392 morti per l’amianto. Nuovo processo per omicidio volontario al magnate Eternit

Mentre vengono rese pubbliche le sue sprezzanti parole, il gup di Vercelli lo rinvia a giudizio per 392 morti a Casale Monferrato

Mauro Ravarino * • 25/1/2020 • Salute & Sicurezza sul lavoro • 264 Viste

TORINO. Omicidio volontario per la morte di 392 persone. È questa l’accusa a cui dovrà rispondere Stephan Schmidheiny, magnate svizzero, l’ultimo padrone dell’Eternit, che ieri è stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Vercelli.

Il gup Fabrizio Filice ha, così, accolto la richiesta dei pubblici ministeri Roberta Brera, Francesco Alvino e Gianfranco Colace, concludendo l’udienza preliminare del cosiddetto «Eternit bis». Non si tratta più del vecchio maxiprocesso, annullato per prescrizione nel 2014, ma di un nuovo percorso giudiziario, scorporato in quattro fascicoli, di cui, questo, è il più corposo e riguarda le vittime di Casale Monferrato (Alessandria), città martoriata da questa infinita tragedia, che negli anni ha ucciso in un comune di 35 mila abitanti oltre 2.500 persone.

CON L’OMICIDIO DOLOSO come capo d’imputazione, il processo si sposta a Novara in Corte d’Assise, dove la prima udienza si svolgerà il 27 novembre prossimo. L’accusa riguarda la morte di 392 persone – lavoratori e cittadini di Casale Monferrato – decedute per le conseguenze dell’esposizione all’amianto tra il 1989 e gli anni Duemila.

Soddisfatte le parti civili, in primis l’Afeva, l’associazione dei familiari delle vittime. Nicola Pondrano, già operaio dell’Eternit, poi sindacalista Cgil, uno dei leader di questa quarantennale lotta, è sollevato: «Tutti hanno diritto ad avere giustizia. Se Schmidheiny fosse stato giudicato da un tribunale monocratico a Vercelli per omicidio colposo avremmo perso, per via della prescrizione, l’80% della rappresentanza delle 392 persone morte per mesotelioma (il tumore causato dall’amianto, ndr). Adesso, anche se l’imputazione è molto delicata, lotteremo».

FAMILIARI E ATTIVISTI, MEMORI della cocente sconfitta del 2014, sanno che la strada è ancora lunga e tortuosa. Li rincuora, però, la decisione del gup di Vercelli, che ha smontato tutte le eccezioni sollevate dalla difesa. A partire dal principio «ne bis in idem» su cui ha provato a far nuovamente leva la difesa dell’imputato, sostenendo che, essendo già stato processato a Torino, in realtà per un altro reato (disastro ambientale doloso), non poteva più esserlo. «Riprocessare Schmidheiny è una tortura», ha detto nella penultima udienza l’avvocato Astolfo Di Amato.

Ad infiammare la vigilia sono state le dichiarazioni di Stephan Schmidheiny al settimanale svizzero “Nzz am Sonntag”, passate inizialmente sottotraccia fino a quando non sono state rilanciate da Area Unia, quindicinale elvetico in lingua italiana dedicato al lavoro. «Dentro di me provo odio per gli italiani e io sono il solo a soffrire per questo. Non ho intenzione di vedere una prigione italiana dall’interno», ha detto, sprezzante, l’imprenditore svizzero. Aggiungendo: «Quando oggi penso all’Italia, provo solo compassione per tutte le persone buone e oneste che sono costrette a vivere in questo Stato fallito». Dichiarazioni forti, senza un cenno di vergogna o pentimento.

Dentro di me provo odio per gli italiani. Sono stato torturato. Non ho intenzione di vedere una prigione dall’interno. Dopo 40 anni dai fatti si viene perseguitati

Schmidheiny si sente un perseguitato, il suo legale aveva addirittura parlato di «tortura di Stato». «Dopo 40 anni – ha sottolineato nell’intervista il magnate svizzero – si viene accusati di omicidi di massa e perseguitati. Per risolvere il problema dell’amianto abbiamo fatto tutto il possibile».

SI TRATTA DI PAROLE che hanno sollevato un moto di indignazione, a Casale, dove ogni anno muoiono cinquanta persone di mesotelioma, e non solo. Parole che sono state richiamate all’uscita dal tribunale di Vercelli dai familiari dell’Afeva: «Oggi (ieri, ndr) qualcuno finalmente ci ha ascoltato e soprattutto abbiamo fatto vedere che non siamo un popolo di falliti. La vera battaglia comincia adesso».

* Fonte: Mauro Ravarino, il manifesto

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