La Cop 25 è fallita, l’Europa «può salvare il salvabile»

 L’Ue fa parte della High Ambition Coalition ma Climate Action Network alza la posta

Marinella Correggia * • 17/12/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni • 460 Viste

Su quali alleanze di paesi potrà contare il clima e da quali dovrà guardarsi, nell’anno del giudizio 2020? L’accordo finale della Cop 25, Chile-Madrid Time for Action, non indica certo un’azione climatica all’altezza dell’urgenza.

IL MINIMO SINDACALE per la Cop era l’«ambizione» ad aumentare gli impegni nazionali di taglio delle emissioni (Ndc) rispetto a quelli insufficienti già depositati dall’accordo di Parigi (2015) a oggi. A nome dell’Alleanza Aosis (44 piccoli Stati insulari costieri), il Belize ha tirato molte orecchie criticando un’inaccettabile bozza: «Non vediamo la richiesta imperativa di rivedere al rialzo gli impegni di riduzione entro il 2020». Molto decisi anche Bhutan e Nepal, a nome dei 47 membri del gruppo Least Developed Countries nel chiedere coraggio per «esigere nel 2020 degli Ndc corrispondenti a quanto ci dice la scienza»; «altrimenti si gioca a continui rinvii», ha ammonito il Bangladesh.

CE L’HANNO FATTA: il documento della Cop25, pur non dando indicazioni inequivocabili alle parti sugli obiettivi da centrare il prossimo anno, stabilisce che nel 2020 i paesi indichino – in modo obbligatorio – di quanto aumenteranno gli impegni per tagliare i gas serra. Figura della bambina modello per l’Unione europea, inadempiente fino al passato recente ma adesso forte dell’annunciato piano di riduzione delle emissioni e transizione energetica.

L’UE FA PARTE DELLA HIGH Ambition Coalition (comprendente vari Stati isola, Argentina, Canada, Colombia, Costa Rica, Etiopia, Messico, Nuova Zelanda fra gli altri) che si è impegnata a migliorare i piani climatici nazionali entro i primi mesi del 2020. Ma la rete Climate Action Network chiede alla ricca Europa ben di più, cominciando dalla riduzione del 65% in coerenza con l’Emission Gap Report dell’Onu. E sono un’ottantina (undici europei) i i paesi che hanno dichiarato di voler rafforzare i propri Ndc entro il 2020.

SEMPRE IN MATERIA di impegni, il gruppo degli emergenti Cina, India, Brasile e Sudafrica ha fatto sapere di aver «già proposto il massimo possibile in termini di ambizione climatica, ben oltre le responsabilità storiche»; non sono pronti a nuovi Ndc. Del resto, secondo il rapporto 2019 di Climate Transparency, India e Cina sarebbero in linea con i propri impegni. Questi due paesi, inoltre, hanno più volte denunciato alla Cop 25 l’«elefante nella stanza»: il mancato rispetto da parte dei paesi sviluppati degli obblighi pre-2020 derivanti dal Protocollo di Kyoto.

UN ALTRO PILASTRO delle discussioni è stata la revisione del sistema Wim (Warsaw International Mechanism for Loss & Damage): gli aiuti a favore delle comunità e dei paesi colpiti da disastri climatici. I paesi più ricchi non hanno preso impegni chiari (almeno 50 miliardi di dollari entro il 2022), anche se lo Stato di Palestina (per il G77+ Cina), ha ricordato ai distratti che «l’Accordo di Parigi impegna i paesi sviluppati a fornire aiuto finanziario e tecnologico». E gli Aosis hanno ricordato: «E’ dal 1991 che chiediamo un meccanismo globale relativo alle perdite e ai danni».

NESSUNA NOVITÀ POSITIVA rispetto alla richiesta di maggiore attenzione per l’adattamento da parte dei paesi in via di sviluppo e per la finanza a lungo termine, temi che, per Nicaragua, Argentina e altri «una Cop sul clima non può tenere a margine». L’Africa Group guidato dall’Egitto ha insistito fino alla fine su finanza climatica e trasferimento di tecnologia. La Malaysia come parte dei Like Minded Developing Countries on Climate Change (con Cuba, Vietnam, Bangaldesh, Cina, Venezuela ecc.) ha sottolineato che il meccanismo L&D va distinto dal sostegno ai progetti di mitigazione e adattamento perché «i nostri paesi oltre a essere i più danneggiati e vulnerabili non sono responsabili storicamente».

NIENTE DI FATTO (rinvio ai negoziati a Bonn nel 2020) sull’articolo 6 degli Accordi di Parigi: avrebbe dovuto indicare le regole di un nuovo meccanismo quadro per il futuro mercato globale del carbonio. In realtà, secondo molti osservatori, questo non dovrebbe essere parte dell’accordo di Parigi: perché non è uno strumento per la decarbonizzazione ma serve solo a ridurne il prezzo per i paesi inquinatori.

COME SPIEGA UNA valutazione della rete Italian Climate Network, a «schierarsi contro misure solide rispetto al futuro mercato globale del carbonio e a favore di un sistema debole o eufemisticamente più flessibile, i soliti «poteri fossili» (Arabia Saudita e Gruppo Arabo, Stati Uniti) da un anno sostenuti vigorosamente dal Brasile e dall’Australia. Un ulteriore punto di frizione è stata la possibilità di riconoscere sotto il nuovo regime dell’Accordo di Parigi i crediti derivanti da progetti di riduzioni delle emissioni approvati nell’ambito del Protocollo di Kyoto. Una possibilità che avrebbe indebolito i già insufficienti impegni presi nell’ambito dell’Accordo di Parigi».

IN REALTÀ L’AFRICA GROUP ha sostenuto che «per i paesi africani, la finanza per l’adattamento e la mitigazione è essenziale e l’articolo 6 può esserne un veicolo; ma le regole dei mercati di carbonio devono essere precise e evitare fallimenti come i crediti pre-Parigi». Il Costarica ha invitato al «massimo livello di salvaguardia dell’integrità ambientale e dei diritti umani e delle comunità locali, come chiedono i principi di San José». Il Belize ha ammonito che «l’ambizione è comunque quella di ridurre le emissioni, andando oltre la somma zero».

SCENA DA DAVIDE E GOLIA quando il rappresentante di Tuvalu ha denunciato gli Stati uniti: si stanno ritirando dall’Accordo di Parigi eppure hanno contestato la proposta di includere nella decisione finale il riconoscimento dell’insufficienza degli impegni e hanno a più riprese sabotato la discussione. Un’opera da «crimine contro l’umanità».

ANCHE IL BRASILE ne ha fatte di tutti i colori: si è opposto all’uso del termine «emergenza climatica» e alla menzione dei diritti umani in riferimento all’articolo 6.4, ha cercato invano di bloccare l’inclusione nel documento finale dell’importanza del territorio, parlando nientemeno che di «linea rossa».

PUNTI POSITIVI: il Messico ha insistito, appoggiato da Argentina, Corea, Costarica e paesi occidentali, sulla necessità di includere nel documento il Piano d’azione quinquennale sul genere. Importante anche l’inserimento di riferimenti ai saperi indigeni ed ai diritti dell’umanità in alcuni punti dei testi finali e il sostegno al partenariato di Marrakesh sulle azioni climatiche non statali.

* Fonte: Marinella Correggia, il manifesto

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