Le ambivalenze dell’anno alle spalle e di quello che ci aspetta

E se, anziché dispensare consigli, provassimo a fare almeno un po’ la nostra parte di umili e normali portatori di resistenza e conflitto nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo

Marco Revelli * • 1/1/2020 • Movimenti, Politica & Istituzioni • 381 Viste

“Prepariamoci al peggio”. Questo, e non altro mi verrebbe da dire, se mi limitassi a guardare l’Italia “dell’Alto”. Quella delle pratiche istituzionali, del Governo, della classe politica tutta, a 360 gradi. Il Palazzo, diciamo. E anche le sue pertinenze.
A questo livello il 2019 è stato l’”anno delle vergogne” (al plurale, come le “pudende”). L’anno delle panze ministeriali sciorinate in spiaggia a beneficio della suburra plaudente, dell’inno nazionale sguaiatamente cantato tra le chiappe delle cubiste e il trincaggio di moijtos mentre, tra l’uno e l’altro, si invocavano i fatidici “pieni poteri”. Più grave, e drammaticamente, l’anno dei proclamati “porti chiusi” a chiamare la marmaglia facebooccara a plaudire ai naufragi con l’osceno “mangino i pesci”… Insomma, è stato l’anno del definitivo viraggio del populismo nostrano, dall’originaria vocazione trasversale destra-sinistra in nome di un universale disagio verso l’establishment, alla conclamata dimensione di destra radicale, autoritaria, intollerante, xenofoba e cultrice dell’inumano. Involuzione iconicamente rappresentata nel Governo “Conte 1” dal passaggio di egemonia dal fragile Di Maio al corpulento Salvini. Dopo, da agosto in poi – da quando col “Conte 2” il secondo dei due Giuseppi ci ha salvato dal rischio che quell’invocazione prepotente di pienezza dei poteri si materializzasse nelle urne – il ’19 è diventato anche l’”anno del masochismo”.
Fin dal giorno stesso della nascita di quell’esecutivo d’”emergenza democratica” ci si sarebbe potuto ragionevolmente aspettare che i frastornati costruttori di quella sorta di arca di Noè, miracolosamente sopravvissuti al naufragio di se stessi grazie al clamoroso autogol del “Capitano”, avrebbero messo quella maggioranza stiracchiata e fragilissima sotto una campana di vetro. Almeno fino all’approvazione di una legge elettorale proporzionale in grado di mettere l’ordine repubblicano al sicuro da colpi di mano e colpi di sole da parte di una destra arrembante e minacciosa. Che avrebbero posto rigorosamente la sordina ai propri brontolii gastrici, alla tentazione delle picche e delle ripicche, alla forza disgregante di differenze che sono radicate nel tempo e nell’antropologia stessa dei protagonisti per alzare, per una volta almeno, lo sguardo all’”interesse generale”. Insomma, ci si sarebbe potuti illudere che la salus rei publicae, se non altro per istinto di conservazione, avrebbe prevalso sugli animal instints. Invece no. Non avevano neanche finito di giurare che hanno incominciato a farsi i dispetti, piantare bandierine, disputare e costruire trappolette su tutto: l’Ilva e lo “scudo penale”, Atlantia Autostrade e la revoca revocata, la prescrizione cancellata e la cancellazione della cancellazione, le liste in Emilia Romagna e in Calabria e le follie della piattaforma Rousseau, il salvataggio della Banca Popolare di Bari e le impopolari minacce al reddito di cittadinanza (il “totem” minacciato di distruzione dalla Bellanova), oltre alla riforma elettorale che doveva esser fatta per il 31 dicembre e di cui non si vede neanche la bozza… Una catena di atti più o meno ostili e più o meno mancati, nessuno di per sé in grado di far crollare il fragile castello di carte (che infatti è sopravvissuto a tutti colpi di vento) ma sintomatici di un clima di ripetuta e reciproca ostilità di cui ci si può domandare la ragione apparendo, a chiunque li guardi da fuori, irragionevoli.
La prima ragione, la più evidente, è che quella compagine si è incorporata un ingrediente altamente tossico quale è appunto quel Matteo Renzi la cui natura di vascello corsaro – anzi di vero e proprio pirata della politica – abbiamo conosciuto tutti da almeno un quinquennio, da quell’”Enrico stai sereno” che ne svelava, shakespearianamente alla luce della ribalta, la vocazione al tradimento e all’agguato, allo spregiudicato gioco d’azzardo e al piacere della distruzione e dello scompaginamento, simbolo di una politica senza legge e senza onore in cui il vizio del rinnegamento della parola data sta ben inciso sui cappelli che di volta in volta s’indossano. E’ lui che con un colpo d’ala da gran maestro – bisogna ammetterlo – quando ancora Zingaretti si sgolava ad annunciare la determinazione ad andar dritto alle elezioni costi quel che costi pur di togliersi quella spina dal fianco, aveva “deciso” la nascita del “Conte 2”, nel momento in cui appunto gli serviva prender tempo per preparare la “sua” scissione. Ed è lui a tenere oggi per la gola quello stesso governo, pronto a lasciarlo andar giù appena gli sembrerà utile farlo, o quando le sue pulsioni distruttive lo spingeranno al gesto estremo.
Ma poi c’è una seconda ragione, per certi versi persino più preoccupante, ed è l’estrema fragilità personale di tutti gli altri protagonisti di un gioco che il sistema dei media ha reso terribilmente personalizzato, in cui sono spariti dai riflettori – ma anche dalla pratica – i corpi collettivi, le strutture organizzate, i “soggetti politici” che avevano dominato la scena nel ‘900, e sono rimasti questa specie di avatar, incerti sul proprio presente e sul proprio futuro. “Capi” senza code, sempre in bilico su fragili zattere galleggianti su un consenso liquido, volatile, verrebbe da dire addirittura gassoso, pronto a svanire a ogni refolo di vento, e per questo fibrillanti. Bisognosi ogni volta di alimentare la propria visibilità, di potenziare un Se in realtà vuoto, attraverso il più spettacolare degli espedienti, la contrapposizione, il duello, il micro-conflitto posizionale…
