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Libia. Prova di forza dell’uomo forte, Haftar blocca le esportazioni di greggio

Alla vigilia della conferenza di Berlino. Paralizzati i porti di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Zueitina e Sidra. La Libia perderà 55 milioni di dollari al giorno. Haftar vuole tagliare fuori la Turchia dal futuro del paese

Michele Giorgio * • 19/1/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 230 Viste

La bozza delle conclusioni della conferenza di Berlino in programma oggi sulla Libia è già pronta, almeno secondo quanto riferiva ieri l’agenzia russa Tass. I partecipanti sosterranno «l’Accordo politico libico come struttura attuabile per la soluzione in Libia» e «l’istituzione di un Consiglio di presidenza funzionante e la formazione di un governo libico unico, unificato, inclusivo ed efficace». Chiederanno sanzioni per quei paesi che violano l’embargo sulle armi alla Libia e, stando alla tv saudita Al Arabiya, saranno fatte pressioni per congelare il recente accordo marittimo tra la Turchia e il premier El Sarraj. Un testo lontano dalla realtà sul terreno dove le parti contrapposte se da un lato fanno tacere (o quasi) le armi, dall’altro continuano a farsi la guerra in ogni altro modo possibile.

Ieri l’Esercito nazionale libico, di cui il generale e uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, è comandante generale, ha bloccato le esportazioni di petrolio dai porti di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Zueitina e Sidra. Ai dirigenti della Sirte Oil Company, Harouge Oil Operations, Waha Oil Company, Zueitina Oil Company e Arab Gulf Oil Company, controllate della National oil corporation (Noc), è stato ordinato di fermare tutte le attività. Questo comporterà un calo della produzione di greggio di 800 mila barili e perdite per circa 55 milioni di dollari al giorno. Haftar batte il pugno sul tavolo. Dopo essersi rifiutato di siglare la tregua con El Sarraj a Mosca, è volato ad Atene per fare sponda con il governo greco contro il trattato marittimo Ankara-Tripoli, che prelude a trivellazioni turche nel Mediterraneo.

E ora segnala che a Berlino ci andrà non certo per compiacere il nemico Erdogan che, a suo dire, tiene in vita il governo El Sarraj con l’invio di armi e mercenari. La Turchia, denunciano gli uomini di Haftar, avrebbe installato un sistema di difesa anti-aerea all’aeroporto di Mitiga, unico scalo aereo funzionante a Tripoli, e dislocato armi pesanti nel porto di Misurata. E nel paese continuano ad arrivare mercenari siriani, in violazione della tregua scattata lo scorso 12 gennaio dopo l’incontro tra Vladimir Putin ed Erdogan.

Ma anche Ankara fa la voce grossa. Dopo aver convinto El Sarraj a partire per Berlino, così sosteneva ieri la tv Libia al Ahrar (il giorno prima aveva riferito il contrario), Erdogan ha avvertito l’Europa che si troverà a dover affrontare «una nuova serie di problemi se il governo legittimo libico dovesse cadere…Le organizzazioni terroristiche come Isis e Al Qaeda, che hanno subito una sconfitta militare in Siria ed in Iraq, troveranno un terreno fertile per rimettersi in piedi…

Se il conflitto aumenta, la violenza e l’instabilità alimenteranno anche l’immigrazione irregolare verso l’Europa». Punti enunciati da Erdogan in un editoriale scritto per Politico nel quale sottolinea come «la potenziale incapacità dell’Ue di sostenere in modo adeguato il governo di accordo nazionale libico sarebbe un tradimento dei suoi valori fondamentali, tra cui democrazia e diritti umani: lasciare la Libia alla mercé di un signore della guerra (Khalifa Haftar) sarebbe un errore di proporzioni storiche». Erdogan che parla di democrazia e diritti umani fa sorridere. Molto meno divertente è la minaccia che, parlando a una cerimonia a Istanbul, il leader turco ha rivolto a tutti gli attori della crisi libica. La Turchia, ha detto, è determinata ad usare «tutti i mezzi politici, diplomatici e militari» a sua disposizione per proteggere El Sarraj e, ha aggiunto, «resterà in Libia finché il governo legittimo sarà messo in sicurezza».

Non pochi pensano che la conferenza di Berlino non potrà ottenere molto di più del consolidamento del cessate il fuoco tra El Sarraj e Haftar. Mentre resta lontano il via libera ad una missione internazionale sul terreno, sotto forma di una forza di interposizione Ue, nonostante il favore espresso dal rappresentante della politica estera dell’Unione, Joseph Borrell, e dalla Farnesina. Diversi Stati membri non sarebbero in grado di garantire la loro parte di militari o, nel caso della Germania, sarebbero riluttanti a farlo.

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto

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