Nuova offensiva turca in Rojava: Il ruolo di USA e Russia

Dal nuovo numero del magazine internazionale Global Rights dedicato al Rojava, un articolo di Giovanni Giacopuzzi sull’invasione turca e sul ruolo complice di Trump e Putin

Giovanni Giacopuzzi, Global Rights Magazine • 20/12/2019 • Contenuti in copertina, Global Rights • 228 Viste

è online il nuovo numero in italiano (a breve anche in inglese e in spagnolo) del magazine Global Rights, scaricabile gratuitamente dal sito globalrights.info

in italiano: https://www.globalrights.info/global-rights-magazine-italiano/

in inglese: https://www.globalrights.info/global-rights-magazine-english/

e in spagnolo: https://www.globalrights.info/global-rights-magazine-espanol/

dal quale proviene questo articolo

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L’OPERAZIONE PEACE SPRING (FONTE DI PACE) LANCIATA DALL’ESERCITO TURCO E DALLE MILIZIE DEL ESERCITO NAZIONALE SIRIANO INIZIATA IL 9 OTTOBRE È LA TERZA OPERAZIONE DIRETTA UNILATERALE DI ANKARA IN TERRITORIO SIRIANO. COME PER LE ALTRE DUE, EUPHRATE SHIELD (SCUDO DELL’EUFRATE, 2016) E OLI- VE BRANCH (RAMO D’ULIVO, 2017), OBIETTIVO È IL NORD DELLA SIRIA DOVE SI È SVILUPPATA L’ESPERIENZA DEL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO ATTRAVERSO LA GOVERNANCE DELL’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA. IN REALTÀ LA TURCHIA È ANCHE DIRETTAMENTE COINVOLTA IN UN QUARTO INTERVENTO, NELLA REGIONE DI IDLIB, MA IN QUESTO CASO L’OPERAZIONE È PRODOTTO DI UN ACCORDO CON RUSSIA E IRAN (ASTANA 2017) CHE PREVEDE “12 PRESIDI MILITARI DI OSSERVA- ZIONE” NEL CONTESTO DI UN PROGETTO DI DESCALATION NELL’ULTIMA ROCCAFORTE DELLE MILIZIE JIHADISTE ANTI ASSAD. 

Una ingerenza diretta e unilaterale, quella turca, che in un modo o nell’altro ha goduto di un placet da parte di tutte le potenze coinvolte nel conflitto siriano e dallo stesso regime siriano del Baath guidato da Assad che pur condannando le invasioni oppone una limitata resistenza sia per la debolezza nei confronti del vicino turco sia per il sostegno condizionante dell’alleato russo. 

Un conflitto che può essere un esempio di guerra ibrida e che si inserisce nel contesto ampio della guerra siriana influenzandone lo sviluppo. La costituzione dell’Amministrazione Autonoma nel Nord della Siria e la lotta all’ISIS/DAESH rappresentano uno dei nodi del contendere attraverso i quali si delineano strategie più generali nel contesto della risoluzione del conflitto siriano e degli equilibri mediorientali. La Turchia di Erdogan vede ostacolate le sue aspirazioni di egemoni e di espansione nell’area e nonché la funzione assegnate ad Ankara dalle grandi potenze dalla stessa esistenza del progetto politico di Confederalismo Democratico, sia in Siria che in Turchia. Questa dialettica conflittuale è un prisma attraverso il quale si possono leggere i rapporti cambianti delle potenze implicate nel conflitto siriano rispetto alla Turchia ed anche la relativa impunità delle operazioni di Ankara che sotto tutti i punti di vista violano palesemente il diritto internazionale.
Sono passati 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino ma Russia e Stati Uniti sono ancora i protagonisti principali di questo conflitto nell’area mediorientale che mette in gioco l’egemonia in questa zona strategica per gli equilibri mondiali. 

Putin e la scommessa mediorientale 

La Russia di Putin ha messo in atto una politica gattopardiana in funzione degli interessi russi che hanno nella Siria la testa di ponte nel Medio Oriente, sul quale Mosca vuole giocare una ruolo egemonico approfittando del vuoto lasciato dalla erratica politica statunitense degli ultimi anni. 

L’intervento diretto russo (settembre 2015) a sostegno del regime di Assad messo alle corde dalle milizie jhiadiste di opposizione che ha segnato una svolta nello sviluppo del conflitto, ha consolidato la presenza militare russa nell’area. All’unica base militare russa nel Mediterraneo di Tartus si sono aggiunti su tutto il territorio siriano presidi militari o basi aeree, come quelle di Hmeimim (Lakatia) e Shayrat (Homs). 

La Russia fin dall’inizio del conflitto nel 2011 non ha solo sostenuto Assad ma ha svolto un ruolo indipendente nella attività diplomatica, in contrasto 

con i paesi occidentali e della maggioranza di quelli mediorientali che sostenendo le milizie armate di opposizione avevano come obiettivo la caduta del governo di Assad. Ruolo indipendente anche dallo stesso regime di Assad che sulle questioni di fondo ha accettato le decisioni di Mosca. 

