Rapporto Svimez 2019. Due milioni in fuga dal Mezzogiorno

Dall’inizio del 2000″hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila residenti: la meta’ sono giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni

Roberto Ciccarelli * • 5/11/2019 • Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 170 Viste

 Tra 50 anni lo lasceranno altri 5 milioni di persone, con una perdita del 40% del Pil. Un contributo all’emigrazione coatta la potrà dare anche il cosiddetto “reddito di cittadinanza” che, se mai entrerà in vigore, obbligherà a spostarsi al Nord dove si presume esista una domanda di lavoro. Per questo occorre una misura incondizionata contro i ricatti del lavoro precario. In tutto il paese

Dall’inizio del Duemila hanno lasciato il Mezzogiorno 2 milioni e 15 mila persone. La metà sono giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto sono laureati. Più di duecento mila (16%) si sono trasferiti all’estero. E di questi, oltre 850 mila non torneranno indietro. Un’alternativa all’emigrazione è il pendolarismo di lungo periodo, che nel 2018 dal Mezzogiorno ha interessato circa 236 mila persone. Di questi 57 mila si muovono tra le regioni del Sud. Questo è accaduto fino ieri. Nei prossimi 50 anni, è la previsione del rapporto Svimez 2019 presentato ieri alla Camera, le regioni meridionali perderanno altri cinque milioni di persone, con una perdita del 40 per cento del prodotto interno lordo. A questo risultato collaborerà anche il calo delle nascite e delle migrazioni. Nel 2018 sono nati seimila bambini in meno a Sud, mentre la natalità delle donne straniere non è più sufficiente a compensare la bassa propensione delle italiane a fare figli. Tra quelli che restano, anche gli stranieri residenti si spostano verso Nord.

NEL FUTURO DISTOPICO, terribilmente reale, delineato dalla Svimez, è possibile fare una stima dei posti di lavoro necessari per recuperare la storica frattura geo-economica con il Nord. Ad oggi sono tre milioni i posti di lavoro da creare per eguagliare il tasso di occupazione del Centro-Nord sono circa 3 milioni. Nel deserto del reale presagito dal rapporto sulla «nuova geografia delle diseguaglianze», è immaginabile che tra 50 anni, a questi ritmi, saranno perlomeno il doppio. In ogni caso, sia oggi che domani, sono cifre che vanno prese come la conferma di un’impossibilità, più che come una volenterosa prospettiva di un progetto credibile. I progetti sono sempre tanti. Quello del governo Conte 2 «sul Sud» è stato riannunciato ieri e arriverà entro fine anno. Senza il Sud l’Italia non cresce, si ripete. Ma infatti: il paese è avviato verso una solida e lunga stagnazione. In attesa di una recessione, da molti temuta. «Nella legge di bilancio c’è un corposo capitolo dedicato al Sud – ha ricordato il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano – dalla vera attuazione della clausola del 34% all’accelerazione della spesa dei fondi nazionali di coesione, dal sostegno all’industria che innova al rafforzamento della dotazione di servizi nei Comuni». «Dobbiamo affermare un principio di giustizia, sanando un vulnus che ha accresciuto le disuguaglianze attuali» ha auspicato il premier Giuseppe Conte, il primo ad avere seguito la presentazione del rapporto Svimez da 45 anni.

VASTI PROGRAMMI a parte, ciò che resta, al momento, sono i bilanci della crisi iniziata nel 2008 che si è abbattuta come uno tsunami sul Mezzogiorno, dividendolo ancora di più dal resto del paese. E dall’Europa. Rispetto a 10 anni fa, l’occupazione resta ancora indietro di circa 260 mila persone, mentre nel Centro-Nord è aumentata del 2,3%. Nei primi tre trimestri di quello che avrebbe dovuto essere l’«anno bellissimo» profetizzato da Conte nel febbraio scorso il Centro-Nord ha visto crescere l’occupazione di 137 mila unità in più, mentre al Sud è diminuita di 27 mila. Per capire la ragione di quella che sembra una fuga di massa dei giovani dal Sud, la Svimez consiglia di osservare il tasso di occupazione tra i 15 e i 34enni: nel 2019 è al 29%. Uno dei dati più esigui e senza paragoni in Europa.

SUL «REDDITO di cittadinanza» sono emerse alcune note critiche da parte della Svimez che hanno alimentato feroci critiche da destra, con ruvide argomentazioni neoliberali da destra e da sinistra: «Invece di richiamare persone in cerca di occupazione, tende ad alzare il salario di riserva e, di conseguenza, disincentiva il beneficiario ad accettare posti precari, occasionali, a tempo parziale. La povertà non si combatte solo con un contributo monetario, occorre ridefinire le politiche di welfare ed estendere a tutti in egual misura i diritti di cittadinanza». Si può invece combattere la povertà con un contributo equo e incondizionato (cosa che questo «reddito» non è); una riforma universalistica del Welfare (il governo non ne ha proprio idea), estendendo i diritti di cittadinanza, a italiani e stranieri (prospettiva a dir poco remota). E, soprattutto, usare il reddito proprio per bloccare il ricatto del lavoro precario al Sud (e al Nord) che questa dichiarazione sembra invece auspicare.

