Coronavirus. Lockdown o non lockdown, le aziende lombarde sono già al lavoro

Coronavirus. Lockdown o non lockdown, le aziende lombarde sono già al lavoro

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Gli fa eco la Cisl di Bergamo: «In provincia il numero di chi ha già ripreso o non ha mai interrotto la produzione è particolarmente alto, nonostante la bergamasca sia l’epicentro dell’epidemia. Circa il 40% delle attività sono già partite»

«Sono almeno 23mila le autocertificazioni e le deroghe presentate alle varie prefetture della Regione», dice Alessandro Pagano, segretario generale Fiom della Lombardia, e quindi le aziende che lavorano oltre alla filiera dell’essenziale, «filiera che secondo una stima Istat di fine marzo parla di quasi la metà delle imprese in regione attive, circa 450mila sulle 800mila totali». I numeri ci dicono di un territorio tutt’altro che immobilizzato come invece racconta Confindustria, tanto che la stessa ricerca sul decreto «cura Italia» condotta da Istat, a livello nazionale e senza contare le comunicazioni in prefettura, segnala 2,3 milioni di attività aperte su 4,5 milioni (il 48,7%). «Il lockdown ha queste caratteristiche. Non è una svista. Né qualcosa di cui sorprendersi. È la struttura che è stata usata fin dal primo decreto» ricorda Pagano.

NELLA SOLA AREA metropolitana di Milano i numeri della Camera del Lavoro parlano di 520mila lavoratori (circa un terzo della forza totale in potenza) impegnati nella filiera dell’essenziale. A questi, da oggi, se ne aggiungeranno altri 40-50 mila in virtù dell’allargamento dei codici Ateco dell’ultimo dpcm e anche i dipendenti delle migliaia di attività che hanno fatto comunicazione in prefettura (almeno 4mila secondo i dati Fiom).

Nell’area milanese, dove si continuano a registrare importanti numeri di nuovi infetti tanto che Gallera ha definito la situazione ancora instabile, secondo la Cgil sono sicuramente 600mila le persone, su circa un milione e mezzo di lavoratori, che subiscono il lockdown in maniera certa. «In prefettura, a Bergamo, sono arrivate almeno 2.372 autocertificazioni e molte richieste di deroga – dice Francesco Macario, segretario regionale di Rifondazione Comunista – centinaia hanno già passato i controlli della prefettura, e per ora risulta che solo otto sono state sospese. Si calcola che il 60%, forse addirittura il 70%, delle aziende bergamasche del comparto manifatturiero non ha mai sospeso, oppure ha ripreso, o sta riprendendo l’attività. Altro che necessità di fare ripartire le attività produttive».

Lo denuncia anche la Cisl di Bergamo: «In provincia il numero di chi ha già ripreso o non ha mai interrotto la produzione è particolarmente alto: nonostante la bergamasca sia l’epicentro dell’epidemia, infatti, quasi la metà delle aziende meccaniche non si è mai fermata; le chimiche girano a pieno ritmo da sempre; un importante numero di aziende del comparto costruzioni si sta autocertificando per riprendere o continuare l’attività. Circa il 40% delle attività sono già partite, la fase di ripartenza è già avviata nei fatti».

A BRESCIA INVECE prima delle nuove piccole aperture del governo, erano attive 49.542 imprese, di cui circa 7mila grazie a deroghe e autocertificazioni, su un totale di circa 120mila aziende nel territorio. A riaprire i cancelli oggi, per volontà del prefetto Visconti e contro il volere dei sindacati, per sperimentare nuovi protocolli di sicurezza saranno anche la Feralpi (siderurgia), la Beretta (Armi), e la Streparava (automotive). Si aggiungono così, pur con un’operatività prevista del 20%, a chi ha mandato comunicazione alla prefettura nelle ultime ore e a quelle che dispongono dei nuovi codici Ateco necessari.

UNO SCENARIO, quello lombardo, che descrive una realtà un po’ diversa e distante dall’immagine del lockdown. Centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici ogni giorno in movimento per le città e la regione, tanto che le autostrade nei giorni feriali sono piene di tir e furgoni, mezzi che nel week end e nei giorni di festa si riducono notevolmente.

«È evidente che le pressioni del business si sono viste dal primo minuto. Mi pare una delle cose di cui siamo certi – conclude Pagano – come sindacato abbiamo deciso di occupare di volta in volta tutti gli spazi possibili per contrastare quello che si stava determinando. Come si è visto non è possibile far prevalere l’interesse e il business sulle vite delle persone, noi l’abbiamo ribadito con lo sciopero regionale del 25 marzo che penso sia stato utile in tal senso».

* Fonte: Andrea Cegna, il manifesto



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