Rojava. Intervista al co-presidente del PYD Sahoz Hesen

Il co-presidente del PYD (partito dell’unione democratica) Sahoz Hesen spiega in quest’intervista con Serkan Demirel perché gli Stati Uniti hanno girato le spalle ai kurdi, il ruolo della Russia e della Siria e i vari accordi raggiunti con la Turchia dagli attori in campo

SERKAN DEMIREL, GLOBAL RIGHTS • 4/1/2020 • Contenuti in copertina, Global Rights, Le interviste di Diritti Globali • 183 Viste

Il co-presidente del PYD (Partito dell’Unione Democratica) Sahoz Hesen spiega in quest’intervista con Serkan Demirel perché gli Stati Uniti hanno girato le spalle ai kurdi, il ruolo della Russia e della Siria e i vari accordi raggiunti con la Turchia dagli attori in campo, quasi sempre a scapito dei kurdi e del sistema di Confederalismo Democratico che dal 2012 viene implementato nel nord est della Siria.

Sahoz Hesen

 

Signor Hesen, lo stato turco continua ad attaccare cercando di occupare il Nord Est della Siria nonostante l’accordo tra gli Stati Uniti e la Russia con la Turchia a ottobre. Può spiegarci cosa sta succedendo?

Devo dire prima di tutto che la situazione è estremamente caotica e quello che sta succedendo nella regione è strettamente collegato a tutto quel che accade in Siria. Le forze locali e straniere si trovano in Rojava, perché qui c’è una gran ricchezza di risorse, oltre che di ricchezza culturale. Inoltre, il modello di autonomia democratica che si sta implementando nella regione, l’esperienza del Confederalismo Democratico proposto dai kurdi e la stessa presenza massiccia dei kurdi nella regione disturba i paesi vicini, soprattutto la Turchia. È dal 2011 che lo stato turco forgia la sua politica siriana, i suoi piani e progetti partendo dai suoi interessi per il territorio di Rojava.

La Turchia ha sostenuto moltissimi gruppi mercenari che hanno attaccato la regione. Ma non essendo riuscita ad ottenere ciò che voleva attraverso questi gruppi mercenari come il fronte al-Nusra e l’ISIS, ora è scesa in campo e sta cercando di occupare direttamente la regione.

La Turchia vuole negare ai kurdi uno “status” e inoltre vuole schiacciare il sistema di convivenza costruito in Rojava dai kurdi assieme agli arabi, assiri, armeni, ceceni.

Fin dall’inizio della crisi siriana abbiamo cercato di promuovere una soluzione negoziata e politica, interna alla Siria. È su questa base che abbiamo fatto un accordo con gli Stati Uniti.

Ma lo stato turco continua nella sua politica di occupazione di Rojava. Per ultimo ha ordinato l’invasione usando gruppi jihadisti mercenari.

In questo processo, abbiamo avvertito sia gli Stati Uniti che la Russia che il tentativo di invasione dello stato turco avrà ripercussioni non solo sui kurdi ma su tutte le popolazioni della regione e trascinerà nuovamente nel caos la Siria. Se non viene trovata una soluzione, resisteremo a qualsiasi occupazione. Lo stato turco ha preferito attaccare e compiere massacri e di conseguenza noi resistiamo.

La nostra resistenza all’invasione ha sventato i piani della Turchia. La nostra resistenza e il fatto che i popoli del mondo si schierano accanto a noi, hanno riscritto l’agenda internazionale. Gli stati hanno dovuto cambiare la loro politica. Quindi, su richiesta e con l’approvazione delle SDF (Forze Democratiche Siriane), gli Stati Uniti hanno concluso un accordo con lo stato turco. Nonostante la buona volontà che abbiamo dimostrato, lo stato turco non ha rispettato l’accordo con gli Stati Uniti e ha continuato i suoi attacchi contro nuove aree e villaggi. Hanno attraversato i 30-32 km stabiliti dall’accordo.

Dopo questo primo accordo c’è stato un cessate il fuoco, concordato tra la Russia e lo stato turco. Secondo l’accordo, lo stato turco non amplierebbe l’area di occupazione e rimarrebbe all’interno della zona concordata. Le SDF non conoscevano il contenuto di questo accordo. Ci sono stati negoziati con i russi su alcuni punti di questo accordo.

In precedenza, c’erano stati negoziati con i russi e il regime di Damasco sulla sicurezza delle frontiere.

Noi stiamo facendo del nostro meglio per implementare gli accordi. Lo stato turco però non rispetta l’accordo che ha stipulato con i russi, e continua ad attaccare. Ha attaccato anche le forze del regime di Damasco al confine. Un certo numero di soldati dell’esercito di Damasco è ritirato, altri sono stati catturati.

In altre parole, la pratica e il piano dello stato turco si basano sulla frantumazione della Siria e questo lo denunciamo in ogni incontro che teniamo.

