La grande sfida

La prefazione del segretario generale della CGIL alla 17a edizione del ’Rapporto sui diritti globali

Maurizio Landini • 4/2/2020 • Contenuti in copertina, Rapporto 2019 • 186 Viste

Quello che sta per concludersi verrà ricordato come l’anno in cui una gran parte del mondo ha dovuto prendere coscienza della necessità di cambiare i parametri valoriali che sono alla base dello sviluppo capitalistico. Un buon motivo per considerare l’edizione 2019 del Rapporto sui diritti globali, che accompagna la lettura e l’interpretazione dei macrofenomeni che muovono le società, particolarmente utile.

Cambiare si deve, quindi, a partire dai sistemi di produzione, di consumo, di sfruttamento delle risorse materiali e umane. Questa scossa che ha attraversato l’intero globo è partita dai giovani, la fascia della popolazione che più di ogni altra sta pagando e pagherà il prezzo delle politiche fino a oggi perseguite, che dopo anni in cui hanno continuato ad attendere una presa di coscienza e un cambiamento di strategie sono tornati a mobilitarsi. Il movimento dei giovani sta obbligando i potenti di tutto il mondo a ripensare le politiche di produzione; negli USA è una giovane donna il simbolo della reazione al modello politico e comunicativo di Donald Trump così come dall’altra parte del globo, a Hong Kong, è il movimento dei giovani che ha avuto il coraggio e la forza di sfidare la potenza cinese per difendere i propri diritti. I giovani, emarginati da un sistema che macina risorse e diritti incurante del domani, hanno lanciato la sfida alle vecchie generazioni scuotendole, obbligandole a mettere in discussione scelte che sentivamo immutabili.

L’egemonia che il liberismo ha esercitato sull’economia globale insieme a un capitalismo predatorio e ad un individualismo egoistico ha provocato un’accelerazione senza precedenti nel consumo delle risorse e nello sfruttamento del lavoro. La situazione ora è tale che impone a tutti di ripensare l’attuale modello sociale, insieme ai rapporti economici e di produzione. Oggi non è più sufficiente stabilire cosa produrre, ma è diventato indispensabile interrogarsi su come e perché si producono quei beni e a quale prezzo. Sono i giovani, è il futuro che ce lo chiede.

Da loro giungono domande radicali, che non hanno cittadinanza nel libero mercato orientato dal solo obiettivo del profitto. I dati che anche il Rapporto globale ormai da diciassette anni ci ricorda, accompagnandoci nell’osservazione empirica delle dinamiche globali, delineano un quadro di polarizzazioni.

Anno dopo anno le ricchezze si concentrano mentre aumenta il disagio delle popolazioni, non più solo quelle ai margini delle zone di maggiore sviluppo, insieme alla povertà, allo sfruttamento delle persone e delle risorse naturali.

Ai confini dei Paesi ricchi premono popolazioni che fuggono dalla guerra, dallo sfruttamento, dai danni del cambiamento climatico, dalla povertà endemica.

Nel mondo occidentale i redditi delle famiglie si stanno schiacciando verso il basso e aumenta il lavoro povero e dequalificato. Quella stessa politica e quei politici che vogliono sdoganare la flat tax e la riduzione delle imposte ai ricchi, limitando i processi redistributivi, alimentano la paura e l’odio verso i migranti. Un fenomeno, quello delle persone che fuggono da guerre e fame, che viene fatto percepire come drammatico mentre il vero dramma è il numero ben più alto dei giovani italiani che emigrano per cercare quel futuro che qui è a loro precluso da chi propugna quelle politiche.

Menti brillanti che non trovano spazio né prospettive nel Paese che le ha formate.

È arrivato il momento di cambiare.

Anche ai consumatori è chiesto un cambiamento. Se chi produce un bene deve interrogarsi sul costo di quella produzione in termini ambientali, etici e di vite umane, perché anche sicurezza e prevenzione sono variabili legate ai costi, allo stesso modo ai consumatori si deve chiedere di cambiare e domandarsi cosa c’è dietro il prezzo dei beni che acquistano. Perché ogni volta che comprano un paio di jeans, un chilo di pomodori o un volo aereo a un prezzo “concorrenziale”, da qualche parte qualcuno sta pagando in termini di diritti, di salute, di dignità o di ambiente quella parte di costo di produzione che ci è stata scontata.

Serve una nuova politica autorevole e lungimirante che riprenda il suo potere, il suo ruolo di decisore autonomo e torni a indirizzare le scelte economiche e di sviluppo attraverso la leva fiscale, attraverso il confronto con tutti gli attori coinvolti, attraverso lo studio e l’elaborazione.

Il mondo del lavoro è a un bivio. In Italia come altrove è arrivato il momento che i lavoratori tornino ad essere massa critica, a lottare unitariamente e a orientare la politica. In questi mesi del 2019, in Italia, CGIL CISL e UIL insieme hanno portato avanti unitariamente una mobilitazione su una piattaforma comune e hanno ottenuto un primo importante risultato, quello di far sentire nuovamente la voce dei lavoratori ai tavoli di decisione e di stabilire con il governo alcune direttrici per l’immediato e per i prossimi anni.

Il mondo del lavoro non può più accontentarsi di chiedere più reddito o occupazione, che ovviamente pretendiamo, ma oggi serve un ventaglio di risposte che guardino innanzitutto ai giovani e al lavoro povero, con regole nuove che tutelino le lavoratrici e i lavoratori nel lavoro che cambia. E serve guardare al climate change come a un’occasione per l’oggi e non solo per il domani, non come un dovere nei confronti delle future generazioni, ma come una prospettiva concreta per quelle attuali. La tutela e la salvaguardia dell’ambiente possono davvero diventare il volano di un nuovo sviluppo sostenibile, globale sotto il profilo etico e ambientale.

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