Regno Unito. Johnson a tutta Brexit, Corbyn sconfitto

Gli exit poll assegnano una vittoria schiacciante ai Tories (368 seggi), una maggioranza colossale. Corbyn al minimo storico (291). La Scozia va da sola, i nazionalisti scozzesi dello Snp fanno il pieno: +20 rispetto al

Leonardo Clausi * • 13/12/2019 • Europa • 361 Viste

LONDRA. The horror, the horror… l’incubo di queste quarte elezioni in cinque anni sta prendendo forma. Gli exit poll di Bbc, Itv e Sky, le dichiarazioni di voto di oltre ventimila elettori colti all’uscita dalle urne e diffusi ieri alle ventitré, ora italiana, danno un risultato da sala di rianimazione per Jeremy Corbyn.
Mentre scriviamo i Tories di Boris Johnson sono in testa con 368 seggi (+50 rispetto al 2017 di Theresa May) contro i 191 (-71) del Labour: una maggioranza colossale di 86, superiore a quella di Thatcher nel 1987, contro una débâcle corbyniana più nefasta di quella di Michael Foot nel 1983, la stessa che avrebbe portato all’euforico quindicennio blairiano. Salgono sensibilmente i nazionalisti scozzesi dello Snp a 55 (+20), mentre i Libdem di Jo Swinson restano sul posto con 13 (+1), i nazionalisti gallesi di Plaid Cymru a 3 (-1) e anche ai Verdi resta l’unico seggio che avevano.

Questo day after delle terze elezioni politiche in meno di cinque anni in Gran Bretagna è un incubo. Johnson resta in sella al toro quel tanto che basta a fargli stravincere il rodeo Brexit. Con una simile maggioranza non solo il paese è fuori dell’Ue il prossimo trentuno gennaio: sarà governato dal più gretto, destrorso e fondamentalista esecutivo conservatore in decenni, con una maggioranza sufficiente a fargli intravedere anche un altro mandato: abbastanza per far crescere, invecchiare e morire milioni di britannici da conservatori. Restando così le cose, al momento anche la Scozia sembra fare i bagagli per uscire dall’Unione. Non perdonerà agli inglesi la sonora pernacchia che questo voto fa all’Europa e alla volontà scozzese di farne parte.

L’anno scorso i Tories avevano ottenuto 318 seggi, il Labour 262 e ne era scaturita la paralisi. Se questo film di Wes Craven sarà confermato, il sogno socialista corbyniano che doveva risvegliare la sinistra europea dalla catatonia si è spiaccicato come un moscerino contro il parabrezza di un treno ad alta velocità. Sarebbe la quarta sconfitta consecutiva per il Labour e ora la destra del partito sente l’odore del sangue: la polemica sull’antisemitismo sarà un picnic in confronto alla guerra civile che ribolle dentro il partito.
Non tutto è ancora compiuto. Sono exit poll, stamattina sapremo se tanto dolore sia stato prematuro o addirittura sprecato: ma il pessimismo dell’intelligenza ci suggerisce che non lo è. Si è votato dalle sette del mattino alle dieci di sera nei 650 collegi sparsi fra Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord e Scozia suddivisi in decine di migliaia di seggi elettorali e in un clima plumbeo non solo meteorologicamente. In alcuni seggi ci sono state lunghe code, fatto abbastanza inedito. E ieri erano ancora moltissimi gli indecisi. Che si sono decisi male.

Nell’inflazione di “cruciali” appuntamenti con la storia attraversati dal paese dal 2016, questo lo è davvero: per liberare Brexit dalle secche parlamentari che la intrappolano bisognava cambiare il parlamento. Ed è esclusivamente su questo che il premier Boris Johnson ha puntato la campagna dei conservatori: appellandosi agli scontenti leaver del suo, ma anche del partito laburista. L’uninominale secco in auge qui significa che tutto si giocava nei seggi cosiddetti marginali, quelli che fluttuano fra un partito e l’altro. Una maggioranza per Johnson anche solo di una trentina di collegi sui 326 necessari – ampiamente preconizzata dai sondaggi – avrebbe disincagliato l’accordo di uscita dall’Ue che il Parlamento gli aveva ripetutamente bocciato e rimesso in corso la British Exit. Con questa maggioranza può fare questo e altro. La via verso la trasformazione della special relationship in aperto vassallaggio nei confronti degli Usa di Trump e del paese in una specie di Singapore pornoliberista in aperta concorrenza con l’Europa su tutto è ora sgombra.

Come voleva la legge, ieri i microfoni elettorali sono rimasti muti per non influenzare i cittadini che esercitano la propria facoltà di voto in una giornata cominciata con i vari leader ripresi nei rispettivi seggi. Ai media, sociali e di massa, non è rimasto altro che concentrarsi sullo stupidario di cani, gatti e criceti in attesa dei padroni intenti a votare. Lo avessero fatto al posto loro non sarebbe andata forse così male. Lo sperato colpo di scena del balzo in avanti Labour si aggrappava proprio ai media sociali: se quelli di massa, posseduti da miliardari impostori terrorizzati dalle imposte, hanno fatto di tutto per distruggere Corbyn, è stato proprio attraverso un’intelligente campagna orchestrata dai millennials di Momentum che si è riusciti ad avvicinare alla politica e al voto socialista le nuove generazioni nate nella melma della post-politica. Oltre al fatto, naturalmente, che Corbyn ha ammorbidito di molto le sue posizioni su Brexit e sulla difesa (Nato, Trident) per farsi digerire dai delicati stomaci della maggioranza ex-silenziosa. A questo si doveva l’appoggio ufficiale ottenuto dal Guardian (all’undicesima ora ovviamente) e una certa indulgenza perfino dalle colonne del Financial Times, ormai preda di un lacrimevole pentimento keynesiano. Senza omettere, come al solito, l’imparziale Bbc che suona il piffero ai vincitori, con in prima fila la “bravissima” Laura Kuenssberg: sempre filo-tory, rigorosamente a sua insaputa. Tutto inutile. Hanno vinto la nostalgia per un passato mai vissuto e la speranza in un futuro di frottole.

* Fonte: Leonardo Clausi, il manifesto

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