Francia. Ancora tutti in piazza contro la riforma delle pensioni e Macron

Duecento i cortei nel paese, la Cgt conta oltre 1,3 milioni di persone. Non solo ferrovieri e macchinisti dei trasporti pubblici parigini, ma anche avvocati, ospedalieri, insegnanti e ricercatori universitari

Anna Maria Merlo * • 25/1/2020 • Lavoro, economia & finanza nel mondo • 161 Viste

PARIGI. Cinquantunesimo giorno di scioperi e settimo appuntamento per i cortei nelle principali città francesi, nella giornata-chiave di ieri: il testo della riforma delle pensioni è stato presentato in Consiglio dei ministri. Il 30 gennaio ci sarà la prima riunione del tavolo di negoziato tra sindacati e padronato sul finanziamento delle pensioni (per trovare una via alternativa all’età di equilibrio a 64-65 anni), poi dal 3 febbraio le audizioni dei vari ministri e dal 17 ci sarà la discussione in Parlamento, con un primo voto previsto all’inizio di marzo (poi ci sarà una tregua per le elezioni comunali, il 15 e 22 marzo). Ma mercoledì prossimo, il 29, la Cgt, Fo, Sud, Solidaires, Fsu hanno già convocato un altro giorno di manifestazioni contro la pensione a punti e la richiesta resta sempre il “ritiro”.

ALLA VIGILIA della giornata di protesta ci sono state delle fiaccolate di protesta in varie città («retraite» è la pensione ma «retraite aux flambeaux» è la fiaccolata). La tensione non si allenta, il tempo passa e il governo non cede, anche se ha ritoccato qui e là il testo, per tener conto delle rivendicazioni di alcune categorie.

C’era molta gente in piazza di nuovo ieri, 1,3 milioni per la Cgt (249mila secondo la polizia). A Parigi, la Cgt parla di 350-400mila persone (127mila per l’Afp), in un corteo dal percorso inabituale, da République fino a Concorde, cioè a due passi dall’Eliseo, bersaglio dei gilet gialli, che ieri erano presenti alla manifestazione. Gli scioperi sono invece un po’ in calo, meno treni fermi, nessuna linea della metropolitana chiusa. Ma in piazza, accanto a ferrovieri e macchinisti dei trasporti pubblici parigini, c’erano altre categorie: gli avvocati, che non vogliono perdere la gestione separata, gli ospedalieri che denunciano la crisi negli ospedali, gli insegnanti, che protestano anche per la riforma del “Bac” (la maturità), i ricercatori universitari che temono le novità in arrivo, agitazione anche nei musei (uno striscione «cultura in sciopero» uscito da una finestra del Louvre mentre passava il corteo, la Tour Eiffel chiusa), dei giornali hanno pubblicato ieri anche un testo redazionale contro la pensione a punti.

Il governo ha preparato un mattone di mille pagine per cercare di spiegare una riforma che presenta come “equa” rispetto ai 42 sistemi attuali. Ma la parola del governo è svalutata, serpeggia la paura di cadere in una trappola che alla fine farà “tutti perdenti”.

IL TEMPO PASSA, ma la legge non è accettata, perché il contenuto resta confuso e l’opposizione si concentra sull’età “di equilibrio”, cioè su un aumento dell’età pensionabile per far quadrare i conti (che all’inizio era un elemento escluso dal nucleo centrale della riforma di sistema, ma che poi il primo ministro, Edouard Philippe, lo ha messo in primo piano): secondo un ultimo sondaggio, il 61% chiede il ritiro; il 51% appoggia la protesta, anche se il 56% vorrebbe la fine degli scioperi. Alcuni calcoli dicono che la differenza tra le pensioni più alte e quelle più basse (che saranno alzate) diminuirà con la nuova legge, ma sono argomenti che non riescono a convincere. La ministra del Lavoro, Muriel Pénicaud, afferma che «il testo sarà fondamentalmente modificato ed emendato, il Parlamento non è una camera di registrazione», ma nei cortei molte critiche sono anche rivolte alla Cfdt, il principale sindacato francese, che difende la pensione a punti ed è disposto a sedersi al tavolo della trattativa.

EMMANUEL MACRON, nel viaggio di ritorno da Israele, ha condannato le violenze che negli ultimi giorni hanno avuto luogo qui e là, a cominciare dai tagli della corrente, additando come responsabili «discorsi politici estremamente colpevoli», che hanno «insediato nella nostra società l’idea che non saremmo più in democrazia». Jean-Luc Mélenchon della France Insoumise risponde: «Macron è il solo responsabile di tutta questa violenza nel paese perché l’ha creata attraverso un progetto di riforma senza oggetto, poi perché è rimasto indifferente all’impatto economico e infine perché è indifferente alla sofferenza della gente. È veramente un comportamento monarchico». Per Mélenchon, «Macron ha rinunciato a convincere, vuole vincere, e questo è il peggio in una società democratica».

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto

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