IL VIRUS DELLA GUERRA

Il sistema della guerra e la catena di enormi interessi che lo sorregge è concausa di quella complessiva devastazione del Pianeta che, a sua volta, è corresponsabile della pandemia da Coronavirus in corso

Sergio Segio • 26/3/2020 • Contenuti in copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Salute & Politiche sanitarie • 956 Viste

«La furia del coronavirus mostra la follia della guerra. Ecco perché oggi chiedo un cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo. È tempo di bloccare i conflitti armati e concentrarsi sulla vera lotta delle nostre vite. Alle parti in guerra dico: ritiratevi dalle ostilità». Non è Gino Strada che parla: la follia criminale della guerra, lui la denuncia e combatte da decenni; in questo caso, l’esortazione è stata invece lanciata con forza dal segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres.

Il sistema della guerra e la catena di enormi interessi che lo sorregge è concausa tra le principali di quella complessiva devastazione del Pianeta che, a sua volta, è corresponsabile anche della terribile pandemia da Coronavirus in corso. La catastrofe ecologica, prodotta dall’attività umana, dalle scelte politiche e dai crimini di sistema, si evidenzia in varie forme, tutte più distruttive. Come scrive il WWF in un recente report, molte delle malattie emergenti sono conseguenza indiretta dell’impatto sugli ecosistemi naturali.

 

La piovra militar-industriale

Il warfare è un sistema tentacolare e multiforme. Per comprenderne natura, estensione e attualità è utile risalire al secolo scorso, in particolare al secondo dopoguerra. Paradossalmente, la prima e più autorevole denuncia, rimasta nella storia, della sua articolazione e potere è venuta dal presidente di una delle nazioni che maggiormente alimentano e beneficiano di tale sistema: «Dobbiamo vigilare contro l’acquisizione di un’ingiustificata influenza da parte del complesso militare-industriale, sia palese che occulta. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà e processi democratici»: così Dwight D. Eisenhower nel suo Discorso di addio alla nazione del 17 gennaio 1961. Essendo stato, prima che presidente degli Stati Uniti, anche generale, sapeva esattamente ciò di cui parlava e i pericoli che quel «complesso» rappresentava. E rappresenta.

Vi sono infatti due aspetti che lo rendono oggi assai più pericoloso rispetto a quell’epoca per le sorti della democrazia e della stessa umanità. Il primo è la sostanziale assenza, o meglio la debolezza del pensiero e della pratica di movimenti e di forze politiche organizzate pacifiste e antibelliche, invece ben più attivi e incisivi nel secolo scorso. Con eccezioni, lodevoli ma purtroppo episodiche e limitate manifestazioni: si pensi, da ultimo, al blocco nei porti delle navi utilizzate per trasportare armamenti in Arabia Saudita o le contestazioni alla produzione di bombe in Sardegna, destinate sempre all’Arabia Saudita che le impiega nella guerra contro lo Yemen. Un conflitto, cominciato esattamente cinque anni fa, il 25 marzo 2015 e definito dalle Nazioni Unite come uno dei peggiori disastri umanitari, di cui anche l’Italia ne è complice: si vedano qui i dati della produzione ed export bellico e le cifre delle vittime. Il lavoro, considerato o meno necessario, può talvolta essere anche un crimine.

Una seconda, e determinante, differenza è l’enorme sviluppo delle tecnologie da allora a oggi. Applicate al settore bellico, hanno moltiplicato a dismisura il potere, i profitti e le potenzialità distruttive di quel sistema.

 

La fantascienza è superata dalla realtà

Anche da questo punto di vista, oltre che da quello del controllo sociale totale, che vediamo in atto e che subiamo in questi giorni, la fantascienza è attualizzata e addirittura superata; il futuro (ma in parte già il presente) delle guerre è già stato immaginato, preparato, costruito. Somiglia terribilmente a quello visto in tanti film e perfino ne supera gli scenari. Basti pensare ai “robot assassini”, i Lethal Autonomous Weapons Systems, ovvero sistemi d’arma in grado di individuare e colpire bersagli, anche umani, in modo indipendente e senza l’autorizzazione da parte di una persona. L’intervento umano si limiterà, infatti, alla sola loro attivazione iniziale: dopo, sarà il sistema d’arma a selezionare e colpire in modo appunto autonomo gli obiettivi. Si configurerebbero così, oltre tutto, enormi e inediti problemi morali e giuridici.

