Amnesty, così spariscono gli egiziani: «Arresti triplicati dal 2013»

La Sssp è parte dell’ufficio del procuratore generale, quello che promette ma non dà aiuto sul caso Regeni. Attraverso la legge anti-terrorismo sono perseguiti scioperi, post sui social, proteste

Chiara Cruciati * • 9/2/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Internazionale, Studi, Rapporti & Statistiche • 333 Viste

«La Sssp ha trasformato l’Egitto in un enorme gruppo terrorista». Così un avvocato che difende imputati davanti alla Procura suprema egiziana per la sicurezza dello Stato (Sssp) definisce uno degli strumenti più efficaci della complessa macchina della repressione imbastita dal luglio 2013 dal generale-presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Parole affidate al dettagliato rapporto stilato da Amnesty International e pubblicato lo scorso novembre, «Stato d’eccezione permanente», 60 pagine che raccolgono 138 testimonianze e ridanno indietro un quadro preciso: il ruolo della Procura suprema nelle sparizioni forzate prima e le detenzioni politiche poi, fatte di abusi, torture, violazione dei principi di un equo processo.

Creata nel 1953, l’anno successivo al colpo di stato degli Ufficiali liberi contro re Faruq, la Sssp è parte integrante della Procura generale egiziana. Per intenderci quella che da anni promette collaborazione alla Procura di Roma che indaga, tra depistaggi e silenzi, sull’omicidio di Giulio Regeni.

La Sssp – che ha giurisdizione su Greater Cairo, l’area metropolitana della capitale, quasi 1.800 km quadrati e oltre 20 milioni di persone – ha il potere di investigare e perseguire tutte le attività considerate una minaccia alla sicurezza nazionale: terrorismo sì, ma anche manifestazioni di protesta, scioperi, assemblee.

Lavora a stretto contatto con la National Security Agency (Nsa), i servizi segreti egiziani, l’ex Ssis: questi indagano in maniera indipendente o su ordine della Procura suprema, a cui poi passano i fascicoli; la Sssp emette il mandato d’arresto e i servizi lo eseguono. Scatta la detenzione preventiva, per un massimo di 150 giorni ma che può essere rinnovata senza limiti di 45 giorni in 45.

Dei vertici della Nsa fanno parte i sette uomini che Piazzale Clodio ha individuato come alcuni dei responsabili del pedinamento, il rapimento, l’uccisione di Giulio e i successivi depistaggi. Come spiega bene Amnesty, «diversi procuratori della Sssp sono ex funzionari dell’Nsa, altri sono parenti del presidente al-Sisi e di alti funzionari del suo governo».

Una macchina della repressione efficiente e ben oliata che ruota intorno al presidente e ne esegue l’agenda, quella di annichilimento totale del popolo egiziano. Basta guardare i numeri, riportati nel rapporto: se nel 2013, anno del golpe contro il presidente Morsi, i casi seguiti dalla Procura suprema erano stati 529, nel 2018 erano triplicati, 1.739.

Per il 2019 il dato è disponibile fino al 30 ottobre: 1.470 casi. Ma non individuali, alcuni fascicoli fanno riferimento a più persone: il numero 1338/2019, relativo alle proteste di piazza contro corruzione e clientelismo esplose a sorpresa lo scorso settembre in diverse città, riguarda 3.715 egiziani, arrestati per lo più con raid e perquisizioni notturne nelle loro case.

Un giro di vite enorme, pervasivo, in cui finiscono politici, attivisti, giornalisti, ma anche semplici cittadini. Tutto sotto la comoda coperta dell’anti-terrorismo e dello stato di emergenza (ininterrotto dal 2017), grazie alla legge che al-Sisi volle approvare appena salito al potere e che da allora gli permette di perseguire chiunque, senza limiti, con detenzioni preventive che durano mesi, anni, senza che si giunga mai a un processo.

«La Procura suprema ha ampliato la definizione di terrorismo fino a comprendere proteste pacifiche, post sui social media e legittime attività politiche – spiega Philip Luther, direttore delle ricerche di Amnesty per Medio Oriente e Nord Africa – La Procura suprema è diventata uno strumento fondamentale della repressione».

L’associazione basa la ricerca su 138 casi di persone arrestate dalla Sssp tra il 2013 e il 2019. Di queste – di cui sono stati analizzati atti giudiziari, verbali, interviste – 53 sono state detenute per proteste o post sui social (32 uomini, 23 donne e un minorenne), 76 per attività politiche passate o presenti (48 uomini, 27 donne e una minorenne) e sei con l’accusa di aver compiuto atti di violenza (tre uomini e tre minorenni).

In 112 casi i detenuti sono scomparsi per mesi, fino a 183 giorni, senza che di loro si sapesse nulla. Non sapevano nulla avvocati e familiari, ma lo sapeva la Procura suprema di fronte alla quale gli indagati venivano condotti per udienze a porte chiuse senza la tutela di un legale.

Infine la più terribile delle complicità, quella alla tortura: Amnesty ha documentato almeno 46 casi di torture su 138 – la metà compiute su donne – dei detenuti nelle mani dell’Nsa. Elettroshock, pestaggi, sospensione, test di verginità, minacce di stupro. Solo in un caso la Procura suprema ha riportato la denuncia di tortura ai medici. E non ha mai indagato un solo poliziotto.

* Fonte: Chiara Cruciati, il manifesto

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