A San Vittore si fa la guerra, di parole. Slam poetry sul populismo

I detenuti sfidano gli studenti a colpi di rap sui casi di cronaca. Stefania, la detenuta vincitrice: «Sono stata condannata prima dai giornali e poi da un giudice. Quando uscirò non sarò quella che sono diventata ma quella che sono stata»

Maria Cristina Fraddosio * • 1/12/2019 • Carcere & Giustizia • 414 Viste

Da Locke a Habermas, fino agli studi più recenti con l’avvento della rete, l’opinione pubblica è da secoli oggetto di riflessioni e critiche. Per un verso espressione intrinseca della società moderna e del sistema democratico, per l’altro tribunale insolente capace di violente manifestazioni d’odio. Chi sbaglia nella vita lo sa bene che potrebbe finire nel ciclone dei processi collettivi. E poco importa che li esercitino i propri familiari, poche centinaia di concittadini o irruenti leoni da tastiera. L’ostracismo che si innesca nuoce in egual misura.

Quale sia la sua reale essenza, se sale della democrazia o dominio del populismo, se lo sono chiesti i detenuti del carcere di San Vittore, a Milano, assieme agli studenti dell’Università Statale. Lo hanno fatto per mezzo di un duello di parole, utilizzando la retorica e il rap per sostenere prima una tesi e poi il suo esatto contrario. Il progetto, giunto alla sua quarta edizione, nasce da un’idea di Flavia Trupia e Andrea Granelli, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione «Per la retorica». «La retorica nasce in Sicilia nel V secolo a.C. ma, a differenza degli Stati Uniti, in Italia non viene insegnata come tecnica per imparare a comunicare meglio», spiega Flavia Trupia impegnata da tempo a riportarla al centro della vita sociale «come cosa viva».

A questo scopo, tra i «dimenticati» dal nostro Paese, ha individuato due categorie a cui destinare gli strumenti dell’arte del discorso: gli studenti e i detenuti. Così è nata «Guerra di parole», un’iniziativa sostenuta da Toyota Motor Corporation in partnership con la Crui, l’Unione camere penali, l’Osservatorio carceri Ucpi, la Federazione delle relazioni pubbliche italiana e alcune associazioni. Quattro lezioni preparatorie, con l’ausilio dell’attore Enrico Roccaforte e del rapper Amir Issaa, hanno preceduto l’evento svoltosi la scorsa settimana nell’istituto penitenziario milanese.

NELLA PARTE CENTRALE dell’edificio da cui si diramano i sei raggi, quelli storici dove – come hanno ricordato i partecipanti – furono rinchiusi anche Indro Montanelli e Mike Bongiorno, le due squadre hanno affrontato due round da venti minuti ciascuno attraverso l’uso sapiente delle parole e del rap. Dalla piattaforma Rousseau ai No Tav, da Stefano Cucchi alle proteste ad Hong Kong, passando per Alan Turing, Greta Thunberg e Dj Fabo, i partecipanti hanno scandagliato l’essenza dell’opinione pubblica esibendosi in una sorta di poetry slam.

Il realismo delle riflessioni, misto a comicità e acutezza, ha tenuto col fiato sospeso il pubblico per un’ora piena. «La libertà d’espressione libera la ragione», ha detto Manuel, uno dei detenuti, in apertura riferendosi al ruolo fondamentale dell’opinione pubblica nel caso Cucchi. E di contro Giorgio, studente universitario, gli ha risposto: «Non va dimenticato che i regimi totalitari si sono basati sulla manipolazione e che a volte è stata propria l’opinione pubblica a uccidere le persone». Dalle fila degli ospiti di San Vittore un altro ha ricordato: «Noi siamo liberi di poter dire quello che vogliamo, questo è ciò che conta». Eppure, secondo Alberto dell’Università Statale, «non siamo tutti uguali, se domattina Salvini dice che la cipolla è di sinistra, la casalinga di Voghera inizierà a fare il soffritto con l’aglio». Frasi brevi e incisive, talvolta ironiche e talvolta pregne di verità e consapevolezza.

«L’OPINIONE PUBBLICA – ha detto una detenuta – è quella che risolve tutto chiedendo di buttare la chiave delle nostre celle». «Può succedere che sia inquinata come l’aria, non per questo però si può smettere di respirare», le ha risposto la squadra avversaria rammentando come, anche nel caso di Liliana Segre, sia stata l’opinione pubblica, dopo le offese sui social, ad organizzare a Milano una manifestazione in favore della senatrice. «Certo – ha obiettato “San Vittore” – ma vogliamo parlare del potere che hanno i giornalisti di condizionarla? Loro sono i primi a manipolare la verità».

ATTIMI DI VERBOSITÀ concitata, silenzi e sospiri hanno animato l’atmosfera, proprio lì dove normalmente le giornate trascorrono tutte uguali, la luce non entra e il freddo è pungente. «Una grande occasione per incontrarsi, riflettere e imparare a utilizzare bene il tempo», l’ha definita il direttore dell’istituto penitenziario, Giacinto Siciliano. «I ragazzi – ha detto – erano carichissimi nei giorni scorsi, in tanti hanno chiesto di esserci al di là del risultato». Per la Camera penale di Milano «è importante che ci siano attività come queste di avvicinamento tra ciò che c’è dentro al carcere e ciò che c’è fuori, perché avvantaggiano tutta la collettività». In giuria, oltre all’amministratore delegato della multinazionale automobilistica giapponese Mauro Caruccio che ha sottolineato l’importanza in questo momento storico di «andare oltre il pregiudizio», c’erano Valeria Della Valle, Alessandra Carli, Maupal, Antonio Diodato e Fabio Novelli. Sono loro che hanno decretato i vincitori.

QUANDO I DETENUTI si sono aggiudicati il podio nella sala ha riecheggiato un enorme giubilo. «Speriamo – hanno commentato entusiasti – di aver lasciato qualcosa a questi ragazzi. A noi loro hanno dato tanto». L’elmo come oratrice dell’anno è andato a Stefania. I giudici l’hanno scelta per la spontaneità, la sincerità e l’uso della lingua italiana. «Sono stata condannata prima dai giornali e poi da un giudice – ha detto – quando uscirò non sarò quella che sono diventata ma quella che sono stata». Giovane, laureanda in giurisprudenza e con una pena ancora lunga da scontare. Parole taglienti le sue che hanno reso manifesto il lato oscuro dell’opinione pubblica. Il timore dell’onta che non va via. Neanche dopo anni di reclusione. Preoccupazione peraltro ribadita, nel corso della «guerra di parole», anche da un altro detenuto: «La vostra opinione è la nostra esclusione». Ma questa volta, per fortuna, non è andata così.

* Fonte: Maria Cristina Fraddosio, il manifesto

photo by Paolo Monti [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

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