Per questo continueremo a vivere nell’incertezza, con un quadro politico sempre aperto all’imprevisto, all’incidente di percorso, alla votazione storta soprattutto al Senato, che lo vogliano o meno gli pseudo-leader che dicono di controllare il gioco in realtà subendolo. E se questo accedesse, se prima o poi si finisse dritti alle urne, da queste potrebbe davvero uscire l’idrovora che prosciugherà il nostro futuro facendosi, in un colpo solo, Presidente della repubblica, Corte Costituzionale e – dio ce ne scampi – una qualche riforma della Carta che ne sfregi il residuo profilo alto che i costituenti le diedero… Il “Peggio”, appunto, di cui parlavo all’inizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se però guardo all’Italia “del Basso” – quella che si rappresenta non nel Palazzo ma nella Piazza – l’orizzonte si fa diverso. Forse aveva ragione Hölderlin quando scriveva che “lì dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Le piazze piene delle scorse settimane che cantavano sottovoce “Bella ciao” e alzavano in alto il testo della Costituzione lasciando che fosse quello a parlare, nascevano certamente dalla percezione del pericolo, ma mettevano in campo davvero qualcosa che salva. O che “può salvare”. Alludevano a un’Altra Italia (che c’è, che non è stata dissolta dai riti blasfemi degli agitatori di rosari e di croci celtiche e nemmeno dalle rottamazioni compulsive). A un altro orizzonte. A un altro possibile esito. Dialogavano, quelle piazze – s’intrecciavano, si sovrapponevano – con altre piazze, altri boulevard strapieni di corpi serrati come sardine, quelli dei Fridays for Future. Le ragazze e i ragazzi “di Greta”: il futuro – quelli che abiteranno il nostro futuro – d’improvviso materializzatosi nel presente a chiederci conto del nostro cattivo passato. Dei nostri ottusi successi da homo faber impazzito, nel trasformare il mondo in un pianeta invivibile. E anche delle nostre sconfitte, nel non aver saputo arginare il degrado prima, e poi l’imbarbarimento, della politica. Nel non aver saputo fermare il saccheggio globale pur globalizzando lo spazio in cui quel saccheggio avveniva.
Certo, quelle piazze e quei cortei non erano composti solo da millennials. Soprattutto le prime, quelle delle Sardine, erano visibilmente plurali, trasversali, eterogenee per età, composizione sociale, appartenenza politica (era quello il loro surplus di valore). E anche nei venerdì di mobilitazione per conservarci un futuro, mescolati alla marea di volti giovani e giovanissimi c’erano visi più attempati e non arresi. Ma l’iniziativa – la funzione di starter -, la “chiamata”, era stata loro: di una generazione di “innocenti” ben determinata a non vedere una nuova “strage degli innocenti”. Gli adolescenti, i ventenni, i nati nell’ultimo quarto di secolo, persino un certo numero di trentenni, sono loro a tenere in mano il timer dell’innesco. E a me che sono un nostalgico viene alla memoria l’appello che diede fuoco alle polveri del Sessantotto a «non fidarsi di nessuno che abbia più di 34 anni» rivolto da Jerry Rubin ai propri coetanei (34 erano gli anni trascorsi da Pearl Harbor). Scrisse allora la grandissima Hannah Arendt: “Ci troviamo di fronte a una generazione che non è affatto sicura di avere un futuro”, perché il futuro “è come una bomba a orologeria sepolta, ma che fa sentire il suo ticchettio nel presente” (si sfiorava allora la possibilità di un’apocalisse nucleare). E aggiunse: “Alla domanda che abbiamo sentito tanto spesso: ‘Chi sono coloro che fanno parte di questa generazione?’ si è tentati di rispondere: ‘Quelli che sentono il ticchettio’. E all’altra: ‘Chi sono quelli che lo ignorano in modo assoluto?’, la risposta potrebbe benissimo essere: ‘Quelli che non sanno, o rifiutano di affrontare le cose come realmente sono’”. Sembra scritto oggi.
Così come sembrano scritti oggi alcuni dei più significativi passaggi del Port Huron Statement, il documento “seminale”, chiamiamolo così, o “profetico”, dell’SDS americana che – concepito all’inizio degli anni ’60 – anticipò le basi cultuali ed esistenziali del gigantesco movimento di protesta giovanile che avrebbe segnato la fine di quel decennio. Per esempio il punto in cui i giovani di allora dicevano di sentirsi, nel loro lavoro di sensibilizzazione e mobilitazione, guidati, anzi spinti, “dalla sensazione di essere forse l’ultima generazione che vivrà prima della distruzione totale”. O l’altro, in cui si indicava il “paradosso più eclatante” della propria condizione nel fatto di essere “noi stessi impregnati di urgenza, mentre il messaggio che la società ci manda è che non ci sono alternative praticabili allo stato di cose presente”.
D’altra parte sono loro, i nati a ridosso del passaggio di secolo e di millennio – quelli che non portano nessuna responsabilità diretta o indiretta per l’atroce stato del mondo in cui si sono trovati “gettati” -, i portatori degli unici messaggi di speranza oggi. Non solo per quanto riguarda le mobilitazioni transnazionali sul clima o quelle italiane di resistenza all’imbarbarimento del costume e della politica. Anche nel caso delle ultime elezioni inglesi, dove l’(apparentemente) schiacciante vittoria di Boris Johnson e del suo ultraliberismo autoritario sembrerebbe chiudere ogni orizzonte nel quadro di un Regno unito andato in pezzi e della trasformazione della piattaforma insulare inglese in un gigantesco paradiso fiscale per il riciclaggio dei flussi finanziari globali sull’asse atlantico, anche lì i segnali più luminosi in controtendenza vengono da un mondo giovanile evidentemente non contaminato. Le analisi di flusso offerte da YouGov (di cui abbiamo offerto un’ampia documentazione in questo sito) ci dicono che al di sotto dei trent’anni la stragrande maggioranza degli elettori (quasi il 60%) ha scelto il Labour di Jeremy Corbyn (alla faccia della falsa rappresentazione mediatica e delle manipolazioni blairiane e renziane che lo vorrebbero “vecchio” e “obsoleto”). Il “successo” di Johnson è maturato tra gli anziani (57% contro appena il 22% per Corbyn) e tra i vecchi, con più di 70 anni (67% a 14%), quelli che chiudevano la porta in faccia alle ragazzine e ai boys di Momentum che battevano le desolate ex città industriali nel North England piene di pensionati disillusi e di disoccupati o semi-occupati inveleniti col mondo.

