Un Green deal a scoppio ritardato. L’era del carbone finirà, ma solo dal 2050

Consiglio d’Europa al «Green Deal» di von der Leyen. La Polonia «fossile» chiede tempo

Anna Maria Merlo * • 14/12/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Europa • 307 Viste

Un accordo «molto importante, cruciale», per il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel. Un accordo che «non cambia il calendario del Green Deal», secondo la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. È l’apporto della Ue, terzo emettitore mondiale di Co2, alle conclusioni della Cop25 a Madrid. Nella notte tra giovedì e venerdì, il Consiglio europeo, dopo nove ore di negoziati tra i 27 (Boris Johnson era rappresentato da Charles Michel), ha approvato il Patto Verde presentato la vigilia dalla Commissione e «l’obiettivo comune di neutralità carbone nel 2050». Con una riserva: la Polonia, che alla fine ha accettato di non mettere il veto, ottiene un allungamento dei tempi. «Uno stato, a questo stadio, non ha potuto impegnarsi sulla realizzazione di questo obiettivo», dice il comunicato finale.

Ora le tappe previste sono: a marzo, ci sarà la Legge clima sulla neutralità carbone nel 2050, che non avrà difficoltà a passare (il voto è a maggioranza qualificata, 55% degli stati che rappresentino almeno il 65% della popolazione), a giugno ci saranno gli emendamenti per le tappe intermediarie, cioè la riduzione – tra il 50 e il 55% – delle emissioni di Co2 entro il 2030 (rispetto al 1990). Già da gennaio si sapranno dei dettagli del Meccanismo per la Giusta transizione e sui 100 miliardi destinati a facilitare il passaggio.

L’approvazione del Green Deal è un passo avanti notevole che propone la Ue come modello, tanto più se si ricorda che dopo un primo gruppo che nel marzo scorso si era impegnato per la neutralità climatica nel 2050 (Francia in testa), la Germania si era unita solo a giugno (sull’onda del buon risultato dei Grünen alle elezioni europee). Angela Merkel si è detta ieri «abbastanza soddisfatta» del risultato, «non c’è stata divisione degli europei, c’era solo uno Stato che aveva bisogno di più tempo».

Adesso, bisognerà legare il bilancio pluriennale (2021-27) agli obiettivi climatici: se ne discuterà all’inizio del prossimo anno.

La Polonia ha cominciato con il chiedere una cifra astronomica: 560 miliardi entro il 2030 per chiudere le centrali a carbone e pretendeva di aver tempo fino al 2070. Il primo ministro, Mateusz Mazovicki, ha parlato di «esenzione», di «enorme flessibilità»: «raggiungeremo l’obiettivo al nostro ritmo». Ungheria e Repubblica ceca, gli altri due paesi molto reticenti verso il Green Deal, non hanno seguito la Polonia nell’opt out, ma hanno comunque ottenuto di inserire il nucleare nel mix energetico. «Alcuni stati membri hanno indicato che l’energia nucleare fa parte del loro mix energetico», dice il comunicato. Ungheria e Repubblica ceca hanno già delle centrali, la Polonia le vuole avere (Varsavia non ha nessuna intenzione di importare gas dalla Russia).

La Francia incassa il risultato, che non le dispiace (più del 70% dell’energia elettrica francese è di origine nucleare). Il primo ministro ceco, Andraj Babis, ha insistito: «l’energia nucleare è la nostra via alla neutralità climatica». Ma Austria e Lussemburgo sono nettamente contrarie a questa deriva, la Germania a parole è più prudente, ma il paese ha rinunciato all’energia nucleare dopo la catastrofe di Fukushima. In ogni caso, il Trattato di Lisbona garantisce la sovranità agli stati per quanto riguarda l’energia.

Allo studio dei 27 c’è una carbon tax alle frontiere dell’Unione, per evitare di «importare» Co2 con prodotti realizzati in paesi che non rispettano le norme del Green Deal. Molte industrie la chiedono, tra queste Arcelor-Mittal, che difende la tassa contro la concorrenza di paesi terzi per l’acciaio. La Francia è convinta della necessità di questa tassa, contro il dumping. Ma il Consiglio ha preso una posizione più sfumata, anche perché per fare passare una tassa ci vuole il voto all’unanimità. Inoltre, la carbon tax potrebbe essere considerata protezionismo nascosto dalla Wto e sollevare le furie di Donald Trump, che potrebbe vendicarsi con tasse doganali sui prodotti europei.

Il Consiglio «prende nota dell’intenzione della Commissione di proporre un meccanismo di aggiustamento alle frontiere per settori molto carbonizzati», dice il comunicato finale del vertice.

* Fonte: il manifesto

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