2016-2020. Giulio Regeni, quattro anni senza verità. «Ritirare l’ambasciatore»

Si attendono sviluppi dall’incontro tra team investigativi tenutosi al Cairo. Ma da al Sisi arrivano sempre le stesse scuse

Gilda Mausser * • 25/1/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale • 296 Viste

«Su questa vicenda si gioca il futuro delle relazioni diplomatiche tra i nostri Paesi». Il generale Abdel Fattah al-Sisi sarebbe mezzo avvisato. Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, usa tutta la prudenza necessaria ma lo dice chiaramente: «Siamo fermi alle 13 richieste contenute nell’ultima rogatoria inviata alla procura del Cairo nell’aprile 2019 da quella di Roma, che ha iscritto sul registro degli indagati cinque agenti della National security egiziana. Se l’Egitto continuerà a non dare risposte a quelle richieste, se non procederà all’identificazione e all’incriminazione dei responsabili, l’Italia dovrà seriamente valutare il ritiro dell’ambasciatore».

È quanto chiedono gli stessi genitori di Giulio Regeni, il ricercatore friuliano che il 15 gennaio scorso avrebbe compiuto 32 anni e che esattamente oggi, alle 19.41 di quattro anni fa, venne rapito appena uscito da casa, in un quartiere centrale del Cairo, per poi venire torturato a più riprese, per giorni, con tecniche tipiche dei servizi egiziani, indicibilmente sfigurato e infine ucciso.

PAOLA DEFFENDI e Claudio Regeni hanno chiesto di condividerne lo spirito ai parlamentari e ai rappresentanti delle istituzioni che oggi parteciperanno alle fiaccolate indette da Amnesty International nella loro Fiumicello (a Roma in piazza della Rotonda (Pantheon) dalle 19 e poi «alle 19,41 ultimo momento di cui abbiamo notizie di Giulio, ci sarà un minuto di silenzio» e mille luci si accenderanno), e in tante altre città italiane (ma anche a Berlino). «Stare con noi nel quarto anniversario della scomparsa di Giulio – chiariscono – equivale all’assunzione di impegno e responsabilità vincolanti e comporta la condivisione delle nostre indiscutibili priorità e delle nostre richieste irrinunciabili, prime tra tutte il richiamo dell’ambasciatore».

SEMBRA INFATTI che a poco o nulla sia servita l’interruzione delle relazioni diplomatiche tra la camera dei deputati e il parlamento egiziano voluta dal presidente pentastellato Roberto Fico e decisa dalla conferenza dei capigruppo alla fine del novembre scorso, e men che meno la lettera inviata nelle scorse settimane al presidente al-Sisi dai coniugi Regeni per chiedere al generale golpista di consegnare all’Italia i responsabili dell’omicidio di Giulio. Un appello sostenuto da più di 120 mila firme raccolte on line sul sito di Amnesty International.

Si attendono ora sviluppi significativi dall’incontro tra team investigativi che si è tenuto a metà gennaio al Cairo, dopo che il nuovo procuratore generale egiziano Hamada al Sawi ha rinnovato la squadra di inquirenti promettendo ancora di lasciarli operare «in piena neutralità e indipendenza», «con lo scopo di giungere al vero con un’oggettività totale e trasparenza lontana dalle false informazioni che i media fanno circolare». La scusa è sempre la stessa, però.

INFATTI, COME ricorda Amnesty, da quattro anni «le autorità egiziane si ostinano ancora a non rendere noti i nomi di chi ha ordinato, di chi ha eseguito, di chi ha coperto e ancora copre il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio. Sin dall’inizio esse hanno scelto la tattica del depistaggio, della perdita di tempo, delle promesse non mantenute». Un lasso di tempo in cui il governo di al-Sisi ha continuato a perseguitare, far sparire, torturare gli oppositori e gli attivisti dei diritti umani, compresi alcuni collaboratori della stessa famiglia Regeni, «nel tentativo di incutere paura e spazzare via il dissenso pacifico». E anche l’Italia ha le sue responsabilità: «Loro interlocutori – afferma Amnesty – sono stati quattro, ormai, diversi governi italiani che non hanno saputo o voluto chiedere con la necessaria costanza e fermezza la verità per Giulio».

Il loro rapporto intitolato «Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo», rivela, spiegano gli attivisti, «una vera e propria tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi 14enni, sparire nelle mani dello stato senza lasciare traccia». È ora di scegliere: o complici del regime o in piazza, al fianco della famiglia Regeni, per chiedere il richiamo dell’ambasciatore.

* Fonte: Gilda Mausser, il manifesto

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