Quale sicurezza? Governo delle città e inclusione. Intervista a Katrin Schiffer

Intervista a Katrin Schiffer, della Fondazione olandese De Regenboog Group, dal 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

Susanna Ronconi * • 4/3/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 485 Viste

L’approccio securitario dilaga nelle città europee, la risposta muscolare e repressiva all’emarginazione sociale e alle povertà vanta un discorso diventato da tempo mainstream e, al contempo, registra il minimo dell’efficacia nei risultati. Il divario tra propaganda ed esito delle politiche è crescente, eppure quello law&order rimane un argomento di successo per sindaci e politici.

Un successo, però, dallo sguardo corto, le città avrebbero bisogno di strategie per governare la convivenza tra gruppi sociali diversi, per prevenire conflitti e promuovere una città “per tutti”. Impossibile, in tempi di populismo autoritario? Non la pensa così Katrin Schiffer, della Fondazione olandese De Regenboog Group.

Katrin coordina lo Street Support Project, che punta proprio alla sfida dell’inclusione sociale dei più marginali come approccio “di respiro” al governo delle città. Il progetto mira a orientare le politiche pubbliche, fornendo ad amministratori, operatori e organizzazioni della società civile strumenti e modelli di buone prassi per politiche efficaci e inclusive mirate a persone senza dimora, o che usano alcool e sostanze in modo problematico, con attenzione particolare alla gestione alternativa, rispetto a modelli securitari, di situazioni legate agli spazi urbani pubblici. Opera attraverso diverse azioni, quali ricerca sui modelli più efficaci di inclusione, raccolta e diffusione di buone prassi ed evidenze da sei Paesi europei, una “cassetta degli attrezzi” e linee guida per gli amministratori, progetti pilota in alcune città (https://streetsupport.eu).

 

Redazione Diritti Globali: Lo Street Support Project mira a innovare gli approcci tradizionali delle politiche locali mirate alle persone senza dimora, a coloro che consumano droghe o alcool in modo problematico e ai gruppi marginalizzati in generale. In modo particolare, si occupa del governo dell’impatto che spesso le nostre città vivono nell’incontro-scontro tra questi gruppi e la popolazione generale. Puoi dire quali criticità delle politiche attuali, in particolare, vi hanno spinto a cercare e sperimentare un diverso approccio?

Katrin Schiffer: La necessità di un approccio inclusivo e integrato è diventata via via più importante, soprattutto per le Amministrazioni locali, che si trovano a fronteggiare direttamente le conseguenze negative dell’esclusione sociale. La questione degli spazi pubblici è un elemento cruciale in questo dibattito. È qui, nello spazio pubblico, che tutti i gruppi sociali – quelli inclusi e quelli esclusi – si ritrovano insieme. I ceti più abbienti provano disagio e a volte paura. Quelli emarginati si sentono sempre più esclusi e banditi da strade e parchi e dal centro città, luoghi che dovrebbero essere di tutti. In questo senso, lo spazio pubblico è sia un campo di battaglia che un terreno di gioco per la società. Riflette e amplifica problemi e sfide della comunità sociale in modo chiaro e diretto. Le Amministrazioni locali si trovano nel mezzo di questo dilemma. Sono stati adottati interventi di sicurezza e di prevenzione dei conflitti, ma la domanda è: come trovare soluzioni davvero sostenibili per tutti? Come offrire strutture di supporto ai gruppi marginali che sono portatori di bisogni complessi e come assicurare la partecipazione e l’inclusione sociale di questi gruppi? I Comuni stanno lavorando per sviluppare degli approcci che siano in grado di sostenere i diversi bisogni di differenti gruppi sociali della popolazione. Noi abbiamo visto che un approccio integrato è più efficace, un approccio che includa tutti i soggetti sociali, gli operatori dei servizi, le associazioni in ambiti quali educazione degli adulti, vicinato, diversi gruppi della comunità locale, negozianti, poliziotti e i nostri gruppi marginali.

Questa inclusione dà la possibilità di avviare un dialogo aperto, in cui ognuno possa essere ascoltato. Comunque, un prerequisito fondamentale per questo tipo di approccio aperto e integrato è che i gruppi che sono più ai margini abbiano sostegno da, e accesso a, servizi a bassa soglia, sanitari e sociali. Compresi quelli di riduzione del danno. L’accesso a questi servizi è essenziale affinché questi gruppi possano concretamente e attivamente partecipare a questo processo.

 

RDG: Parlando di municipalità, l’approccio securitario è sempre più diffuso, sembra spesso la risposta più tempestiva alla necessità di “fare qualcosa”. Pensi che il vostro approccio integrato abbia convinto gli amministratori con cui avete lavorato? Credi di aver raggiunto un buon risultato nel cambiamento del loro orientamento?

