Commissione Ue. Tra rigore e investimenti «verdi» equilibro incerto

Gentiloni parla di misure «anticicliche» mentre Dombroviskis evoca la stabilità dei conti: sei mesi per fare quadrare il cerchio

Roberto Ciccarelli * • 6/2/2020 • Europa, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 178 Viste

I conti non tornano.  Bruxelles ha aperto il dibattito: l’enigma tra i fondi alla riconversione ecologica e l’imperativo di bilancio

La Commissione Ue ha dato il via al dibattito che dovrebbe portare entro il 2023 alla revisione del «patto di stabilità e crescita». La difficoltà di trovare un nuovo equilibrio in questa antinomia è pari alla possibilità di trovare un ago nel pagliaio. Lo hanno dimostrato ieri il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni e il vicepresidente Valdis Dombrovskis presentando l’iniziativa alla stampa. L’italiano ha sostenuto che la «stabilità resta un obiettivo chiave, ma vi è anche la necessità di sostenere la crescita e di mobilitare immensi investimenti per affrontare il cambiamento climatico. Dobbiamo essere sempre più anticiclici tenuto conto delle crescenti costrizioni della Banca Centrale Europea» il cui mandato esclude la trasformazione in prestatore di ultima istanza. Il lettone sostiene invece che è necessario creare «il consenso per una razionalizzazione» delle regole della «stabilità finanziaria» che «si sono sviluppate molto da quando furono adottate e hanno prodotto buoni risultati. La stabilità è una precondizione per la crescita e la creazione di lavoro».

GENTILONI non è il commissario cicala, Dombroviskis non è quello con la frusta che obbliga alla penitenza. I due sono complementari e convergenti. L’uno non è la colomba, l’altro non è il falco. Bisogna lasciare l’ornitologia con la quale di solito si descrive la politica economica continentale e avventurarsi in quella originale geometria dove convergono le rette parallele. L’annunciata revisione dei vincoli per i conti pubblici avverrà nel perimetro stabilito dopo la crisi dei debiti con il «two» e il «six pack» tra il 2011 e il 2013. Questi strumenti, sottolinea la Commissione, hanno in parte aiutato la correzione degli squilibri macroeconomici, aumentato la difesa contro gli shock interni ed esterni, ma allo stesso tempo non hanno diminuito il debito che in un paese come l’Italia è aumentato in maniera visibile. Da Bruxelles, per il momento, si limitano a una parziale disamina del fallimento della ricetta «rigorista» e non forniscono un’alternativa, lasciandola a un «dibattito» di sei mesi da cui è potrebbe non emergere nulla di diverso dalla confusione esistente oggi.

DAL DOCUMENTO istruttorio diffuso ieri non emerge la certezza che i mille miliardi di euro promessi dalla Commissione Von Der Leyen basteranno e serviranno per riavviare una «crescita» in una congiuntura economica diversa da quella di dieci anni fa. Esiste invece la consapevolezza che la politica monetaria della Bce non aumenterà l’inflazione, la crescita resterà debole a lungo e non produrrà occupazione – o meglio, produrrà in maggioranza precariato, lavoro povero e gratuito. E si enuncia un problema che diventerà condizionante nei prossimi mesi: questi famosi investimenti «verdi» dovranno essere computati, o scomputati, dalla proporzione fatale tra il Pil, il deficit e il debito? Nel primo caso si escluderebbe l’Italia che, stando ai parametri dominanti, dovrebbe solo tagliare per il prossimo mezzo secolo e smettere di respirare. Nel secondo caso gli investimenti accrescerebbero proprio il deficit e il debito che si vogliono invece abbassare. In altre parole si tratta di capire che la famosa «regola d’oro» sulla quale il governo italiano «Conte 2» ha puntato le carte implicherà un’esclusione totale delle spese in conto capitale dal calcolo del deficit pubblico, oppure il calcolo sarà effettuato sulla base di ragionamenti politici e di circostanza seguiti ad esempio nel caso della «flessibilità», ovvero la spesa corrente che ha dato ossigeno ai bilanci dal 2015, interpretando creativamente le regole della stabilità. La presidente Von Der Leyen ha detto di preferire la seconda ipotesi. Il che significa che si manterrà la stessa discrezionalità che ha condizionato la vita dei governi e di interi paesi. Potrebbero essere ancora queste le conseguenze di un’economia che ha un tormentato e astratto rapporto con la realtà. Ovunque risuona il suo urlo. Nelle stanze insonorizzate di Bruxelles è ancora un filo di voce.

L’ALTRA «RIFORMA» auspicata dai tecnici del ministero dell’Economia sin dai tempi del governo Renzi con Padoan ministro è l’abbandono di indicatori imperscrutabili come l’«output gap» (la differenza tra Pil potenziale ed effettivo) e il «deficit strutturale» (cioè depurato dal ciclo economico) per passare a misuratori più semplici come il parametro che determina la spesa e quello ancorato al debito come suggerito dagli esperti dello European Fiscal Board nello scorso settembre.

IL VALZER DELL’IMMOBILITÀ dell’Ue è dovuto al fatto che in Italia all’opposizione di un governo immobile c’è Salvini e la Lega al 32%? A chi ieri era interessato più alle questioni di politica interna che al formalismo alchemico dell’Unione Europea Gentiloni ha risposto: no, «non è legata a questa o quella personalità politica». «Quello che c’è di nuovo – è che dopo alcuni anni di crescita stabile e anche piuttosto sostenuta, che in media in Europa andava vicina al 2%, adesso è più lenta». In Italia in realtà è più vicino allo zero. Sarà così anche nel 2020. Con o senza Salvini che quando era al governo si dispose alla contemplazione della sfinge di Bruxelles. L’alternativa è altrove, e non si è ancora data.

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

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