Khalifa Haftar

Guerra civile in Libia: nel 2020 bombardati 17 ospedali

I numeri dell’Onu dopo l’ultimo lancio di missili del generale Haftar su una struttura sanitaria di Tripoli. Intanto Malta si defila dalla missione europea Irini che dovrebbe limitare l’arrivo di armi al paese in guerra

Roberto Prinzi * • 17/5/2020 • Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 437 Viste

Ormai è una certezza: neanche gli ospedali sono risparmiati dalla barbarie della guerra civile libica. L’ultimo orrore è stato compiuto tre giorni fa: colpiti l’ospedale centrale di Tripoli e alcune aree residenziali limitrofe. Il bilancio è stato di 14 feriti, tra cui alcuni bambini.

Il Governo di Accordo nazionale (Gna) di Tripoli ha puntato di nuovo il dito contro il generale Haftar, il capo dell’autoproclamato Esercito Nazionale libico (Enl), già autore in passato di crimini simili.

Una costante in Libia: solo dall’inizio del 2020 l’Onu ha registrato 17 attacchi contro strutture sanitarie. Raid odiosi che sono ancora più inaccettabili ora che il paese deve fronteggiare l’epidemia di Covid-19 (finora 64 casi accertati, tre morti) che sovraccarica un sistema sanitario già al collasso dopo nove anni di guerra.

La situazione umanitaria è sempre più drammatica nel gigante nordafricano: poche ore prima dell’attacco, diverse agenzie dell’Onu (Ocha, Unhcr, Unicef, Unfpa, Wfp, Oms e Oim) lo avevano ricordato con un comunicato in cui chiedevano a Tripoli e Bengasi di porre fine alle violenze. Non c’è stato niente da fare: lo show delle atrocità deve andare avanti.

La ricetta dell’Unione europea e dell’Onu per fermare le violenze è arrestare il flusso ininterrotto di armi che giunge in Libia. A svolgere questo compito dovrà essere l’Operazione “Irini” che, partita lo scorso 4 maggio, è già in alto mare: Malta si è sfilata.

Ufficialmente per motivi finanziari. In verità perché teme che la Guardia costiera libica potrebbe scaricare su di lei il peso di nuove partenze di migranti.

Uscire da Irini vorrebbe invece dire compiacere Tripoli che, a differenza di Bengasi, si è sempre mostrata contraria a una missione che, a suo dire, non riuscirà a bloccare i rifornimenti d’armi che giungono in Cirenaica da Egitto ed Emirati via terra e aerea. Il no maltese preoccupa non poco Bruxelles.

L’Alto rappresentante agli esteri dell’Ue Borrell sta provando a corteggiare Malta con aiuti e finanziamenti. Sia chiaro: non è la sicurezza dei libici che sta a cuore alla Fortezza Europa, ma il fatto che la continuazione della guerra comporterà necessariamente nuovi arrivi di migranti sulle nostre coste. Borrell è stato esplicito: «L’onda migratoria non sarà risolta finché non sarà stabilizzata la Libia».

Se a Bruxelles sono preoccupati per Irini, ostenta sicurezza il ministro degli Esteri italiano Di Maio. Pochi giorni fa il titolare della Farnesina ha riferito in Senato quanto sia «fondamentale adoperarsi per il rilancio del processo di Berlino in termini di dialogo intra-libico».

L’Italia, ha detto, «sta dando un rinnovato impulso al processo di pace» con i 500 uomini della Marina che prenderanno parte alla missione a guida italiana. Parole che stridono con la realtà e che mostrano tutta l’illusione di Roma di poter contare ancora qualcosa sul dossier libico: a Tripoli e a Bengasi già da tempo guardano ad altri lidi.

* Fonte: Roberto Prinzi, il manifesto

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