Un ruolo super partes che la Russia si è auto-assegnata che spiega il gioco a tutto campo di Putin con la Turchia di Erdogan. Membro della NATO, la Turchia sia per collocazione geografica che per scelta politica ha rappresentato il paese che più di ogni altro ha alimentato e sostenuto l’opposizione armata ad Assad, ISIS compreso e ha escluso fin dall’inizio l’Amministrazione Autonoma del Nord della Siria considerata come il nemico principale per Ankara. 

In questo gioco della parti, la Russia ha adottato una politica evolutiva sia diplomatica che militare nei confronti della Turchia, dove le apparenti contraddizioni, alleanze puntuali, accordi, interventi militari hanno contribuito a consolidare la presenza russa sia in termini strategici che nel ruolo di potenza de- terminante nella soluzione del conflitto. 

Mosca non solo ha sostenuto il regime di Assad ma ha perorato, fin dal 2013, la presenza della rappresentanza kurda alle effimere iniziative di pace delle Nazioni Unite, le Conferenze di Ginevra; ha ospitato e ospita tuttora una rappresentanza della Federazione Nord della Siria, ha promosso un dialogo tra Damasco e Qamishlo riconoscendo parzialmente le richieste kurde di modifiche alla Costituzione della Siria su base federale. Pur essendo antitetica agli interessi della Turchia, questa politica ha permesso a Mosca di giocare la “carta kurda” con la Turchia per creare contraddizioni in seno alla NATO e fare fronte alla offensiva economica di USA e dell’Europa con le sanzioni economiche imposte per la “questione Ucraina”. 

In tal senso, il governo russo, a partire dal 2014, ha stipulato una serie di accordi economici e militari con Ankara sviluppando e consolidando quelli già esistenti che hanno portato la Russia a essere, nel 2019, il secondo partner per interscambio commerciale della Turchia: la costruzione dei gasdotti Bluestream e Turkstream, la costruzione della prima centrale nucleare turca a Akkuyu, lo sviluppo di rapporti economici in altri settori come il turismo e quello militare, con l’acquisto del sistema di difesa missilistico S 400. Il sostegno diretto de esplicito del governo Erdogan alle milizie anti Assad, le accuse documentate da parte di Mosca del sostegno di Ankara al ISIS, l’abbattimento, nel novembre 2015, da parte dell’aviazione turca dell’aereo da combattimento russo SU-24 (il primo aereo russo abbattuto da un paese della NATO dal 1952), l’uccisione, nel novembre 2016, dell’ambasciatore russo ad Ankara Andrey Karlov, sono state messe nel cassetto. Questa partnership d’interessi è stata suggellata con gli accordi di Astana e Sochi (2016-18) tra Russia, Iran e Turchia che nei fatti hanno significato l’utilizzo alla luce del sole della “carta kurda” e il via libera ad invadere la Siria del Nord come moneta di scambio nel contesto più ampio del conflitto. 

Il depotenziamento delle milizie anti Assad che assediavano Aleppo ha coinciso con il via libera all’Operazione Euphrate Shield (agosto2016), l’invasione turca per fermare l’avanzata nel Nord della Siria delle Forze Democratiche Siriane (FDS) dopo la liberazione di Mambij. L’accordo militare russo sul Cantone di Afrin nel 2017 ha preparato il terreno per l’operazione Olive Brach marzo 2018 in cambio delle zone di descalation nella regione di Idlib, roccaforte delle milizie anti-Assad, con la presenza di 12 presidi militari turchi. E il recente accordo del 22 ottobre 2019 sottoscritto a Sochi tra Putin e Erdogan legittima, per Mosca, la presenza della Turchia sul territorio siriano ma allo stesso tempo estende la presenza russa al confine con la Turchia dove fino ad ora erano presenti militari statunitensi. 

Trump-USA conflitto d’interessi 

L’arrivo degli elicotteri russi nella base di Sarrin nei pressi di Kobane abbandonata dall’esercito USA il 15 novembre, fotografa una delle conseguenze dell’accordo di Sochi tra Erdogan e Putin. 

Il ritiro statunitense annunciato da Trump con la lettera ad Erdogan il 7 ottobre, che ha dato in via all’Operazione Peace Spring chiude il cerchio della politica altalenante statunitense nei confronti della Amministrazione della Siria del Nord e della Turchia. Del resto sul conflitto siriano il dibattito interno alle amministrazioni statunitense ha visto il contrasto tra Dipartimento di Stato Americano e CIA. 

Il sostegno diretto USA alle Forze Democratiche Siriane è iniziato nel 2015 in concomitanza con l’intervento russo e iraniano a sostegno di Assad e con un cambio di rotta nel sostegno alle milizie anti-Assad e nella lotta contro l’ISIS, che è la motivazione ufficiale della presenza USA in Siria. 

