Via libera a Erdogan per l’invio di soldati, la Libia come la Siria

Il parlamento approva la mozione del governo: Ankara potrà scegliere tempi e modi dell’intervento militare al fianco di Sarraj. Strategia copia carbone di quella nel Rojava

Chiara Cruciati * • 3/1/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 407 Viste

il raìs fa combattere i mercenari, le sue truppe nelle retrovie a difesa degli interessi politici ed energetici nazionali

Il dibattito parlamentare sulla mozione del governo turco che chiedeva l’autorizzazione a dispiegare truppe in Libia è durato pochissimo. Sono bastate poche decine di minuti per dare il via libera al presidente Erdogan: 325 voti a favore (il partito del raìs, l’Akp, e gli alleati nazionalisti dell’Mhp) e 184 contrari (tutte le opposizioni, dalla sinistra Hdp al kemalista Chp).

Erdogan ha ottenuto quanto cercava, il potere di scegliere. Perché la mozione di dettagli militari ne contiene ben pochi, limitandosi a indicare una data di scadenza «mobile» (un anno con possibilità di proroga) e a dare al governo l’ultima parola su tempistiche e ampiezza del contingente da coinvolgere a sostegno del Gna, il governo di accordo nazionale di Tripoli, che il 27 novembre scorso con due memorandum d’intesa ha regalato ad Ankara spicchi di mar Mediterraneo (e del gas che sta sotto) in cambio dell’appoggio militare contro l’assediante, il generale cirenaico Khalifa Haftar.

Resta da capire quanto il rischio di un intervento militare sia concreto. Improbabile che Erdogan mandi a supporto del premier Fayez al-Sarraj truppe da combattimento. Secondo i quotidiani turchi più vicini al governo, l’idea è di inviare nella capitale libica addestratori militari e consiglieri.

Dispiegare truppe vere e proprie significherebbe impelagarsi in una guerra regionale di non poco conto, contro mezzo mondo arabo, contro l’Europa e contro la Russia filo-Bengasi. Basta esserci, per ritagliarsi un futuro posto al sole.

Per questo la strategia turca in Libia sembra la copia carbone di quella sperimentata con successo in Siria: gli stivali sul terreno sono quelli dei mercenari, miliziani islamisti utilizzati prima nell’occupazione del cantone curdo-siriano di Afrin e poi, dal 9 ottobre scorso, nel resto del Rojava, il nord-est della Siria. Di miliziani ne sarebbero arrivati a Tripoli già 300, un altro migliaio sono in fase di addestramento.

Per la Turchia la Libia è questione strategica, ha detto ieri il ministro degli esteri Cavusoglu. «È importante per la tutela degli interessi del nostro paese e la pace e la stabilità della regione», ha scritto su Twitter ripetendo gli obiettivi contenuti nella mozione presentata al parlamento: «La protezione dei diritti della Turchia nel Mediterraneo, gli interessi nazionali della Libia, la prevenzione di migrazioni di massa e della formazione di un ambiente favorevole a organizzazioni terroristiche e gruppi armati».

Peloso riferimento a chi in questi mesi ha affiancato l’avversario di Tripoli, il generale Haftar, che gode del sostegno militare di mercenari wagneriani russi e ciadiani, del governo egiziano e di quello emiratino. Una presenza che permette ad Haftar di tenere botta: cominciata ad aprile scorso, l’offensiva su Tripoli prosegue a singhiozzo, uno stallo che si traduce nelle sempre più frequenti incursioni contro zone residenziali e civili.

Ieri l’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), guidato da Haftar, è arrivato alle porte del quartiere tripolino di Abu Salim, costringendo alla fuga molti abitanti, secondo quanto riporta Agenzia Nova, mentre prosegue il bombardamento della zona di al Aziziya e scontri si registrano nel quartiere di Salah-a-din con due edifici civili colpiti. È del 31 dicembre, invece, la morte di tre persone nel villaggio di Qasr Abu Hadi, a sud di Sirte, nel raid aerei compiuto dai caccia di Haftar.

Ieri è intervenuta l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, che si è detta estremamente preoccupata per la sicurezza dei richiedenti asilo a Tripoli dopo che tre colpi di mortaio sono caduti alle porte del centro Gathering and Departure, gestito dal ministero degli Interni, che dal dicembre 2018 ospita circa mille persone.

Diversa la preoccupazione dell’Lna: se il Gna si è subito congratulato per il voto turco, Khaled al-Mahjoub, alto ufficiale delle forze di Haftar, ha fatto sapere che «la presenza di qualsiasi forza turca ostile sul territorio libico» sarà combattuta, mentre il parlamento di Tobruk (espressione del fronte di Bengasi) chiedeva all’Esercito nazionale libico di «colpire aeroporti e piste di atterraggio che ricevono militari e mercenari turchi».

Poco dopo, nel tardo pomeriggio, Sky News Arabiya riportava dell’abbattimento di un drone turco a sud-est di Tripoli da parte delle forze di Haftar.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

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