Regno unito, il lungo sciopero delle università per il reddito e contro la precarizzazione

Regno unito, il lungo sciopero delle università per il reddito e contro la precarizzazione

È iniziato ieri lo sciopero delle università inglesi, che durerà otto giorni lavorativi, cioè due settimane reali. Corsi, esami e tutorati verranno sospesi in oltre sessanta università del Regno Unito. Alla mobilitazione partecipano tutte le maggiori università, dalle “eccellenze” di Oxford e Cambridge agli atenei più grandi, come University College di Londra e l’università di Manchester. Numeri sull’adesione ancora non ce ne sono, ma la University and College Union, che con centoventimila iscritti è il maggior sindacato del mondo dell’istruzione superiore e dell’università, si attende una mobilitazione imponente. Anche perché l’indizione dello sciopero è avvenuta dopo un referendum tra i lavoratori in cui una maggioranza schiacciante (oltre il 70%) si è dichiarata a favore della mobilitazione.

JO GRADY, segretaria dell’Ucu, ne è convinta. «Stiamo ricevendo un notevole sostegno allo sciopero in tutto il Regno Unito» ha dichiarato. «È un messaggio chiaro alle università che i lavoratori non accetteranno i tagli ai salari, l’aumento dei contributi pensionistici e il peggioramento delle condizioni di lavoro». Lo sciopero, infatti, riguarda diverse questioni e attraversa tutti i livelli del lavoro universitario. Da un lato c’è la questione della riforma del fondo pensioni dei lavoratori dell’università, che prevede l’aumento dei contributi pensionistici a carico dei dipendenti dal prossimo mese e, allo stesso tempo, una diminuzione dell’assegno pensionistico.

Dall’altro, la perdita del potere d’acquisto del personale universitario, che ammonta al 17% in termini reali dal 2009 a oggi, secondo dati condivisi dalla stessa associazione dei Rettori delle università e dei college. Nel mentre, i lavoratori hanno visto aumentare i carichi di lavoro (soprattutto nell’insegnamento) e i contratti precari. Secondo l’Ucu, il 68% dei lavoratori del settore è impiegato con contratti a termine.

«Infatti allo sciopero stanno partecipando anche post-doc e dottorandi – spiega il romano Simone Turchetti, docente all’università di Manchester in cui vive da quasi vent’anni – Anche gli studenti, su cui ricadono i disagi, solidarizzano con la protesta». Gli studenti stranieri protestano anche contro le regole più stringenti introdotte dal governo conservatore per controllare gli studenti che non provengono dall’Unione Europea. Tra le regole c’è il cosiddetto attendance monitoring in cui i docenti devono comunicare al ministero degli Interni la presenza alle lezioni degli studenti stranieri pena la perdita del permesso di soggiorno, trasformando insegnanti e allievi nello scomodo ruolo di sorveglianti e sorvegliati.

Nelle università inglesi gli studenti e i giovani ricercatori stranieri sono molto numerosi. «Per loro il deterioramento delle condizioni di lavoro nell’università si somma a un contesto generale decisamente poco incoraggiante, con la Brexit alle porte e il rischio che fra due settimane i conservatori vincano le elezioni», spiega Turchetti. «Le conseguenze di Brexit si faranno sentire di più sui ricercatori precari, perché difficilmente otterranno permessi di soggiorno a lungo termine».

IN UN’AFFOLLATISSIMA assemblea di oltre trecento persone, proprio a Manchester ieri è intervenuta Angela Rayner, ministro-ombra laburista dell’istruzione. Ha promesso che, in caso di vittoria alle elezioni, i laburisti combatteranno la tendenza a privilegiare le discipline tecnico-scientifiche, quelle che garantiscono i maggiori profitti per gli atenei e i loro manager. Grady ha apprezzato l’intervento di Rayner: «Siamo d’accordo con lei nel mettere gli studenti al primo posto», ha detto. E ha rilanciato: «Abbiamo ottenuto oltre tremila nuove adesioni da quando abbiamo indetto lo sciopero. Se le università non cambieranno la loro posizione, a questa agitazione potrebbero seguire ulteriori azioni con il nuovo anno».

Per ora, i rettori minimizzano l’impatto della mobilitazione e non annunciano passi indietro, attestandosi su un aumento salariale dell’1,8% giudicato da tutti insufficiente e che non affronta i numerosi nodi della vertenza.

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto



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