiene la presidente Ursula von der Leyen, si è spaccato, 81, cioè quasi la metà, hanno votato contro, assieme ai sovranisti di estrema destra. Invece, a favore hanno votato Verdi e Gue, oltre a socialisti e liberali. Sono stati soprattutto gli italiani e i tedeschi Ppe a spaccare il gruppo: persino Manfred Weber, che era lo Spitzenkandidat dei popolari alle elezioni europee e che sperava di ottenere la carica poi attribuita a Ursula von der Leyen, ha votato contro (assieme ad Antonio Tajani, ex presidente del Parlamento).

Ieri, sul clima è anche passata un’altra Risoluzione, con 430 voti contro 190 e 34 astensioni, che spinge la Ue ad avere una strategia all’Onu, per confermare la neutralità carbone nel 2050, un impegno del resto del Green deal della nuova Commissione, assieme alla riduzione del 55% delle emissioni di Co2 entro il 2030. Ma questi impegni, per il momento, non sono ancora stati confermati dal Consiglio, dove siedono stati che sono nettamente contrari, come la Polonia, l’Ungheria o la Repubblica ceca.

Il voto di ieri sul limite al riscaldamento climatico riprende delle iniziative già passate in vari parlamenti nazionali, dalla Francia, alla Gran Bretagna, all’Austria. Ma il Ppe ha messo dei paletti: «C’è urgenza di agire – ha ammesso il deputato Peter Liese – ma non di dichiarare lo stato d’emergenza». Il Ppe vuole evitare il “panico”, mentre per altri gruppi politici “la casa brucia”. I Verdi insistono: i cittadini non ci chiedono parole, ma azioni e trovano che la Risoluzione dell’Europarlamento non vada abbastanza in profondità.

IL VOTO DI IERI ILLUSTRA la frammentazione dell’Europarlamento, dove non c’è più la tradizionale maggioranza Ppe-S&D, con il ruolo importante di Renew Europe (Re, liberali), e la necessità di trovare intese caso per caso, coinvolgendo il gruppo dei Verdi. Pascal Canfin (Re, francese), presidente della commissione “ambiente” dell’Europarlamento ha parlato ieri di «messaggio forte» inviato dai deputati europei alla nuova Commissione e non solo, «L’Europa è il primo continente a dichiarare l’emergenza climatica». Lunedì, Ursula von der Leyen sarà a Madrid con il presidente del Parlamento David Sassoli, per l’apertura della Cop25. Sul tavolo ci sarà la questione dei finanziamenti del Fondo verde internazionale per il clima, la Ue è il principale contributore, ma dovrebbe raddoppiare lo sforzo, se si vuole rispettare l’impegno preso alla Cop21 di Parigi di investimenti per 100 miliardi l’anno per la transizione energetica a partire dal 2020.

Mentre gli europarlamentari discutevano di lotta al riscaldamento climatico, in Francia i camionisti hanno bloccato la frontiera con il Belgio, per protestare contro un aumento del gasolio (il movimento dei gilet gialli era esploso un anno fa contro un aumento della benzina). La vigilia, c’è stata una marcia di trattori su Parigi, fino agli Champs Elysées: gli agricoltori hanno protestato contro l’agribashing, cioè contro tutte le accuse di cui si sentono vittime, mentre hanno difficoltà ad arrivare a fine mese anche a causa dei prezzi bassi imposti dalla grande distribuzione. In Francia c’è un tiramolla sulla proibizione del glifosato, che il governo ha promesso di mettere al bando a medio termine, mentre gli agricoltori affermano che ci vuole più tempo per adattarsi. Anche in Germania gli agricoltori hanno protestato martedì. Un rapporto uscito in Francia punta il dito contro le banche, che continuano a finanziare le energie fossili (il 65% dell’energia al mondo ha questa origine). Gli Amici della Terra hanno sottolineato ieri che i Piani nazionali clima e energia, che gli stati membri devono presentare alla Commissione entro fine anno, sono “scarsi”. Passare dalle parole ai fatti è difficile. Per esempio, la nuova Commissione ha messo sul tavolo la possibilità di una carbon tax alle frontiere Ue, ma c’è già chi fa notare che questa tassa potrebbe contraddire le regole della Wto e che quindi si deve studiare un altro meccanismo.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto

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