Il lavoro che uccide. Nel 2020 già 14, 1437 lo scorso anno

A Busca (Cuneo), Casale Monferrato, Cavaion Veronese, Milano Tragedia scampata nello scontro tra treni nella metro a Napoli. Nel 2020 la tremenda contabilità è ricominciata , dopo i 1.437 decessi dell’anno scorso

Roberto Ciccarelli * • 15/1/2020 • Lavoro, economia & finanza, Salute & Sicurezza sul lavoro, Studi, Rapporti & Statistiche • 457 Viste

Omicidi bianchi. Le storie delle vittime e dei loro mestieri. Come rendere giustizia a queste vite?

Un elettricista, un lattoniere, un giardiniere, un operaio caposquadra. Sono i mestieri che svolgevano i quattro morti che hanno riaperto il libro delle stragi del lavoro nel 2020: già 14 dall’inizio dell’anno, 1437 sono deceduti l’anno scorso, compresi quelli sulle strade. Questa contabilità però è insostenibile. Raccontare le storie delle vittime a partire dalle loro attività è un modo per provare a rendere giustizia davanti a un evento inaccettabile, mai frutto di una fatalità, bensì del singolare e tragico punto di arrivo di un’organizzazione del lavoro.

DANIELE PERONCELLI aveva 32 anni, faceva l’elettricista, è morto schiacciato da un carrello elevatore nello stabilimento nella Trae, una ditta di autotrasporti di Busca nel Cuneese, dove lavorava da esterno per una ditta. È stato soccorso, ma non ce l’ha fatta. Questo lavoratore autonomo, appassionato di calcio e pesca, era conosciuto dalla comunità, attivo nella Pro Loco, si era candidato nel 2014 alle amministrative di Busca. Attivista della prima ora del Movimento Cinque Stelle ha dato un contributo anche nell’ultima elezione del 2019. Oltre ai carabinieri e ai vigili del fuoco sul posto dove ha perso la vita Daniele è arrivato anche il sindaco Marco Gallo.

FRANCESCO GEBBIA, di 57 anni, faceva il lattoniere. È un mestiere importante. Serve per fabbricare, installare e riparare lamiere metalliche: per questo è anche chiamato «lamierista». Fondamentale per gli impianti di riscaldamento e di condizionamento o per la carrozzeria delle auto. Francesco è morto ieri in via Setificio a Casale Monferrato nel quartiere di Porta Milano, probabilmente per un malore. La scena è stata osservata da una vicina di 43 anni che, dopo avere aperto una finestra, ha visto Francesco riverso sul ponteggio. Servono pochi istanti per salvare una vita. I medici del 118 sono arrivati subito, hanno cercato per oltre mezz’ora di rianimare l’uomo. Inutilmente, purtroppo. Si muore così su un’impalcatura in Italia. A 57 anni.

CI SONO MORTI che, al momento in cui si scriviamo, non si possono raccontare perché restano coperte da un freddo lancio di cronaca. È successo a Cavaion Veronese (Verona) dove un uomo è morto folgorato mentre stava potando alcuni alberi. Durante i lavori di potatura avrebbe toccato un cavo elettrico che ha prodotto una scarica fatale. L’atrocità riassunta in poche righe, la lunghezza che non ha speranza, nemmeno per restituire oggi all’anonimato un’identità.

RAFFAELE IELPO, operaio di 42 anni, è morto l’altro ieri a Piazza Tirana a Milano. È stato sepolto dai detriti mentre lavorava a 18 metri di profondità nel cantiere della linea 4 della metropolitana che collegherà Linate a San Cristoforo. Raffaele veniva da Lauria, in provincia di Potenza, assunto da Metro blu, un consorzio di costruttori guidati da Salini Impregilo. Faceva il caposquadra e aveva un’esperienza enorme ha detto Fabio Terragni, presidente della società M4. Il sindaco Beppe Sala che ha incontrato i fratelli e la sorella di Raffaele ha spiegato una parte del lavoro nei cantieri a Milano: «Questo è anche un mestiere di chi lavora sottoterra che sembra quasi delegato a famiglie lucane, calabresi», alle «fiere famiglie del sud». Come ieri, oggi la «smart city» si fonda letteralmente anche sul loro lavoro, oltre che su quello di chi arriva da altri continenti. Il cordoglio per questa morte è stato nazionale: è arrivato sia dal consiglio comunale di Milano, sia da quello regionale della Basilicata. Mille e più chilometri uniti dalla morte di un uomo.

LO SCONTRO tra treni, uno pieno e l’altro vuoto, tra le stazioni di Chiaiano e Piscinola sulla linea uno della metropolitana di Napoli ieri poteva creare una strage perché anche un terzo convoglio è stato coinvolto. Cinque sono stati ricoverati all’ospedale Cardarelli, tra i quali due macchinisti, uno per trauma toracico e l’altro per trauma cervicale. Altri 12 passeggeri sono stati curati sul posto. La strage poteva essere tremenda, le conseguenze inimmaginabili, i lutti devastanti. Non è accaduto. Il racconto del lavoro attraverso le morti che produce abitua al peggio. Ed è forte il sollievo quando non avviene. Dalle prime ricostruzioni è emerso che già in passato ci sono stati problemi di frenata per i i treni in servizio al mattino in quel tratto. Si indaga sulla ragione per cui il sistema di sicurezza non ha fermato i treni. La linea è dotata di tecnologie d’avanguardia che intervengono in casi di errore umano. Decisive sembrano le condizioni di lavoro, e lo stress a cui è sottoposto il personale. Usb ha denunciato la campagna d’odio contro i lavoratori dei trasporti. Per il sindacato è la conseguenza del programmatico discredito contro la categoria. Sfuggite a una tragedia, colpite dallo «hate speech» sui media sociali. Un’altra storia di vite sopravvissute al lavoro.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

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