IL PROBLEMA è che questo «reddito» non fa nessuna di queste cose. Senza contare che il progetto è per ora in stallo per la macchinosa gestione della piattaforma digitale che, secondo il presidente dell’Anpal Mimmo Parisi, dovrebbe incrociare domanda e offerta di lavoro. E poi ci sono le enormi difficoltà di coordinamento con le regioni e i centri per l’impiego. Per questa ragione il suo impatto sull’occupazione – o meglio sulla disoccupazione (che è aumentata) è «nullo», come ha osservato la Svimez. «Parlare così a sei mesi dalla riforma è eccessivo – ha commentato la ministra del lavoro Nunzia Catalfo – Gli effetti si potranno vedere quando sarà partita la fase due del reddito». Infatti, i veri problemi inizieranno allora. E non saranno tanto quelli temuti dalla Svimez. Ma l’obbligo a trasferirsi a Nord, dove si presume esista una domanda di lavoro, di chi percepisce oggi il sussidio a Sud. Lo prevede, tra l’altro, questo sistema di «workfare»: sussidio pubblico in cambio di obbligo al lavoro gratuito fino a 16 ore a settimana e mobilità obbligatoria anche su tutto il territorio nazionale. Se mai entrerà in funzione, anche questo sarà un contributo all’emigrazione. Coatta.

*** Seimila bambini nati in meno
Nel 2018 sono nati quasi 157 mila bambini, seimila in meno nel Mezzogiorno. Il peso demografico del Sud continua a diminuire: oggi è pari al 34,1%. Come nel resto del paese anche qui la natalità delle donne straniere non è più sufficiente a compensare la bassa propensione delle italiane a fare figli. Dall’inizio del secolo a oggi la popolazione meridionale è cresciuta di soli 81 mila abitanti, a fronte di circa 3 milioni 300 mila al Centro-Nord. Nello stesso periodo la popolazione autoctona del Sud è diminuita di 642 mila unità, mentre al Nord è cresciuta di 85 mila. Nel corso dei prossimi 50 anni il Sud perderà 5 milioni di residenti: 1,2 milioni sono giovani e 5,3 milioni persone in età da lavoro.

*** In recessione:-0,2% del Pil
Nel 2019 il Sud entra in «recessione», con un Pil stimato in calo dello 0,2%, a fronte del +0,3% del Centro-Nord (+0,2% la media nazionale). E’ quanto emerge dal Rapporto Svimez, che segnala per il 2020 una «debole ripresa». Il Mezzogiorno crescerà non oltre lo 0,2% (a fronte dello 0,6% dell’Italia nel complesso). Il dato che emerge è di «una ripresa debole, in cui peraltro si allargano i divari di sviluppo tra le aree del paese. Con la significativa eccezione del 2015, anno segnato da fattori congiunturali positivi e dalla chiusura del ciclo dei fondi europei che ha determinato una modesta ripresa dell’investimento pubblico nell’area, anche nel 2016 e nel 2017 il gap di crescita del Mezzogiorno è stato ampio».

***Continua l’emigrazione ospedaliera dal Sud verso il Centro-Nord.
La quantità e qualità dei servizi sociali nel Mezzogiorno risultano ancora inferiori a quelle del resto del Paese. «Questo spiega – si legge nel rapporto Svimez – l’aumento dei casi di ricovero per interventi chirurgici acuti. Il 10% del totale dei residenti ricoverati per tali patologie si sposta verso altre regioni, a fronte di valori compresi tra il 5% e il 6% nelle regioni del Centro-Nord. Il tasso di emigrazione – si riduce in Basilicata e Sicilia, resta stabile in Campania e aumenta in tutte le altre regioni. Il basso tasso dipende da fattori, ambientali, strutturali e organizzativi e da una meno consistente dotazione di posti negli istituiti di cura»

*** L’urgenza di nuovi investimenti
«Nuova battuta d’arresto dell’economia meridionale in un quadro di stagnazione nazionale. Le preoccupanti spaccature socio-economiche tra Nord e Sud, ma anche tra aree interne e resto del paese vanno saldate attraverso il rilancio degli investimenti pubblici affrontando le sfide della transizione ecologica e dell’innovazione digitale» sostiene la vicesegretaria generale della Cgil Gianna Fracassi commentando il rapporto Svimez. «Si diffonde il lavoro povero, soprattutto tra giovani e donne, diminuiscono i servizi, peggiorano i dati sull’abbandono scolastico, mentre il fenomeno delle migrazioni sanitarie è costante. Cio’ rende chiaro come sia prioritario garantire i livelli essenziali delle prestazioni, invece di continuare a parlare di regionalismo».

***Contro il regionalismo differenziato
Le richieste di regionalismo differenziato di Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna vanno valutate nel contesto di un’attuazione organica del nuovo Titolo V. Secondo la Svimez l’«autonomia» va depurata dalle scorie rivendicazioniste provenienti da Nord e da Sud e riportato sui temi nazionali della qualità delle politiche di offerta dei servizi pubblici e su quelle necessarie per la ripresa della crescita. Il rapporto 2019 stigmatizza l’uso strumentale del concetto di residuo fiscale, misura della redistribuzione riferibile agli individui, non ai territori. La Svimez è favorevole al federalismo cooperativo fiscale per privare anche le classi dirigenti meridionali degli alibi dell’attuale centralismo avaro, utile per rivendicare più risorse e per nascondere le inefficienze.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

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