Il risultato di questi attacchi, è come dicevo all’inizio il caos nella regione. Lo stato turco non rispetta gli accordi e il cessate il fuoco. Il presidente turco Erdogan parla di nuovo di attacco a Kobane e in realtà con questi attacchi vuole riattivare l’ISIS.

Ci sarebbero potuti essere accordi con lo stato turco, ma gli attacchi militari sono ancora in corso. Abbiamo detto agli Stati Uniti, alla Russia, all’Europa, a tutti, che gli attacchi contro Rojava non faranno altro che aggravare la crisi in Siria.

 

Nell’accordo siglato sia dagli Stati Uniti che dalla Russia con lo stato turco, viene menzionata una sorta di zona cuscinetto di 32 km. Cosa significa questo?

Le SDF, nel loro comunicato, non hanno specificato nessuna dimensione. Hanno detto “terremo a ragionevole distanza le nostre forze”. Lo stato turco sta cercando di montare una giustificazione per l’occupazione usando la scusa delle “YPG (Unità di difesa popolare) al nostro confine”. Le SDF hanno raggiunto un accordo con i russi e il regime per stanziare soldati di Damasco ai confini, sulla base del fatto che sia l’ordine pubblico che l’amministrazione civile rimarrebbero come sono. SDF e YPG non sono presenti nel centro della città, dove ci sono solo forze di difesa interne. In base all’accordo, se le truppe del regime si stabiliranno al confine, le forze YPG e SDF arretreranno, il che non sarebbe un grosso problema. Se ci saranno garanzie su questo non sarebbe un problema per noi avere forze russe e di regime al confine in modo da prevenire gli attacchi dello stato turco. Il fatto che il regime sia ai confini non è un problema per noi, abbiamo già espresso che siamo a favore di una soluzione politica e negoziata con il regime.

Detto questo, se dovessimo rimanere sotto attacco dalla Turchia o chiunque altro, resisteremo e proteggeremo la nostra gente in qualsiasi modo.

 

Nonostante la dichiarazione dell’Amministrazione Autonoma che ha accettato accordi e cessate il fuoco con gli Stati Uniti e la Russia, ogni nuova dichiarazione rilasciata dalla Turchia è una nuova minaccia di invasione…

Non abbiamo concordato di ritirarci di 32 km: un dibattito che parta da questa premessa è pertanto sbagliato. Non abbiamo accettato la presenza degli invasori sulla nostra terra, ciò che abbiamo accettato è un cessate il fuoco. In questo processo, stiamo cercando una soluzione attraverso negoziati con Russia, Stati Uniti e stati europei.

Diciamo a tutti che non accettiamo il piano dello stato turco di invadere la Siria nord orientale e che resisteremo. Diciamo che il cessate il fuoco o le alleanze possono essere trasformati in dialogo se si è davvero interessati al futuro della Siria. Se le forze del regime sono al confine, il pretesto di occupazione dello stato turco scompare. Tuttavia, se i turchi continueranno a rimanere nella nostra regione, resisteremo. Resisterà il popolo siriano. Erdogan non ha accettato l’accordo con gli Stati Uniti perché vuole occupare la Siria nordorientale. Abbiamo detto alla Russia e agli Stati Uniti che i turchi non hanno rispettato il cessate il fuoco e gli accordi. Ed in effetti così è.

La Turchia ha firmato un accordo che non sta rispettando. La Russia e gli Stati Uniti devono prendere atto dell’atteggiamento di Erdogan. Se lo stato turco non sarà completamente rimosso dalla regione, non ci sarà mai una soluzione alla crisi in Siria.

 

Come sono cambiate le vostre relazioni con gli Stati Uniti e la Russia dopo il ritiro degli Stati Uniti dalla regione?

Abbiamo relazioni con tutti nella regione. C’è un problema kurdo in Siria e tutti dovrebbero prenderne atto e lavorare per una soluzione alla questione kurda. Come farlo? Il punto di partenza è che i diritti di tutti i popoli della regione, vale a dire la loro identità, cultura, lingua, amministrazione, status politico e autogoverno devono essere garantiti a parità di diritti. Questo è quello che significa una Siria democratica. Oggi ci troviamo di fronte a un problema politico che non si vuole risolvere e per questo forze d’invasione come lo stato turco attaccano la regione ad ogni occasione.

Le forze internazionali affermano che «la Turchia è uno stato e abbiamo relazioni strategiche con questo stato. Pertanto dobbiamo stare attenti». Ma queste relazioni quotidiane non sono più accettabili. Mentre quelle forze restano tranquille, la Turchia continua a massacrare civili. In questo senso, l’occupazione dovrebbe essere contrastata con un atteggiamento comune.

