A marzo quasi 7mila anziani deceduti nelle RSA, metà in Lombardia

La ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità. In Lombardia la metà dei morti totali: si sono registrati 3.045 casi

Adriana Pollice * • 18/4/2020 • Salute & Politiche sanitarie, Welfare & Politiche sociali • 510 Viste

Il disastro nella gestione delle Residenze sociosanitarie per anziani durante l’epidemia di Covid-19 è riassunto nei numeri (ancora parziali) diffusi ieri dall’Istituto superiore di Sanità: dal primo febbraio in un terzo delle Rsa si registrano 6.773 morti tra gli ospiti, il 7-8% di tutti gli anziani nelle strutture. Di questi, 364 positivi dopo il tampone più altri 2.360 con sintomi simil-influenzali riconducibili con tutta probabilità al Coronavirus.

SONO 2.724 i decessi attribuibili al Covid-19, oltre il 40% del totale. E comunque resta il dubbio sulle altre morti: «È difficile distinguere fra influenza e Covid-19» ha spiegato Graziano Onder, del Centro cardiovascolare e dell’invecchiamento dell’Iss. I dati sono emersi dalla ricerca effettuata dall’Istituto superiore di Sanità sulle strutture residenziali e sociosanitarie. La survey, iniziata il 24 marzo, coinvolge 3.420 Rsa pubbliche o convenzionate che fanno parte dell’Osservatorio Demenze: hanno risposto in 1.082 per una platea di 80.131 residenti.

LA METÀ DEI DECESSI si registra in Lombardia (3.045), 1.625 attribuibili al Coronavirus. Il tasso di mortalità fra i residenti, considerando i decessi di persone risultate positive o con sintomi simil-influenzali, è del 3,3% ma sale al 6,7% in Lombardia. Bergamo è la provincia più colpita con una mortalità che supera il 18%, seguita da Reggio Emilia e Lodi. La percentuale più alta di morti (il 36,5%) è avvenuto nella fascia temporale 16-31 marzo, mentre dal primo al 15 aprile la percentuale scende all’11,3%. In totale i pazienti finiti in ospedale sono stati 4.066, il 45,3% riconducibili all’infezione da Covid-19.

TRA LE DIFFICOLTÀ riscontrate dalle strutture interpellate prevale la mancanza di dispositivi di protezione (82,7%), quindi l’impossibilità di eseguire tamponi (46,9%), le assenze del personale (33,5%) e le difficoltà nell’isolamento (25,9%). Per l’8,4% delle strutture risulta impossibile isolare pazienti risultati positivi o sospetti positivi. Il 31,3% finisce in stanza con altri pazienti.

Difficile comunque avere dei dati definitivi poiché «non ci sono stime reali in Italia dei residenti nelle Rsa, alcune dicono 280mila – ha commentato Onder -. La distribuzione è maggiore nel Nord Italia». Resta poi un altro dato allarmante: gli ultimi contagi sono avvenuti dopo il lockdown: «Sappiamo che ci sono stati focolai ospedalieri e soprattutto nelle Rsa. La gran parte probabilmente contagi di natura intrafamiliare» ha spiegato il direttore del dipartimento malattie infettive dell’Iss, Gianni Rezza.

LE INCHIESTE sulla gestione delle Rsa e i contagi si stanno moltiplicando. In Piemonte primi due indagati per i morti nella Casa di riposo del comune di Vercelli: 126 residenti inclusi i malati di Alzheimer, 40 decessi a marzo. La procura aveva già aperto un fascicolo per epidemia colposa e omicidio colposo plurimo, ieri ha iscritto nel registro degli indagati il direttore della struttura, Alberto Cottini, e la direttrice sanitaria, Sara Bouvet.

«Migliaia di anziani morti o contagiati nelle Rsa e nelle case di riposo meritano giustizia. Per questo siamo pronti a costituirci come parte civile nell’eventualità che i processi in tutto il territorio nazionale riscontrino responsabilità e negligenze»: è la posizione assunta da Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi-Cgil.

PEDRETTI conclude: «Ci sono responsabilità politiche, che hanno portato a prendere delle decisioni pagate a caro prezzo. Gli anziani non sono stati protetti a sufficienza. Troppo silenzio da parte delle istituzioni, a partire dal ministero della Salute».

* Fonte: Adriana Pollice, il manifesto

 

Foto di truthseeker08 da Pixabay

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