Coronavirus. Il Consiglio dell’Oms cerca l’unità di intenti sull’epidemia

Oggi comincia il Consiglio esecutivo: dopo giorni di tensioni interne si cerca la concertazione tra Stati per affrontare il coronavirus

Nicoletta Dentico * • 2/2/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 439 Viste

GINEVRA. Alla vigilia del Consiglio Esecutivo dell’Oms che inizia oggi a Ginevra, la discussione fra gli Stati membri, e fra i gruppi della società civile qui confluiti, è inevitabilmente condizionata dall’epidemia del Coronavirus 2019-nCoV.

L’Oms ha dichiarato l’emergenza sanitaria globale il 30 gennaio, dopo tre giorni di tensioni interne al comitato per le emergenze, composto da 16 stati molto divisi tra loro sul da farsi. Fonti dell’Oms riferiscono che la Cina era contraria perché – dopo le dure critiche subite dall’Onu nel 2003 con la SARS – voleva dimostrare al mondo la sua capacità di dichiarare la crisi e gestirla con interventi di scala mai visti prima.

SUL PIANO DI CONTROLLO della malattia, con la assunzione di draconiane misure. E sul fronte della ricerca scientifica: in un battibaleno gli scienziati cinesi hanno isolato il virus, sequenziato il suo genoma e identificato il recettore che causa la polmonite. Tra misteri sull’origine del contagio, le notizie che montano di ora in ora sul numero delle persone contagiate, i paesi interessati dal virus, e la conta dei morti, il Coronavirus 2019-nCoV si riproduce diffondendosi con velocità e dinamiche che impongono senza dubbi un’azione di scala internazionale, anche se la mortalità non è altissima (circa il 3% dei casi).

La decisione di far scattare l’emergenza internazionale vincola tutti i governi alla collaborazione sotto l’egida dell’Oms, come prevede il nuovo Regolamento sanitario internazionale sviluppato nel 2005 dopo la folgorante esplosione della Sars.

Sarà utile vedere se durante la settimana del Consiglio Esecutivo dell’Oms la concertazione tra stati scatta davvero, o se continua invece la scomposta corsa al «si salvi chi può» degli ultimi giorni. Per la terza volta dall’inizio del millennio un virus animale della classe dei coronavirus fa il cosiddetto salto di specie infettando le persone. Era avvenuto con la Sars in Cina nel 2002 e 2003, con la Mers in Arabia Saudita e Giordania nel 2012.

MA LA COMUNITÀ internazionale ha dovuto confrontarsi anche con altri salti di specie: i virus dell’influenza suina nel 2009 (H1N1), l’influenza aviaria nel 2013 e nel 2017 (H7N9), altri micidiali patogeni come Zika e Ebola. Insomma, si passa da un’emergenza all’altra; uno degli effetti indesiderati di una globalizzazione priva di regole, ma ad altissima densità di rischi.

Il modello estrattivo dell’economia mondiale ha trasformato la Cina nel principale sito di produzione a basso costo del pianeta, con implicazioni per gli umani che non hanno mai preoccupato granché, in una logica di Pil e di mercato.

A Ginevra si teme ora che Coronavirus 2019-nCoV approdi nei paesi africani – visti i contatti tra Africa e Cina – con servizi sanitari ridotti all’osso. O in paesi come l’India, dove gli ospedali pubblici sono ricettacoli di infezioni da cui solo fuggire. L’agenda della securitizzazione della salute avanza, a vantaggio di pochi investitori. Il meccanismo di finanziamento contro le pandemie (Pandemic Emergency Financing Facility) di Banca Mondiale, nato nel 2016 contro l’Ebola, ne è la prova. C’è da sperare che un simile meccanismo non venga replicato contro il Coronavirus.

Il primo bastione per la preparazione delle potenziali crisi sanitarie sta nel rafforzamento dei sistemi di salute pubblica. Nella garanzia di una continua routine di prevenzione e controllo delle malattie. Una necessità empirica che fa a cazzotti con la costante riduzione della spesa sanitaria pubblica, a vantaggio di un’inservibile privatizzazione della salute.

«LE EPIDEMIE che catturano l’attenzione globale sono come le banche too big to fail», scrive Baba Aye di Public Services International, «i governi trovano sempre i soldi per bailout sanitari». Ma investire i soldi solo per spegnere i focolai di contagio, quanto sopravvengono, è un approccio poco lungimirante e insufficiente. Occorre invece un idoneo finanziamento di servizi pubblici universalistici, con personale sanitario in numero adeguato, e formato alle complessità dei determinanti della salute: sociali, commerciali, legali, politici. E non solo per i paesi a basso reddito.

I PAESI DOTATI DI SISTEMI sanitari nazionali sono ormai sotto scacco anch’essi, a causa di schemi assicurativi che non proteggono. In Francia uno sciopero paralizza da mesi i servizi di emergenza, per le difficili condizioni di lavoro del personale. Oltre 1000 medici in posizioni apicali hanno rassegnato le dimissioni per protesta contro i tagli al bilancio della salute pubblica. E se il virus approda a Parigi?

LA CONOSCENZA MEDICA che si produce in questi frangenti non può sottostare alle logiche del commercio che prevedono regimi di monopolio ventennali, su cui speculano allegramente le case farmaceutiche che detengono i brevetti.

La distorsione prodotta dalle poche regole del neoliberismo conferisce enorme potere delle aziende farmaceutiche sui governi: il panico per lo scoppio del virus H1N1 intrappolò Italia e Francia con l’acquisto massiccio di dosi di vaccino mai usati, con notevole dispendio di fondi pubblici.

Ha ragione Satya Sivaraman di People’s Health Movement quando commenta che «le pandemie insegnano che tutti gli esseri umani sono uguali e mortali nello stesso modo».

Il pericolo delle pandemie può essere evitato solo se il concetto di «Salute per tutti» diventa finalmente una realtà. Abbiamo i mezzi, le risorse, le conoscenze per farlo.

* Fonte: Nicoletta Dentico, il manifesto

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