L’Iran ammette gli uccisi ma li chiama «teppisti», secondo Amnesty sono almeno 208

Per la prima volta Teheran dà conto della repressione delle proteste ma scarica la colpa sui manifestanti. Il governo dà solo il bilancio dei fermi, 7mila. Secondo Amnesty, almeno 208 vittime

Farian Sabahi * • 4/12/2019 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 279 Viste

Anche se Internet era spento in Iran, il mondo ha saputo della repressione: la più cruenta dalla Rivoluzione del 1979 e con più morti rispetto al 2009, quando in migliaia scesero in strada per sostenere il Movimento Verde. Le emittenti straniere hanno dato ampia copertura a quanto successo.

Non potendo negare l’evidenza – o forse proprio per far capire di voler punire severamente il dissenso – lunedì notte il secondo canale della tv di Stato ha ammesso che le forze di sicurezza hanno ucciso «teppisti e rivoltosi armati» nel sobborgo Shahriar di Teheran, a Shiraz e Sirjan (centro-sud) e in altre località.

Secondo il servizio del corrispondente, «teppisti e rivoltosi hanno attaccato siti militari o sensibili con armi da fuoco o coltelli, prendendo ostaggi e non lasciando altra scelta se non un confronto diretto per salvare vite umane». Tra le vittime, anche «passanti colpiti dal fuoco incrociato».

A Mahshahr, nella provincia sud-occidentale del Khuzestan ricca di petrolio dove vive quel 2 percento della popolazione di etnia araba, ad agire sarebbero stati i separatisti. Armati di mitragliatrici, avrebbero bloccato le strade e pianificato di far esplodere un impianto petrolchimico.

Ai microfoni, il capo della polizia locale ha dichiarato che le «sagge» forze di sicurezza avrebbero «sventato» l’attacco armato di coloro che si erano nascosti in una palude. Diversa la versione del New York Times che, in un articolo di domenica scorsa, cita testimoni e medici: i pasdaran avrebbero sparato a 40-100 dimostranti che si erano rifugiati nella palude.

Le proteste scoppiano il 15 novembre quando il governo rende noto che i litri di benzina a prezzo agevolato scendono da 250 a 60 litri al mese per conducente, dopodiché il prezzo raddoppia. In realtà la cifra sborsata dal consumatore non copre i costi di estrazione e raffinazione, ma per gli iraniani la benzina a costo irrisorio è un diritto acquisito.

È anche vero che sono tutti esasperati per il carovita, la svalutazione della moneta locale e le tante difficoltà causate dai due round di sanzioni imposti nel 2018 dall’amministrazione Trump che ha abbandonato l’accordo nucleare e impedito anche agli europei di fare business con Teheran.

Nelle scorse settimane migliaia di iraniani sono scesi in strada in centinaia di città, urlando slogan contro i politici che, in Iran come altrove, non sempre sono capaci di gestire la cosa pubblica. Secondo il ministro degli Interni Abdolreza Rahmani Fazli, hanno partecipato alle proteste in 200mila. Tra di loro, ci sarebbero coloro che hanno appiccato il fuoco a 731 banche, 70 pompe di benzina, 140 uffici governativi e 50 basi delle forze di sicurezza.

Difficile sapere quanti siano effettivamente i morti, le autorità non forniscono numeri. Secondo Amnesty International le vittime della repressione sarebbero almeno 208, secondo altre fonti sarebbero quasi 400. Per il portavoce della magistratura Gholamhossein Esmaili si tratterebbe «solo di bugie» da parte di gruppi ostili, le informazioni a sua disposizione sarebbero ben diverse.

In merito agli arresti, il deputato Hossein Naqavi-Hosseini, membro della commissione per la sicurezza nazionale, ha dichiarato che la scorsa settimana sono state fermate circa 7mila persone. Secondo il portavoce della magistratura, ne resterebbero 300 in cella a Teheran, mentre gli altri sarebbero stati rilasciati.

Da Londra, ieri il presidente statunitense Donald Trump si è rammaricato dei tanti morti in Iran. Di certo, se lui non avesse mandato a monte l’accordo nucleare, la situazione sarebbe diversa.

Di pari passo, Trump non ha fatto un favore ai cittadini della Repubblica islamica inserendoli nel decreto contro i musulmani che impedisce loro di entrare negli Stati uniti, dove talvolta hanno famiglia e dove i migliori cercano di entrare nelle università (e questo vale anche per i figli di ayatollah e pasdaran).

* Fonte: Farian Sabahi, il manifesto

 

* Fonte: il manifesto

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