L’osmosi tra le varie milizie e l’ISIS, il sostegno diretto e indiretto della Turchia, oltre al fallimento della creazione di una milizia direttamente controllata dagli USA, con una spesa di 500 milioni di dollari, ha portato l’amministrazione statunitense ad appoggiare le SDF, che sul terreno sono state il più efficace contrasto all’ISIS. 

L’amministrazione Obama prima e Trump poi han- no sempre messo l’accento sul fatto che il sostegno alle SDF non era di carattere politico ma militare nella lotta contro l’ISIS ma non contro il regime di Assad. Ma il sostegno alle SDF, la cui componente principale sono le YPG (Unità di Difesa Popolare) kurde considerate organizzazione terrorista da Ankara, ha comportato un linguaggio duplice nell’attività diplomatica statunitense nei confronti della Turchia. Erdogan ha saputo muoversi su questa contraddizione attaccando gli USA come nessun altro paese della NATO per questo “matrimonio contro natura” (USA-SDF) tirando la corda delle relazioni diplomatiche ed economiche. 

Con l’avvento di Trump alla Casa Bianca la politica statunitense ha assunto toni provocatori, con dichiarazioni roboanti, decisioni annunciate e smen- tite poche ore dopo. Il clima rovente tra i due paesi di fatto veniva disattivato sempre con decisioni che hanno soddisfatto Ankara che continua ad ave- re negli USA il quarto partner commerciale ma soprattutto il primo per quanto riguarda la fornitura d’armi. 

Trump del resto non ha mai negato l’ammirazione per Erdogan e anche il Muslim Ban, legge voluta dal presidente statunitense per limitare l’ingresso di cittadini provenienti da paesi musulmani, non riguarda Turchia Qatar e Arabia Saudita, alleati degli USA . Business is Business. Trump è legato a lobbies pro-Erdogan che operano negli Stati Uniti finanziate a piene mani da Ankara, il che è coerente con gli interessi che lo stesso Trump ha in Turchia rappresentati dalle Trump Tower a Istambul. 

Nonostante le minacce di sanzioni e le accuse rivolte da apparati dello Stato USA al Governo Erdogan, quest’ultimo si muove come se tutto facesse in realtà parte di un copione già scritto. L’arroganza e impunità mostrata durante la visita di Erdogan a Trump a Washington, nel maggio 2017, dalle guardie del corpo del presidente turco nel pestaggio selvaggio contro una manifestazione pacifica è in linea con la nomina, nell’ottobre scorso, a presidente della borsa di Istanbul di Hakan Atilla, direttore della Hal-Bank condannato da un tribunale statunitense per aver violato le leggi sull’embargo all’Iran. 

Nonostante i contrasti interni agli apparati di sicurezza e le promesse degli alti comandi militari statunitensi, Trump ha perseguito una politica di lento abbandono del sostegno alle SDF, non esente da repentini cambi di rotta, giustificando tale scelta con la sconfitta sul campo dell’ISIS. Le pressioni di Ankara hanno trovato terreno favorevole con l’uscita di scena, volontaria o forzata, di uomini dell’amministrazione americana che contestavano l’abbandono delle SDF considerate “il miglior alleato nella lotta contro l’ISIS” e denunciando le complicità turche con l’ISIS come è il caso dell’ex inviato per la Siria Brett McGurk. 

A conferma della diffidenza degli apparati militari USA verso l’alleato NATO turco, c’è l’operazione congiunta USA-SDF che il 27 ottobre ha portato all’uccisione del leader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghda- di a Barisha (Idlib) e di un suo vice, Abu al-Hassan al-Muhajera a Jarablus. Al-Baghadadi si trovava a cinque chilometri da un presidio militare turco mentre Abu al-Hassan al-Muhajera viveva a Jarablus nella striscia del nord della Siria dal 2016 sotto controllo turco dopo l’operazione Euphrate Shield. 

Nonostante queste evidenze Trump ha di fatto spianato la strada all’invasione turca prima con la promessa di pattugliamenti congiunti turco-statunitensi alla frontiera turco-siriana, il ritiro delle SDF e lo smantellamento dei presidi di difesa e poi con l’annuncio del ritiro delle forze statunitensi dalla frontiera che è stata la luce verde all’invasione dell’esercito turco e delle milizie jihadiste del Esercito Nazionale Siriano. Una invasione approvata di fatto anche dalla NATO attraverso il suo segretario Stoltemberg. 

Russia e Stati Uniti hanno ridisegnato nuovi confini dove pluralismo politico etnico e religioso, democrazia partecipativa e di genere sono stati repressi nel sangue. Dove la pulizia etnica annunciata è accettata e il fondamentalismo religioso politico governa quei territori. 

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