Pensioni in Francia, il lungo sciopero che manda in tilt il governo

Sindacati in piazza contro la riforma: trentaseiesimo giorno di protesta

Anna Maria Merlo * • 10/1/2020 • Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Sindacato • 287 Viste

PARIGI. La mobilitazione continua ad essere forte, nella quarta giornata di manifestazioni contro la riforma delle pensioni (dal 5 dicembre 216 cortei in tutta la Francia). Siamo al 36esimo giorno di sciopero, soprattutto nei trasporti, esteso ormai alle raffinerie, in parte a Edf (elettricità) e scuole, con una importante partecipazione ieri degli avvocati, che vogliono conservare la loro cassa autonoma.

È IL PIÙ LUNGO SCIOPERO DAL ’68 e ieri ci sono stati momenti di tensione in varie città (24 fermi a Parigi). Lo sciopero è duro finanziariamente (anche se sono stati raccolti più di 2 milioni di euro di collette) e la polizia ormai inquadra i cortei sindacali con le stesse tecniche utilizzate contro i gilet gialli. Il governo non intende cedere, per il momento, continua ad affermare che «la porta è aperta», ma ha già inviato il testo della riforma – con dei buchi in bianco – al Consiglio di stato.

Oggi, inizia la conferenza sul finanziamento delle pensioni, chiesta della Cfdt, il grande sindacato riformista, che non ha partecipato allo sciopero di ieri ma chiede il ritiro dell’«età d’equilibrio» che porta a 64 anni (dai 62 attuali) l’età pensionabile senza subire un malus. Per la Cgt, alleata di Fo e altri sindacati, la sola risposta valida è «il ritiro» della riforma e l’apertura di trattative «per migliorare» il sistema attuale, che comprende i 42 regimi pensionistici diversi che il governo vorrebbe unificare.

Per la Cgt, ieri la mobilitazione a Parigi è stata più forte delle altre tre giornate precedenti di cortei (370mila persone, ma un’agenzia indipendente ne ha contate 44mila). «Forse non abbiamo abbastanza forza per vincere, ma il governo non ne ha abbastanza per schiacciarci», ha riassunto un delegato Cgt della Peugeot di Poissy. Dopo più di un mese di protesta, è stallo e il rischio è l’esasperazione, che può trascinare nella violenza.

L’OPINIONE PUBBLICA fa da arbitro. Il 47%, cifra in leggero calo, continua a sostenere la protesta. Il 35% è ormai contrario al proseguimento dello sciopero. Ma le grandi linee della riforma – un sistema unico a punti, uguale per tutti – sono ormai confuse: il governo, per cercare di dividere il fronte della protesta, ha fatto concessioni a varie categorie (dai poliziotti ai ballerini dell’Opéra), rendendo sempre più illeggibile il testo. La Cfdt chiede precise garanzie sui lavori usuranti, ma le proposte da un lato e le piccole concessioni dall’altro si accumulano portando solo confusione.

IL GOVERNO HA PERSO IL FILO della riforma, che ormai appare come «ingiusta», gli slogan ripetono «tutti perdenti», mentre l’idea all’origine era di arrivare a un sistema «equo», che avrebbe garantito il sistema per «ripartizione» (le pensioni sono pagate da chi lavora), messo in crisi dai cambiamenti della piramide delle età.

Per il momento, la riforma sarà presentata in Consiglio dei ministri il 24 gennaio, per essere discussa all’Assemblea dal 17 febbraio. Ma la protesta che non molla potrebbe cambiare questo calendario.

* Fonte: Anna Maria Merlo, il manifesto

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