Costruire un pensiero dell’alternativa

“Cambiare il sistema”. Una strada certo lunga e irta di difficoltà, a cominciare da quella di ricostruire un “pensiero” del cambiamento e dell’alternativa. Ma non ce n’è davvero nessun’altra, che non sia il precipizio

Sergio Segio * • 17/2/2020 • Contenuti in copertina, Rapporto 2019 • 270 Viste

Si potrebbe sintetizzare la logica economica che ha caratterizzato la globalizzazione neoliberista degli ultimi decenni in un’immagine: un continuo drenaggio di risorse dal basso della società, e dalle aree geografiche meno sviluppate, verso l’alto. L’opposto della promessa propagandistica dei seguaci del premio Nobel Milton Friedman, quei “Chicago boys” che per primi applicarono le teorie del neoliberismo autoritario. Non si trattò di un esperimento in laboratorio, ma di un sanguinoso intervento nel corpo vivo della società cilena, alla quale fu imposta una dittatura, vista e usata come strumento per sviluppo e rilancio economico.

La teoria del “trickle down” – lasciare mano libera alla religione del mercato, favorendo i ceti abbienti e tagliando le tasse ai ricchi, avrebbe poi fatto “gocciolare dall’alto verso il basso” la ricchezza prodotta con beneficio anche di poveri e classe media – si è rivelata per quello che era: una vera e propria manipolazione ideologica che, sciaguratamente, ha progressivamente contagiato anche molte forze, politiche e governi di “sinistra”. Il blairismo è stato forse l’esempio più vistoso, e nocivo, della mutazione genetica di quelle formazioni. Che hanno trasformato i lavoratori in “risorse umane”, come dice Moni Ovadia, che conclude con la sua consueta passione umana e politica: “Si fottano i moderati”.

Quella sinistra ha cominciato a parlare inglese e a frequentare la City, fino a trovare del tutto naturale, in ragione della ideologia turboliberista, procedere a grandi piani di privatizzazioni dei beni pubblici e comuni, favorire la concentrazione di ricchezza e la crescita esponenziale delle diseguaglianze o, in casa nostra, introdurre la “riforma” del jobs act e la libertà di licenziamento, che hanno ulteriormente ridotto i diritti per chi lavora e dirottato ingenti risorse verso le imprese (ben 18 miliardi in tre anni). Per non dire del “golpe previdenziale”, la legge Fornero, che ha imposto in Italia l’età pensionabile più alta d’Europa, realizzando in soli sei anni 80 miliardi di risparmi: un gigantesco drenaggio di ricchezza dal basso verso l’alto, al prezzo di enormi drammi umani e sociali.

Dopo decenni di quella “cura”, con la crisi globale, gli effetti iniqui e distruttivi del turboliberismo si sono manifestati per intero. Eppure i responsabili della malattia, il sistema della grande finanza, si sono prontamente accreditati come medici, hanno imposto al mondo la loro diagnosi e pure la medicina: l’assoluta continuità, una economia sempre più finanziarizzata, una governance politica sempre più ostaggio o complice.

Bastino qui pochi eloquenti dati. Unicredit ha annunciato in questi giorni seimila esuberi in Italia e la chiusura di 450 sportelli. Solo la settimana prima aveva reso noti i risultati relativi al 2019: un utile netto di 4,7 miliardi, in sensibile aumento. Non è certo un’eccezione, né una particolarità italiana. La scorsa estate Deutsche Bank ha comunicato un piano di ristrutturazione con 18mila licenziamenti (su 97mila dipendenti, più che una decimazione) per risparmiare 6,7 miliardi di dollari in tre anni, e distribuire così 5 miliardi di dividendi agli azionisti.

Tantissimi altri potrebbero essere gli esempi. Ci indicano un sistema assai potente – anzi pre-potente – e allo stesso tempo fragilissimo, come le cronache sull’epidemia da coronavirus e i suoi riflessi sulle economie, a partire da quella cinese, stanno mostrando. Un sistema che galleggia sulle bolle. L’ultima, che si profila minacciosa, è quella del debito delle economie emergenti, salito al record di 72mila miliardi di dollari. Il mondo è seduto su una montagna di debiti: quelli aggregati (governi, società finanziarie e famiglie) assommano a 253mila miliardi di dollari, il 322% del Pil mondiale.

Un mondo peraltro il cui futuro è drammaticamente compromesso dai cambiamenti climatici, come stanno denunciando gli imponenti e radicali movimenti giovanili, oltre che migliaia di scienziati. Una questione letteralmente vitale per il pianeta, a fronte della quale persiste il criminale negazionismo di Stati e governi, a partire da quello ancora dominante, imperterrito anche nel promuovere ingiustizia sociale e una micidiale “lotta di classe dall’alto”. La proposta di bilancio presentata da Trump, 4,8 trilioni di dollari, prevede tagli all’assistenza e al programma Medicaid, mentre mantiene i privilegi fiscali per multinazionali e ceti ricchi, oltre ad aumentare le spese militari e per la militarizzazione dei confini.

È per l’intollerabilità di tutto ciò che il 17° Rapporto sui Diritti Globali, realizzato dall’Associazione Società INformazione, promosso dalla Cgil, pubblicato da Ediesse e presentato il 4 febbraio in corso d’Italia, per la prima volta ha scelto quest’anno un titolo esortativo: “Cambiare il sistema”. Una strada certo lunga e irta di difficoltà, a cominciare da quella di ricostruire un “pensiero” del cambiamento e dell’alternativa. Ma non ce n’è davvero nessun’altra, che non sia il precipizio.

* Fonte: Sergio Segio, Sinistra Sindacale, n. 3/2020

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