L’Iran pianifica la risposta agli USA: «Presto o tardi colpiremo»

Il «martirio» del generale Soleimani compatta opinione pubblica e diverse fazioni, compresi i riformisti, in vista delle elezioni

Farian Sabahi * • 5/1/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 316 Viste

Un razzo è caduto ieri all’interno della Zona verde a Baghdad, nei pressi dell’ambasciata americana. Ne hanno dato notizia i media iracheni, secondo cui non si registrano vittime, mentre fonti della sicurezza locale parlano di due razzi Katuysha lanciati contro la base aerea di Balad.

VIENE SPONTANEO PENSARE ci sia lo zampino di Teheran, ma è difficile che la vendetta di ayatollah e pasdaran si dispieghi con tale velocità e pochezza. Gli iraniani sono giocatori di scacchi, si prenderanno il tempo necessario.

Potrebbero chiudere lo Stretto di Hormuz, ritirarsi dal Trattato di Non Proliferazione e riprendere il programma nucleare. Potrebbero attaccare obiettivi statunitensi nel Golfo persico, in Siria, in Libano. Di certo non in Qatar e in Oman, dove sono sì dislocati migliaia di soldati americani ma dove i governi sono filoiraniani: la priorità di ayatollah e pasdaran è mantenere i legami diplomatici, evitando di cadere in un isolamento ulteriore.

Nel mirino potrebbero finire non solo obiettivi militari e petroliferi, ma anche strutture residenziali utilizzate da cittadini americani, com’era accaduto il 25 giugno 1996 quando un camion carico di esplosivo aveva distrutto le Khobar Towers in Arabia Saudita, dove risiedevano gli aviatori della divisione 4404: i morti erano stati diciannove, oltre a un saudita e a 498 feriti di nazionalità diverse.

IN ATTESA DI ELABORARE la vendetta, la leadership di Teheran rilascia dichiarazioni infuocate. A cominciare dal portavoce del generale di brigata delle forze armate iraniane, secondo cui «gli americani subiranno seri danni, la vendetta dell’Iran non sarà affrettata e decideremo dove e quando avverrà la schiacciante risposta».

L’ambasciatore iraniano all’Onu ha dichiarato: «è un atto di guerra contro il popolo, non possiamo rimanere in silenzio, dobbiamo agire e agiremo». Al telefono con il segretario dell’Onu, il ministro degli Esteri Zarif ha osservato che «il martirio del comandante delle forze al-Qods potrebbe avere conseguenze incontrollabili le cui responsabilità ricadranno sugli Stati Uniti».

Dure anche le reazioni dei riformisti: a tessere le lodi del generale Soleimani sono stati persino l’ex presidente Khatami e l’ayatollah Sanaei, noti per la loro contrapposizione ai falchi.

Di fatto, l’assassinio del generale ha compattato l’opinione pubblica e le diverse fazioni della politica iraniana in vista delle elezioni parlamentari del 21 febbraio.

IN ATTESA DI ANDARE ALLE URNE, il generale Soleimani e il capo delle milizie sciite irachene al-Muhandis tornano utili alla causa sciita anche da morti: i loro funerali servono a far scendere in strada decine di migliaia di persone.

Erano entrambi uomini carismatici, molto amati dai loro concittadini e il loro assassinio deciso dal presidente statunitense Trump ha come conseguenza immediata il superamento delle differenze e delle diffidenze di iraniani e iracheni. A unire gli animi, scatenando un comune desiderio di vendetta, sono le immagini diffuse in questi giorni del generale iraniano tra le fila dei soldati iracheni per combattere Daesh, il sedicente Stato islamico la cui avanzata è stata fermata dalle forze speciali iraniane comandate proprio da Soleimani.

I suoi funerali si sono già tenuti a Baghdad, con un folto corteo di iracheni a dimostrare la popolarità di cui godeva in Iraq. E si terranno nuovamente martedì a Kerman, la sua città natale nell’Iran centrale.

ASSASSINANDO IL GENERALE iraniano Soleimani e l’iracheno al-Muhandis in un sol colpo, il presidente statunitense Donald Trump ha preso due piccioni con una fava.

In piena legalità, per gli standard americani, perché nel maggio 2019 Washington aveva nominato le Guardie Rivoluzionarie Foreign Terrorist Organization. Di conseguenza, per la legge statunitense l’eliminazione di Soleimani rientra nei limiti della legalità. Per il presidente statunitense si tratta di un successo, dopo la morte di al-Baghdadi lo scorso 27 ottobre. E serve a distogliere l’attenzione dall’impeachment.

La percezione da parte di Teheran e del resto della comunità internazionale è ovviamente diversa: l’assassinio del generale iraniano è un atto di guerra e una provocazione.

Non ha nulla a che vedere con la deterrenza, nel senso che non diminuiranno i rischi per i cittadini statunitensi. Al contrario, l’attentato ha causato una crisi tra Washington e Baghdad, con il conseguente avvicinamento tra gli iracheni e Teheran, impensabile se pensiamo alle recenti proteste degli iracheni per le ingerenze iraniane.

* Fonte: Farian Sabahi, il manifesto

 

ph by Tasnim News Agency, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=49812158

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