Italia in tilt, treni nel caos. I contagi salgono a 229, 7 le vittime

Ritardi per i controlli alla circolazione ferroviaria. Quattro i decessi. Il focolaio confermato nei dieci comuni della bassa

Roberto Maggioni * • 25/2/2020 • Salute & Politiche sanitarie • 150 Viste

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte non avevano mai vissuto una giornata così, e non sarà l’ultima: le ordinanze con i divieti e le limitazione hanno una durata di una settimana e nei prossimi giorni ne verranno valutati gli effetti per decidere se prorogarle di altri sette giorni oppure no. Quello di ieri è stato il primo giorno di rientro alla quotidianità sotto il coronavirus, tra divieti, paure e incertezze. A cambiare sono state anzitutto le abitudini dei cittadini alle prese con la domanda «cosa dobbiamo fare per non contrarre il coronavirus?». I casi di contagio sono aumentati in tutte e quattro le regioni più colpite, salendo a 172 in Lombardia, 33 in Veneto, 18 in Emilia Romagna e 3 in Piemonte. Sono 229 le persone affette da coronavirus in Italia dall’inizio della crisi giovedì notte, 27 in terapia intensiva. Fino ad ora si contano 7 decessi, si tratta di persone di età superiore ai 62 anni ricoverate negli ospedali per patologie pregresse.

IL CORONAVIRUS avrebbe dunque peggiorato un quadro già compromesso. Nella giornata di lunedì sono state 4 le persone decedute e risultate positive: un uomo di 78 anni ricoverato da tempo all’ospedale Papa Giovanni XXI di Bergamo per altre patologie, un uomo di 88 anni di Caselle Landi, in provincia di Lodi, un ottantenne di Castiglione d’Adda portato all’ospedale di Lodi per un infarto, ricoverato in rianimazione e deceduto successivamente dopo essere stato trasferito all’ospedale Sacco di Milano perché risultato positivo e un uomo di 62 anni di Castiglione d’Adda con importanti compromissioni a livello cardiaco e renale, ricoverato al Sant’Anna di Como dopo essere transitato dall’Ospedale di Lodi. Il focolaio resta confermato nei 10 comuni della bassa lodigiana confinati come zona rossa, si cerca chi possa essere stato il paziente zero, la persona che ha portato il virus nel lodigiano. Sono in corso verifiche sul possibile collegamento tra un agricoltore di Albettone, in provincia di Vicenza, frequentatore dei bar di Vò Euganeo, che era stato a Codogno e in altri centri del focolaio nel lodigiano. Si attende l’esito del tampone che gli è stato fatto per capire se abbia contratto il virus e se possa esser stato lui a fare da tramite tra i due centri.

ANCHE LA CIRCOLAZIONE ferroviaria ha subito contraccolpi, in particolare sulla Milano-Bologna fra Lodi e Piacenza. Per tutto il pomeriggio ci sono stati controlli sanitari e attività precauzionali di sanificazione dei locali tecnici della stazione di Casalpusterlengo. La linea interessata è la stessa su cui erano stati deviati i convogli dopo il deragliamento di Lodi di alcune settimane fa.

«Considerata la possibilità del verificarsi di analoghe esigenze di controlli sanitari» ha scritto Rfi in una nota «in via precauzionale l’offerta dei servizi di trasporto da martedì 25 febbraio sarà ridotta».

La regione più colpita che ospita i comuni focolaio della diffusione del virus è la Lombardia con 172 contagiati e 5 decessi. Le persone sottoposte a tampone sono state 1.500. «Questo porta ad evidenziare un numero crescente di casi» ha detto l’assessore regionale alla sanità Giulio Gallera. «Le persone decedute avevano tutte un quadro clinico debilitato. Questo virus ha una forza contagiosa molto alta, la sua mortalità è maggiore dell’influenza ma è contenuta» ha detto ancora Gallera. Sui tamponi c’è stata un po’ di polemica perché tanti cittadini si sono visti rifiutare la richiesta di fare il tampone di controllo. Gallera ha spiegato che, anche a causa della scarsità di tamponi, è cambiata la modalità di utilizzo. «All’inizio quando i casi erano pochi si faceva il tampone a tutti i contatti diretti per ricostruire l’origine dell’infezione, da lunedì il tampone si fa solo per i casi gravi, per chi ha già la febbre alta» ha spiegato l’assessore lombardo.

La Lombardia da lunedì è classificata come zona gialla, l’ordinanza firmata dal ministro della salute Speranza e dal presidente della regione Fontana mira ad evitare gli assembramenti di persone e vieta attività culturali, ludiche, sportive in strutture pubbliche e private. Gli uffici pubblici sono aperti, i dipendenti svolgeranno attività di front office con la mascherina. I comuni possono emettere ulteriori ordinanze restrittive, cosa che ha generato caos tra i cittadini che hanno visto provvedimenti diversi da comune a comune. Il 60% dei casi è nella provincia di Lodi, il 90% tra le province di Lodi, Cremona e Pavia. A Milano sono 3 i casi di persone positive al coronavirus. Il capoluogo lombardo ieri appariva come in una giornata d’agosto: svuotato.

Una città dove anche il rito sacro dell’aperitivo è scomparso per la prima volta dalla sua invenzione per effetto dell’ordinanza che chiude bar e pub dalle 18 alle 6 di mattina. Una città svuotata che nell’incertezza sul da farsi si sta chiudendo da sola anche oltre gli ambiti interessati dall’ordinanza, una città che ha passato una notte «in casa» come mai era accaduto prima.

* Fonte: Roberto Maggioni, il manifesto

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