Iran, gli Usa sanzionano quello che rimane: alluminio acciaio e sei autorità

Come già annunciato dal presidente Trump, il Tesoro Usa ha imposto nuove sanzioni. Per gli iraniani, quest’ultimo round di sanzioni a stelle e strisce non è che una goccia in un mare di problemi, non solo economici.

La Repubblica islamica è già sottoposta a massima pressione e gli americani non sanno più che cosa sanzionare. Sulle medicine e sulle materie prime necessarie all’industria alimentare non ci sono sanzioni, ma gli statunitensi non accettano ordini dai clienti iraniani e quindi non sono reperibili.

IERI, OLTRE A DIVERSE SOCIETÀ operative nell’alluminio, nel rame, nell’acciaio, ovvero nel settore minerario già preso di mira ancora prima dell’oil&gas, nella lista nera del Tesoro Usa sono finiti sei personaggi: il militare delle forze armate Ali Abdollahi che durante la presidenza del conservatore Ahmadinejad era stato governatore di una provincia e vice ministro; il religioso conservatore ed ex deputato Mohammad Reza Ashtiani; il religioso conservatore Mohsen Qomi, membro dell’Assemblea degli esperti incaricata di scegliere la prossima Guida suprema; l’ex capo dei pasdaran Mohsen Rezai, segretario del Consiglio per l’interesse nazionale che dirime i contenziosi tra parlamento e Consiglio dei Guardiani; il segretario del Consiglio supremo di sicurezza Ali Shamkhani; il comandante delle milizie basij Gholamreza Soleimani.

Su di loro incombono le sanzioni secondarie: gli Stati Uniti potranno imporre sanzioni a tutti coloro, anche fuori dal territorio americano, che avranno a che fare con questi sei individui oppure con società che a loro fanno capo.

TRATTANDOSI DI MEMBRI del clero sciita e di militari è assai probabile che i loro interessi siano confinati alla Repubblica islamica e non abbiano necessità di recarsi all’estero nemmeno per lavoro, fatta eccezione forse per Siria e Iraq, dove non avranno problemi.

Ad avere qualche timore per quello che sta succedendo all’Iran sono le monarchie arabe del Golfo. Da tempo, sauditi ed emiratini morivano dalla voglia di vedere la potenza militare statunitense scatenarsi contro gli ayatollah. Hanno applaudito l’assassinio del generale Soleimani per mano del presidente statunitense Trump ma, quando si sono resi conto che ci sarebbe potuta essere davvero la guerra tra Iran e Usa, si sono preoccupati sul serio: il conflitto li avrebbe coinvolti? Ne sarebbero usciti indenni?

OPPURE LA VENDETTA dei pasdaran si sarebbe estesa agli alleati arabi degli americani, colpevoli di ospitarne le basi militari? La destabilizzazione della regione non fa bene a nessuno, tanto meno al business e gli arabi sono un popolo di mercanti. Il principe ereditario saudita Muhammad bin Salman è un guerrafondaio e finora ha solo fatto danni: dopo cinque anni di guerra in Yemen i sauditi e i loro alleati sono impantanati e non sanno come uscirne. L’aiuto del Pentagono non è servito se non ad uccidere 91.600 yemeniti e a ridurne alla fame 22,2 milioni.

I SAUDITI SANNO di non poter contare su Trump perché nulla aveva fatto lo scorso settembre quando sono state colpite le loro infrastrutture petrolifere. La percezione di pericolo delle monarchie sunnite del Golfo si è accentuata con l’assassinio di Soleimani: la vendetta dei pasdaran avrebbe potuto tirare nel baratro i suoi vicini arabi. In primis il Qatar perché pare che il drone che ha ucciso il generale sia partito dalla base aerea Al Udeid.

La dinastia al-Thani non ne sarà stata informata ma se così fosse si potrebbero incrinare i rapporti laddove è invece opportuno che Doha sia in buone relazioni con Teheran: condividono un enorme giacimento di gas nel Golfo e gli iraniani hanno dato una mano, con il boicottaggio saudita, a rompere l’isolamento fornendo viveri e permettendo il passaggio dei voli commerciali nel proprio spazio aereo.

Non è un caso che, ucciso Soleimani, il ministro degli Esteri qatarino sia subito andato a Teheran a porgere le condoglianze al presidente Rohani.

* Fonte: Farian Sabahi, il manifesto

 



Related Articles

SE L’ATTICO DI KNIGHTSBRIDGE FA TREMARE I FONDI PENSIONE

Un meccanismo di trasmissione del contagio Brexit è lo scoppio della bolla immobiliare inglese

Il conto salato dell’austerità: 1,1 miliardi di tasse in più

CGIA · Nella legge di stabilità c’è l’incognita «Trise»
L’imposta che sostituirà Imu e Tares rischia di far saltare il banco del fisco: «Tutto dipende dai sindaci» La Confederazione degli artigiani e delle piccole imprese di Mestre (Cgia) ha rivelato una delle conseguenze della legge di stabilità modello larghe intese: nel 2014 gli italiani pagheranno 1,108 miliardi di euro di tasse in più.

Chomsky: la Cina non è una minaccia

Tradotto da Bianca Baggiani 
Global Voices Italia

“Non è lo sviluppo di Pechino a rappresentare una sfida per gli Stati Uniti, ma la sua indipendenza”. La Cina è diventata lo stabilimento industriale del Nord Est asiatico, ma il suo sviluppo ha costi ambientali molto alti, che qualcuno dovrà  pagare
Il 13 agosto, Noam Chomsky ha tenuto una lezione all’Università  di Pechino. Chomsky, uno dei maggiori intellettuali pubblici della nostra epoca, è famoso per il suo attivismo politico e i contributi alla linguistica e alla filosofia. L’intervento, intitolato ”Ai perimetri dell’ordine mondiale: continuità  e cambiamento”, ha trattato soprattutto delle due minacce prioritarie con cui l’umanità  si sta confrontando: le guerre nucleari e il degrado ambientale.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment