Amazon strike. Driver in lotta, consegne bloccate in tutta la Lombardia

Presidi degli autisti dei 4 magazzini gestiti da società in appalto. I sindacati costringono il gigante a scendere a patti: tavolo il 26. Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt chiedono stabilizzazioni e migliori condizioni

Massimo Franchi * • 20/2/2020 • Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 273 Viste

Quasi 200mila pacchi non consegnati. Ieri in tutta la Lombardia Amazon è rimasta bloccata per la prima volta nella sua storia in Italia.

Per chiunque abbia visto Sorry we missed you di Ken Loach sapere che oltre il 90 per cento dei driver – gli autisti che consegnano a casa i pacchi Amazon – lombardi abbia scioperato è una specie di miracolo sindacale. La solitudine del protagonista che a Newcastle è costretto a dover lavorare perfino con le ossa rotte per non perdere soldi non è la stessa dei circa 2 mila che lavorano per le 12 piccole società di logistica a cui il gigante americano si appoggia in appalto per spendere meno dopo aver abbandonato i corrieri più importanti: Dhl, Ups, Gls e compagnia.

LA NUOVA STRATEGIA del monopolista del commercio on-line è stata di creare Assoespressi, associazione che gestisce i rapporti fra le 12 piccole società che formalmente rispettano il contratto nazionale ma tendono spesso a omettere molte delle sue voci: non riconoscimento degli straordinari, trattenute, ferie non maturate, rispetto delle pause, riposi e turnazioni.

DOPO UN LUNGO PROCESSO di sindacalizzazione e di mobilitazioni durato due anni, lunedì i confederali lombardi – Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt – sono riusciti ad incontrare Assoespressi e a presentare le rivendicazioni dei loro iscritti – solo la Filt ne ha 600 con 30 delegati – rispetto alle insostenibili condizioni di lavoro. Buste paga «uguali per tutti e in regola» sanando le situazioni pregresse riconoscendo ai lavoratori i «soldi persi» per multe e franchigie sui danni (esattamente come succede a Ricky), «stabilizzazioni», abbassamento dei carichi di lavoro e riconoscimento dei dati prodotti.

Assoespressi – imbeccata da Amazon – non ha risposto. E ieri è arrivato lo sciopero. Davanti ai centri di smistamento di Buccinasco (Milano), Burago di Molgora (Monza Brianza) e Origgio (Varese), tra le 6 e 45 e le 19 e 30, i sindacati hanno tenuto presidi. Risultato: 90 per cento dei pacchi non consegnati.

Una scena del film di Ken Loach “Sorry we missed you”

E, SOPRATTUTTO, AMAZON che decide di fare pressioni su Assoespressi che a sera contatta i sindacati. «Alle 19 e 30 abbiamo ricevuto la comunicazione che garantisce il tavolo di trattativa per il 26 su tutte le questioni sollevate con soluzioni concrete a partire dalle stabilizzazioni», scrivono in una nota unitaria Filt Cgil, Fit Cisl e Uilt.

«Per tutto il giorno abbiamo avuto interlocuzioni con Amazon ma loro non vogliono comparire. Con questo sciopero gli abbiamo fatto male e con la minaccia di andare avanti anche domani hanno dovuto richiamare Assoespressi per dirgli di trattare immediatamente», racconta Emanuele Barosselli, segretario regionale della Filt Cgil.
La nota unitaria però tiene alta la guardia sul proseguo della trattativa, non fidandosi di Amazon. «Riteniamo di non procedere allo sciopero ma di convocare fin da ora uno sciopero generale per il 27 febbraio», il giorno dopo l’incontro. «Resta aperto lo stato di agitazione: in questi giorni lavorare in procedura e riportare indietro i pacchi nel caso delle rotte troppo cariche», è l’indicazione per i lavoratori. «Non permetteremo che venga ricattato chi sciopera, innescando una guerra tra poveri».

A BURAGO – MAGAZZINO EPICENTRO della protesta da cui ogni giorno escono 50mila «colli», il termine tecnico usato al posto di pacchi – dopo il picco natalizio sono state tagliate molte rotte facendo così saltare la stabilizzazione prevista di 80 lavoratori che da anni operano nella filiera. I carichi di lavoro però non sono diminuiti: meno corrieri hanno dovuto fare più consegne, esattamente come veniva raccontato nel film di Ken Loach.

L’AMBIZIONE DEI SINDACATI è che sia Amazon a farsi carico direttamente dei driver. «Nelle aziende in appalto – spiega Barosselli – si usano i programmi Amazon, le interfaccia Amazon, le rotte le decide Amazon, gli orari li decide Amazon. Insomma, questi sono lavoratori di Amazon».

Una speranza c’è: a luglio a Padova il tribunale del lavoro ha dichiarato illecito un appalto in cui la committente esercitava un controllo del lavoro svolto mediante sistemi automatizzati. I dipendenti di una cooperativa cui era stato appaltato il servizio di logistica di un magazzino sono diventati dipendenti diretti del committente. «Non vediamo l’ora che quel giudice si pronunci anche per Amazon», commenta Barosselli.

* Fonte: Massimo Franchi, il manifesto

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