Cile, studenti in lotta contro il test classista di ingresso alle università

Azione collettiva contro il Psu, l’esame che apre (o chiude) le porte delle università: licei occupati e attacchi hacker. Il governo minaccia la repressione, ma intellettuali, artisti e docenti stanno con i giovani

Claudia Fanti * • 10/1/2020 • Internazionale • 281 Viste

Sono proprio gli studenti il maggiore incubo del governo Piñera. Sono stati loro ad aver dato inizio alla rivolta sociale con l’«evasione di massa» cominciata il 14 ottobre, quando in migliaia hanno scavalcato i tornelli della metro senza pagare per protestare contro l’ennesimo aumento del costo del biglietto della metropolitana, rivendicando un trasporto di qualità e accessibile a tutti.

E sono ancora loro, in questo inizio d’anno, a dar vita a una massiccia protesta contro lo svolgimento dei test di ingresso alle università, noti come Psu (prova di selezione universitaria), uno dei pilastri su cui si fonda il sistema di disuguaglianza cileno. Una prova che, al di là della sua dubbia efficacia nel valutare la preparazione degli studenti, pone sullo stesso piano giovani usciti da un sistema scolastico profondamente eterogeneo ed escludente, a tutto vantaggio dei figli delle élite che hanno frequentato i collegi privati. Che il Psu sia uno dei principali strumenti del modello educativo classista dominante nel paese lo si ripete del resto anno dopo anno, ma senza mai prendere provvedimenti.

E così stavolta, nel quadro della rivolta anti-governativa in corso, gli studenti sono passati all’azione. Sotto la guida dell’Assemblea di coordinamento degli studenti delle secondarie (Aces), migliaia di giovani hanno boicottato, con occupazioni di licei e barricate, lo svolgimento della prova, ottenendo la sua sospensione in più di 80 istituti, oltre a quella a livello nazionale del Psu di Storia, il cui test sarebbe trapelato all’esterno grazie all’azione di hacker. Immediata l’ira del governo e delle élite, con conseguente attivazione di tutto l’apparato repressivo dello Stato.

«Stavolta non si tratta di persone incappucciate, contro cui la giustizia non può far nulla, ma di giovani a volto scoperto, con nomi e cognomi, che saranno ritenuti responsabili penalmente e civilmente del danno causato a migliaia di giovani», ha minacciato la ministra dell’Educazione Marcela Cubillos, degna figlia di un ministro pinochetista.

Già 16 gli studenti denunciati nel quadro della legge di sicurezza interna dello Stato, tra cui i giovanissimi portavoce dell’Aces, Ayelén Salgado e Víctor Chanfreau. In loro difesa si è schierato un enorme numero di intellettuali, docenti, artisti, dirigenti sociali, esponenti politici e lavoratori di ogni tipo: «Non si tratta – hanno scritto in una lettera di solidarietà – di un conflitto che porrebbe studenti contro studenti, come sostengono alcuni, bensì di una lotta contro un sistema di acceso universitario funzionale al modello economico che perpetua la disuguaglianza».

«Il processo di ammissione continua», ha comunque rassicurato il vicepresidente del Consiglio dei rettori delle università cilene Aldo Valle, annunciando misure straordinarie per garantire a chi non ha potuto sostenere la prova il diritto di farlo «senza paura e diffidenza». Ma ha ammesso: questo, per il Psu, sarà probabilmente l’ultimo anno.

* Fonte: Claudia Fanti, il manifesto

 

ph by Carlos Figueroa [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)]

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