 

Si sostiene che gli Stati Uniti siano tornati in alcune regioni, è veramente così? Che fine perseguono secondo lei gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti avevano deciso di ritirare tutti i soldati, e molti si sono effettivamente ritirati.

Più tardi, il presidente degli Stati Uniti Trump ha cambiato la sua decisione e ha detto: «Resteremo nella regione». Pensiamo che gli Stati Uniti rimarranno per il petrolio. Non vogliono che il petrolio cada nelle mani dell’ISIS, o forse nelle mani del regime [di Damasco] o dell’Iran. Questa politica riguarda gli Stati Uniti. È vero che sono tornati in alcune aree da cui si erano già ritirati, ma non si sono stabiliti in tutte le regioni.

Non sembrano tornare in quelle aree in cui si trova il regime. Non sappiamo che cosa davvero faranno, ma sembra che rimarranno nella regione e si stabiliranno in determinate aree. Non penso che si stabiliranno in tante regioni come prima, poiché rimarranno solo nei cantoni di Deir Ezzor e Cizîre.

 

Sono iniziati a Ginevra gli incontri del Comitato per la Costituzione della Siria, sponsorizzato dalle Nazioni Unite. Come in precedenza, anche a questi incontri, i rappresentanti dell’Amministrazione Autonoma non sono stati invitati. Come valuta questa situazione?

La crisi in Siria non sarà mai risolta in questo modo. Non c’è soluzione senza di noi a Ginevra. È una prospettiva unilaterale e non fornisce una soluzione. I problemi sociali che si verificano dopo guerre pesanti non vengono mai risolti se non c’è inclusione. Una soluzione si troverà solo quando tutte le parti coinvolte in quel conflitto siederanno al tavolo dei negoziati. Da un lato c’è un regime che è la causa di tanti problemi politici, economici e culturali nella nostra società negli ultimi 50 anni, dall’altro lato ci sono gruppi chiamati “opposizione” che sopravvivono con il sostegno di altri paesi. La maggior parte degli attori, in questo secondo gruppo, è sostenuta dalla Turchia, settori jihadisti radicali, che stanno cercando di costruirsi una legittimità sedendosi al tavolo con il nome di “opposizione”.

Esiste una forza democratica che non è invitata a questo tavolo, ma che rappresenta una terza via in Siria, l’Amministrazione Autonoma democratica, che non è né legata al regime né ai poteri regionali. Siamo l’unica forza che difende la costruzione di una Siria democratica, ma non siamo al tavolo. Abbiamo ripetutamente affermato che non ci può essere una soluzione alla guerra se non siamo tutti attorno a quel tavolo. I colloqui iniziano con una carenza democratica, perché noi non siamo stati invitati a quegli incontri. Chi siede attorno a quel tavolo cerca di proteggere i propri interessi, mentre l’Amministrazione Autonoma difende l’esistenza di una Siria democratica.

 

Ogni volta che l’Amministrazione Autonoma è esclusa dal tavolo dei negoziati è per via della Turchia. Davvero è così?

È una scusa dire che la Turchia non accetta la nostra presenza. Lo stato turco vuole annientarci, distruggerci. Se l’atteggiamento della Turchia è intervenire [militarmente], non potremmo mai arrivare ad una soluzione in Siria. Questo è certo, ma non siamo d’accordo ad attribuire la mancanza di una ricerca genuina di una soluzione al solo atteggiamento turco. Il gruppo Astana – Turchia, Iran e Russia – dice di voler agire in favore della Siria ma lo vuole fare con i propri metodi di controllo. Questo approccio non porterà mai ad una soluzione.

 

L’accordo con il regime consisteva solo nell’invio delle truppe del regime al confine o riguardava anche altre questioni?

La Russia ha organizzato il nostro incontro con il regime. L’accordo riguarda solo le forze del regime al confine, ma come sempre diciamo, siamo sempre aperti al dialogo con il regime. Abbiamo chiesto alla Russia di essere il paese garante e iniziare i negoziati con il regime. Quello che sempre reiteriamo è che nessuno può evitare la questione kurda.

Oggi, tutti i popoli della Siria Nordorientale vogliono vivere in una Siria democratica sotto il tetto dell’Amministrazione Autonoma. La Siria non potrà più essere governata come prima. Pertanto, dobbiamo trovare soluzioni ai problemi attraverso il dialogo. La nostra alleanza con il regime oggi è legata al confine, ma crediamo che questa alleanza dovrebbe essere ulteriormente estesa ad altre questioni.

 

*****

Quest’intervista di Serkan Demirel a Sahoz Hesen è stata pubblicata nell’ultimo numero del magazine internazionale Global Rights. Il numero in corso della rivista, come quelli precedenti, sono scaricabili gratuitamente nelle tre lingue disponibili (italiano, inglese, spagnolo)  dal sito:

 

Global Rights Magazine – Italiano

Global Rights Magazine – English

Global Rights Magazine – Español

 

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