KS: Credo che queste sfide, aumento delle ineguaglianze, populismi, abbiano aumentato l’intolleranza della società verso i gruppi emarginati. Questo è vero soprattutto a livello locale, dove i processi di gentrificazione hanno accresciuto la percezione di disagio e disuguaglianza. La domanda di maggiore sicurezza si è fatta più forte e gli amministratori locali si sentono sotto pressione, pensano di dover dare delle risposte, subito. Spesso questa pressione sfocia nell’adozione di soluzioni a breve termine, che non modificano nulla nel lungo periodo. Durante il nostro progetto, tuttavia, abbiamo raccolto molti diversi esempi in cui è stato adottato un approccio diverso. Abbiamo visto che le Amministrazioni locali sono sempre più consapevoli del fatto che limitarsi a specifici provvedimenti di ordine pubblico non ha alcuna efficacia. Il nostro progetto vuole promuovere un approccio alternativo, fondato su integrazione e inclusione. Penso che abbiamo raggiunto buoni risultati. Sarebbe poco realistico pensare a un cambiamento diretto, immediato. Però penso che mostrare e condividere buone pratiche sia un modo efficace di cambiare la realtà nel lungo periodo. Questo è un processo lungo e, ancora, richiede il coinvolgimento di tutti gli attori. Solo così saremo capaci di essere convincenti. Le nostre esperienze in diverse città possono essere di ispirazione, ma sono certa che ci siano molti altri interventi e approcci che funzionano e che devono essere conosciuti e condivisi.

 

RDG: Puoi dire qualcosa di più circa il coinvolgimento dei gruppi marginali nei percorsi del progetto? Hanno giocato un ruolo attivo?

KS: Il nostro progetto include la realizzazione di quattro azioni locali, e in ognuna il gruppo dei soggetti beneficiari è coinvolto direttamente. Sono azioni diverse per tema, problemi e gruppo sociale destinatario. Alcuni sono più focalizzati sull’erogazione di certi servizi (per esempio, offerta abitativa secondo l’approccio Housing First, accoglienze notturne o servizi di riduzione del danno), altri più mirati alla partecipazione attiva del gruppo attraverso le metodologie di supporto tra pari o della mediazione culturale.

 

RDG: Una delle conseguenze della crisi del 2008, in Europa, è stata il taglio significativo del budget destinato al welfare, e continua a essere un tema all’ordine del giorno del dibattito politico. Il vostro progetto investe, di contro e non poco, su servizi e inclusione. Come avete affrontato questo problema?

KS: Le risorse economiche limitate e i tagli al budget del sistema di welfare sono allarmanti e sono causa dell’aumento di disuguaglianza e povertà in tutti i Paesi europei. È sempre più difficile chiedere fondi e risorse, specialmente quando sono destinati ai gruppi più marginali, che non godono esattamente di popolarità. È strategico riuscire a riferirci all’evidenza che possiamo oggi produrre circa i risultati positivi di un approccio integrato e inclusivo. In parte, questa evidenza si basa anche sull’inefficacia degli approcci “law&order”, e sui costi elevati di queste strategie. Si deve anche sottolineare che c’è una evidenza circa il fatto che alcuni interventi sociali hanno un rapporto costi/benefici positivo, sia a breve che soprattutto a lungo termine. È il caso, per esempio, della riduzione del danno, dell’housing first, del coinvolgimento dei gruppi interessati e del lavoro per l’integrazione.

 

RDG: Se dovessi sintetizzare una “lezione appresa” dal progetto, utile anche per altri contesti europei, quale citeresti?

KS: Non c’è probabilmente nulla di nuovo nel dire che l’approccio integrato funziona. Però io penso che questa continui a essere la questione chiave del nostro progetto: sviluppare interventi e strategie non solo tra operatori e amministratori, ma anche con la popolazione, le comunità coinvolte, i negozianti, la polizia. È solo coinvolgendo tutti gli attori che possiamo davvero cambiare atteggiamenti e contesti. Creare una città sicura non è una questione che riguarda solo politici e amministratori. È una cosa che riguarda tutti, una responsabilità comune.

 

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Katrin Schiffer: (1969) ha studiato scienze sociali in Germania e si è trasferita nel 1994 ad Amsterdam. Da allora ha lavorato in organizzazioni di diverse città, soprattutto con consumatori di droghe e sex worker. Dal 1996, lavora con la fondazione De RegenboogGroep, un’organizzazione che offre servizi e interventi a bassa soglia a consumatori, senza dimora, e persone con problemi psichiatrici. Ha lavorato molti anni come operatrice di strada ed educatrice con uomini che si prostituiscono e con consumatori di droghe. Dal 1997 ha gestito numerosi progetti a livello europeo e dal 2005 coordina la rete Correlation – European Harm Reduction Network. Nel 2011 ha concluso il master olandese in Sanità pubblica e occupazionale.
Rappresenta la sua organizzazione all’European Civil Society Forum on Drugs (CSFD) ed è membro del Direttivo del Forum.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

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