Siria/Turchia. I droni di Erdogan all’attacco, ma la tregua tiene

L’impiego massiccio di droni durante l’offensiva contro le truppe siriane a Idlib, evidenzia l’alto livello della produzione militare turca

Michele Giorgio * • 7/3/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 291 Viste

Regge la tregua in Siria ma Ankara ieri ha ucciso altri 21 soldati di Damasco

I droni, l’arma preferita dai generali di Erdogan, ieri hanno ucciso altri 21 soldati siriani, poche ore dopo l’inizio della tregua a Idlib decisa a Mosca dal leader turco e dal presidente russo Putin. L’intesa ha vacillato subito accrescendo i dubbi di chi non crede che metterà la parola fine alla guerra che Ankara e Damasco hanno combattuto tra fine febbraio e inizio marzo per il controllo di Idlib, provincia siriana trasformata dalla Turchia in una enorme safe zone per le formazioni islamiste e jihadiste che da anni finanzia e arma. La tregua in realtà è servita ad evitare un conflitto aperto tra le forze della Russia in Siria e quelle della Turchia.

Erdogan anche ieri non ha mancato di fare proclami. «L’Ue non ha nulla a che fare con il dossier (di Idlib)» ha detto «(gli europei) vogliono cogliere l’opportunità per svolgere un ruolo, ma quando si tratta di condividere il fardello, non ci sono più». Da Zagabria il Consiglio Affari Esteri dell’Ue ha espresso solidarietà a Grecia, Cipro e Bulgaria (inclusi i picchiatori neonazisti?) per la strumentalizzazione dei migranti da parte della Turchia e ha detto di aspettarsi che Ankara «attui pienamente quanto previsto» dall’accordo Ue-Turchia del 2016. Solo parole. Perché la minaccia di Erdogan di far transitare i migranti  ha gettato nel panico le capitali europee. Non casualmente ieri il responsabile della politica estera dell’Unione, Josep Borrell, ha aperto alla possibilità di una no-fly zone in Siria nell’area di Idlib. Ankara la chiede da anni a protezione della roccaforte dei jihadisti minacciata dall’aviazione russa e siriana.

Si dice che dai colloqui di Mosca Erdogan sia uscito perdente. Con la tregua le forze siriane conserveranno una buona parte del territorio di Idlib che avevano liberato prima dell’intervento turco. E gli avamposti di osservazione di Ankara comunque resteranno circondati dalle truppe di Damasco. Erdogan comunque non può lamentarsi. Ha ottenuto qualcosa che potrebbe rivelarsi molto redditizio per il suo paese. L’offensiva militare in Siria è stata una campagna di marketing davvero efficace per le industrie belliche turche. Nelle ultime quattro settimane la Turchia ha abbattuto tre caccia bombardieri e distrutto 82 obiettivi siriani, tra cui nove carri armati, due mortai Howitzer, sei lanciarazzi, due veicoli militari. Ha ucciso almeno 350 soldati di Damasco e uomini delle milizie alleate (sono 50 i turchi morti). La maggior parte dei micidiali attacchi aerei contro gli obiettivi siriani sono stati condotti con droni costruiti dalle imprese turche Kale Group e Baykar Technologies. Un successo per la politica di Erdogan di costruzione di un’infrastruttura militare e tecnologica indipendente che non si affidi a fornitori esterni. Il Kale Group racchiude 17 società, alcune delle quali forniscono componenti per gli aerei da combattimento americani. La Baykar Technologies, di cui è un importante dirigente il genero di Erdogan, Selcuk Bayraktar, è la società leader nella progettazione e produzione di droni tra i più avanzati al mondo. E il governo turco stanzierà altri 100 milioni di dollari per lo sviluppo dei droni su insistenza dell’altro genero di Erdogan, il ministro delle finanze Berat Albayrak.

L’impiego massiccio dei droni da parte dei turchi ha fatto scalpore nei comandi militari di molti paesi, soprattutto quelli della Nato. Ankara, dicono, ha in parte «rivoluzionato la guerra». Avendo scelto di non impiegare i caccia F-16 per evitare l’intervento dell’aviazione russa, i comandi turchi hanno fatto decollare decine di droni che hanno colpito con straordinaria precisione le truppe, le rampe di missili, l’artiglieria e i mezzi corazzati siriani. I droni inoltre hanno guidato il fuoco dell’artiglieria. Il 27 febbraio, per la prima volta nella storia militare, velivoli comandanti a distanza e armati con bombe di precisione hanno offerto appoggio ravvicinato incessante alle operazioni delle truppe di terra – compito svolto di regola da aerei pilotati da uomini – spianando la strada ai jihadisti intorno a Saraqeb, prima che la città fosse liberata dalle forze governative quattro giorni dopo. Attacchi con droni che i sistemi di difesa missilistici dei siriani, che includono il russo Pantsir-S1, non sono riusciti a fermare. Le immagini dei carri armati siriani distrutti dai droni assieme ai loro equipaggi – mostrate in decine di filmati messi in rete dalle forze armate turche – contribuiranno a realizzare i piani del ministero della difesa turco che punta portare le esportazioni dell’industria bellica da due a 10 miliardi nel 2023.

* Fonte: Michele Giorgio, il manifesto

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