Red wall. Il feudo rosso del Nord tradisce il Labour per la Brexit

Le elezioni nel Regno unito. Demolito il «red wall»: gli ex operai non hanno votato per Johnson, ma per il divorzio dall’unione Europea. Al Labour resta la consolazione di Londra

Leonardo Clausi * • 14/12/2019 • Europa, Internazionale • 136 Viste

LONDRA. Queste sono state elezioni politiche solo sulla carta. In realtà erano il secondo referendum, tanto invocato dalle élite liberal cosmo-metropolitane. Che è stato perduto come e peggio del primo, riaffermando la volontà del leave nel modo più netto possibile. La sua vittoria di misura e gli innumerevoli tentativi da parte del fronte del remain di sovvertire l’esito iniziale sono la causa della radicalizzazione del voto del Nord e la decisione di tradire una regola di classe vigente dagli anni Trenta: non si vota, mai, per i conservatori. La lacerazione è profonda e dolorosa: mentre mettevano una croce sui tories nel segreto dell’urna, queste persone sentivano i propri nonni e genitori rivoltarsi nella tomba. Ma è stata l’umiliazione subita negli anni di dimenticatoio in cui erano caduti a fare quella croce. Questa è una classe ex-operaia che afferma orgogliosamente la propria esistenza mandando a quel paese Londra attraverso Bruxelles. Che poi nel farlo si metta nelle mani e interessi dei loro sfruttatori storici, i de Pfeffel Johnson e simili, ebbene, è l’aspetto beffardo e spietato della storia. (Falsa) coscienza di classe, si sarebbe detto un tempo: vale più che mai la pena di ripeterlo ora.

Gli ex operai del Nord dilapidato non hanno votato per Johnson, ma per una Brexit targata Johnson. Gli strilli contro Corbyn sono solo ideologici. Chiunque avrebbe perso al posto suo, chiunque si fosse schierato per il remain. Basta guardare ai centristi spazzati via, non solo i libdem di Swinson. L’errore di Corbyn, casomai, è stato di farlo, e troppo tardi. Resta l’aver avuto il fegato di presentare un programma politico e sociale assolutamente coraggioso e reintrodotto nel lessico politico termini che ne erano stati del tutto espunti: redistribuzione, nazionalizzazione, giustizia sociale.

Queste elezioni sono una faglia dentro una frattura avvolta in una spaccatura, per parafrasare Churchill: quella della Gran Bretagna che esce dall’unione Europea, quella della Scozia che esce dal Regno Unito e quella del nord dell’Inghilterra che divorzia da Londra, l’unico centro dove il Labour ha fatto decentemente. Per tacere della pagina incerta che si apre in Irlanda del Nord, dove i nazionalisti irlandesi hanno vinto a Belfast.

La vittoria elettorale – epocale, spasmodica, biblica – della mediocre compagine governativa guidata da Johnson è merito di David Cameron, che ha indetto il referendum nel 2016 con l’intenzione di perderlo, e di Nigel Farage, che ha ugualmente contribuito a indirlo e a vincerlo. Che però sono solo dei burattini, anche e soprattutto quando sembrano dei burattinai, vedi i Campbell, vedi i Cummings. Ma lo è più che mai della crisi del 2008, occorsa durante la gestione laburista dello status quo. Il paese ha preferito consegnarsi per altri cinque, forse addirittura dieci anni nelle mani dei suoi storici sfruttatori per vedersi offrire in cambio, nient’altro che putrida retorica nazionalista, la stessa che dilaga ovunque in questo occidente rantolante. A Johnson è bastato fingere quel tanto di umanità nel manifesto promettendo la fine dell’austerity per ritrovarsi alla testa di un paese che ora pende dalle sue labbra. E desso, con la maggioranza che si ritrova, è come uno studente al primo anno di disegno che deve affrescare la Cappella Sistina.

* Fonte: Leonardo Clausi, il manifesto

Foto di Maret Hosemann da Pixabay

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