Si tratta di armi che possono essere considerate l’evoluzione dei droni comandati a distanza. Ovvero di quegli strumenti che stanno venendo ora utilizzati per monitorare – in modo da poter eventualmente sanzionare i trasgressori – il rispetto delle regole di comportamento individuale fissate, e quasi giornalmente irrigidite, dai ripetuti decreti del presidente del Consiglio sulle misure di contrasto al Coronavirus. Ma, oltre che per controllo, ad esempio dei confini nella repressione dei migranti in fuga, i droni sono da tempo usati in diversi teatri di guerra, in particolar modo da parte degli Stati Uniti (e significativamente gestiti direttamente dalla CIA), che da parecchi anni mietono vittime, spesso civili, nei conflitti in corso in Africa e in Medio Oriente, attraverso il comando da remoto. Vengono usati, peraltro, anche nella vicina Libia, con partenza da territorio italiano, dalla base NATO di Sigonella. Secondo insistenti voci, naturalmente smentite dal ministero della Difesa, da lì sarebbe partito pure il drone USA che, il 3 gennaio scorso, ha assassinato Qassem Soleimani, il comandante iraniano delle Guardie della Rivoluzione Islamica, rischiando di fare degenerare ulteriormente e irrimediabilmente il quadro internazionale.

 

La guerra batteriologica

Sempre fantascientifiche, ma solo in apparenza, essendo anche queste da tempo studiate e dunque potenzialmente preparate, sono le guerre batteriologiche. Non servivano certo il maldestro tentativo di strumentalizzazione politica da parte di Salvini del video di Tg Leonardo del 2015 o complottismi e idiotismi di varia natura per svelare una realtà, che, seppure non direttamente legata all’attuale pandemia, dovrebbe preoccupare tutti. Le ricerche su virus e batteri hanno possibili risvolti e utilizzi anche in campo bellico. Tanto più che la ricerca scientifica e quella militare hanno numerosi punti di contatto e sovrapposizione, con il fatto che la seconda ha possibilità di maggiori dotazioni finanziarie ed è favorita dalla maggiore segretezza.

Per fare solo uno dei tanti possibili esempi, l’autorevole rivista “Science” ha pubblicato uno studio su di un progetto di ricerca avanzata (finanziata con 45 milioni di dollari) gestita dall’agenzia del Pentagono DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) denominata Insects Allies, Insetti alleati. Il direttore, Blake Bextine, ha dichiarato che si tratta di una misura pensata per proteggere l’agricoltura statunitense. Secondo “Science” potrebbe invece rivelarsi un’arma adatta a usi militari, in violazione della Convenzione internazionale sulle armi biologiche. Il programma, infatti, mira a disperdere virus infettivi geneticamente modificati progettati per alterare i cromosomi delle colture, utilizzando gli insetti per diffondere i virus alle piante, potenzialmente in grado dunque di distruggere la produzione alimentare di un Paese (Robert Guy Reeves, Silja Voeneky, Derek Caetano-Anollés, Reldon F. Beck, Christophe Boëte, Agricultural research, or a new bioweapon system?, “Science”, Vol. 362, Issue 6410, pp. 35-37, 5 ottobre 2018).

Sono scenari che erroneamente si potrebbero pensare avveniristici e futuribili; è invece già la realtà delle armi biologiche, di quelle genetiche e di quelle basate sull’intelligenza artificiale, cui si dedicano numerose agenzie di paesi e potenze diverse, sostenute da ingentissimi finanziamenti, protette dal segreto militare. Solo la DARPA è impegnata in circa 250 programmi.

 

Cambiare il sistema, dal basso

Tutto ciò ci sollecita a sperare che – e agire affinché – la pandemia in corso, oltre alle migliaia di morti e al disastro economico globale, almeno residui un soprassalto di consapevolezza su quello che va radicalmente cambiato nel nostro modo di vivere, nelle priorità che ci si danno e, soprattutto, nel modello sociale ed economico che determina la vita collettiva e le sorti comuni: mai come in questi giorni è facile comprendere quanto i problemi siano inevitabilmente globali, ad onta dei muri e delle fortezze, e come di conseguenza debbano esserlo le risposte.

Non vi è certo da essere ottimisti. Rimanendo all’Italia, basti vedere che, almeno inizialmente, nel decreto sui lavori necessari sono stati inserite anche produzioni legate al bellico.

Se il “complesso militar-industriale” (e finanziario, va ora aggiunto) è più potente che mai, se i governi ne sono espressione o ne sono succubi, occorre allora che l’alternativa venga pensata e costruita dal basso. Perché è lì che si pagano da sempre, e pure oggi con la pandemia e la crisi globale, i maggiori prezzi.

Reagire, ribellarsi, costruire un modello e un futuro diverso, pacifico, rispettoso di diritti umani ed ecosistemi, è allora questione di autodifesa, assai concreta e vitale, non ideologica. È la sfida e scommessa di domani che bisogna cominciare a pensare oggi, pur dal chiuso delle nostre case o nei luoghi della costrizione al lavoro voluto necessario per decreto, quando invece è il reddito semmai a esserlo. E anche questo oggi dovrebbe essere più evidente a tutti.

Nel pensare e preparare quel futuro nuovo, ora, intanto, usciamo sui balconi a esigere la fine di ogni guerra, non a partecipare a riti patriottici. Consapevoli, con Friedrich Dürrenmatt, che «Patria, si fa chiamare lo Stato ogniqualvolta si accinge a compiere assassini di massa».

Sergio Segio

 

ph by U.S. Navy photo by Chief Mass Communication Specialist Michael B. Watkins / Public domain

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