Il piano industriale del governo per la «nuova Ilva»: sconto a Mittal e banche nel capitale

Acciaio di Stato. Due forni elettrici «verdi» per ridurre le emissioni. Cigs per i 1.800 esuberi «temporanei»

Gianmario Leone * • 28/12/2019 • Lavoro, economia & finanza • 354 Viste

TARANTO. Il piano industriale del governo per l’ex Ilva di Taranto è pronto. Si chiama «Linee guida per un piano industriale sostenibile 2020-2023» e prevede 3,3 miliardi di euro di investimenti. Di fatto è la controproposta al nuovo piano industriale 2020-2024 presentato da ArcelorMittal lo scorso 4 dicembre a Roma a sindacati e governo. La trattativa in corso tra le parti dovrà inevitabilmente portare, entro il prossimo 30 gennaio, a una sintesi fruttuosa onde evitare che il contenzioso aperto presso il tribunale di Milano vada avanti.

Il piano prevede la trasformazione del siderurgico da ciclo integrale a ciclo ibrido, attraverso l’installazione di due forni di riduzione per la produzione di preridotto, semilavorato di ferro metallico che servirà ad alimentare i due forni elettrici che andranno a sostituire gli altiforni 1 e 2 che saranno dismessi entro il 2022, così come alcune batterie dell’area cokeria, una linea dell’agglomerato e l’acciaieria 1. Dal punto di vista ambientale, si prevede una riduzione delle emissioni di CO2 del 15%, del 40% per quanto riguarda diossina e benzo(a)pirene, dati che migliorerebbero i risultati attesi dall’attuazione di tutte le prescrizioni del Piano Ambientale.
I due forni elettrici produrranno 2,6 milioni di tonnellate annue di acciaio (l’entrata in funzione è prevista tra l’inizio e la metà del 2022), mentre i restanti 5,4 milioni per giungere a quota 8 milioni, sarebbero prodotti dall’altoforno 4 (1,9 milioni Mt) e dall’altoforno 5 (3,4 Mt), il più grande d’Europa, per cui è previsto il revamping e il rientro in funzione nel 2021. Inoltre, con 8 milioni di tonnellate prodotte, tornerebbero a marciare con continuità gli impianti dell’area a freddo e i siti di Genova, Novi Ligure e Racconigi.
Per quanto riguarda l’occupazione, il piano prevede entro il 2023 il reintegro di 2.400 unità lavorative (tra cui i 1.600 lavoratori in cig rimasti nel perimetro di Ilva in AS). Sino ad allora però sarà necessario nuova cassa integrazione ed un provvedimento legislativo ad hoc per legare la durata della cig al piano industriale. Inoltre è previsto un intervento per l’integrazione al 70% della retribuzione per i cassaintegrati di ArcelorMittal Italia: a Taranto dallo scorso luglio sono infatti in cig 1.273 lavoratori. Secondo le stime il numero di esuberi previsto dal piano del governo sarà tra 1.500 e 1.800, che dovrebbero rientrare a piano ultimato.
Nel piano industriale del governo si legge che i due forni a gas per la produzione del preridotto, il cui costo è di 900-950 milioni di euro, saranno installati all’esterno del perimetro di AM InvestCO Italy. L’intervento economico sarà dunque a carico dello Stato, attraverso la creazione della new.co di cui da tempo si parla. Inoltre serviranno gas ed energia a un costo conveniente: Snam e Saipem potrebbero giocare un ruolo importante.
Dei 3,3 miliardi di euro di investimenti previsti, almeno uno sarà a carico dello Stato. E’ chiaro che né Invitalia né Cassa Depositi e Prestiti potranno coprire un investimento del genere. Così, secondo fonti vicine al dossier, tornerebbero in auge le banche. ArcelorMittal otterrebbe un piccolo sconto sul prezzo di acquisto, scendendo da 1,8 a 1,5 miliardi di euro. Somma che coprirebbe i rimborsi dei crediti vantati dallo Stato e dalle banche, che convertirebbero le somme ottenute dalle le linee in prededuzione che godono di una priorità nel rimborso in quota capitale.
Ilva in ammnistrazione straordinaria, secondo la Centrale rischi della Banca d’Italia, avrebbe un’esposizione di 1,723 miliardi, avendo ereditato una posizione “sconfinata” di 1,2 miliardi. Lo Stato convertirebbe 400 milioni di euro in aumento di capitale a favore di Cdp o Invitalia per una quota di AM InvestCo Italy pari al 18,2%. Ballerebbe un altro 20% che potrebbe essere appannaggio delle banche come garanzia per crediti vantati pari a 280 milioni di euro e di Snam e Saipem. Con la maggioranza delle quote che resterebbe comunque nelle mani di ArcelorMittal.

* Fonte: Gianmario Leone, il manifesto

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