Forse non sbaglia l’articolista di Repubblica – Marino Niola – a definire questo “l’anno delle Generazioni in testacoda”. Nel senso che – come scrive – “è sempre più evidente che non sono più gli adulti a trasmettere ai giovani saperi, esperienze, conoscenze, competenze, aspirazioni. Ormai la cultura non è più esclusivamente discendente, dai genitori ai figli, ma è in buona parte ascendente, dai figli ai genitori”. Sono loro, gli adolescenti di oggi, i cittadini di domani, a mostrare ai genitori l’insostenibilità di quel mondo che nell’assuefazione sedimentata negli anni sembra l’unico possibile. E lo fanno in forza di un’acquisita capacità di “correre verso il futuro ad una velocità impossibile per gli adulti”. Ora, io non so se ce la faranno. Se il loro sacrosanto antagonismo sociale ed esistenziale abbia la “massa critica” sufficiente per produrre l’energia politica necessaria a rovesciare il quadro del dominio di un capitalismo bifronte, globalista e sovranista insieme. Avrebbero bisogno – per vincere l’inerzia dello “stato presente delle cose” – di alleanze larghe, che il doppio mulinello dei flussi globali (i maledetti algoritmi) e dei miti di radicamento locali gli rendono difficili. Ma qui il discorso passa a noi. Se anziché riempirli di analisi critiche, ammonimenti e consigli (strepitosa la vignetta di Makkox sul “partito” dei donatori di consigli alle sardine), esami del sangue e del linguaggio, interrogazioni che sembrano interrogatori su progetti e programmi, provassimo a fare almeno un po’ la nostra parte di umili e normali portatori di resistenza e conflitto nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo (una scuola, un ufficio, una redazione di giornale, un laboratorio o una fabbrica, anche solo il bar dove facciamo la sosta…), forse, al mattino, guardandoci allo specchio, non vivremmo in modo così greve l’”inverno del nostro scontento”.

* Fonte: Marco Revelli su Volerelaluna

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