Il lupo chi è? Il 41bis e il Ballo delle forche

Attaccato, Bonafede rivendica il suo ruolo di bravo ministro antimafia, che ha firmato più di 650 decreti di 41 bis. Evidentemente, tanta più gente butti al regime detentivo differenziato, quanto più efficace e capace sei come ministro della giustizia

Maria Brucale * • 7/5/2020 • Carcere & Giustizia, Contenuti in copertina • 613 Viste

Il ministro della giustizia tuona: “l’indipendenza dei giudici è sacra. Applicano la legge. Ma le leggi le scriviamo noi!”
Verrebbe da chiedersi: noi chi? Il governo fa le leggi? Legittimato da chi?
Se sapessero quello che dicono si affaccerebbe lo spettro di un passato sempre troppo vicino. Ma, magra consolazione, sembra proprio non sappiano quello che dicono e ancor meno quello che fanno.

La stura dei propositi sovversivi è data dalle reazioni scomposte quanto ingiustificate ai provvedimenti di alcuni magistrati di sorveglianza che, in piena emergenza sanitaria, investite della responsabilità di persone condannate per reati di mafia affette da malattie gravissime e impossibilitate a curarsi in carcere, esposte assai più delle altre a rischio di morte in caso di contagio da covid-19, valutatane la pericolosità soggettiva residua dopo la lunga detenzione patita, hanno disposto nei loro confronti, per un tempo determinato, la detenzione domiciliare.

Decisioni doverose perché sorrette da una preminenza di valori stabilita senza esitazioni dal Costituente. La protezione della vita non si inchina davanti a niente.

Le norme di riferimento, infatti, previste dal Codice penale, esprimono con chiarezza tale concetto a quanto pare solo in apparenza ovvio. La pena è differita ove la sua esecuzione possa comportare la morte della persona ristretta, qualunque persona, qualunque reato abbia commesso. Può essere differita anche quando il detenuto, pur non a rischio vita, tragga dalla sua reclusione una sofferenza aggiuntiva ingiustificabile ed incoerente con la vocazione alla riabilitazione di ogni pena. Ove il malato sia persona pericolosa in virtù e delle condanne subite, e di una prognosi ancora sussistente di recidiva, il contemperamento dei valori (la tutela della salute e della sicurezza pubblica) determina l’applicazione di una misura di controllo e di restrizione, la detenzione domiciliare.

Questi sono i principi costituzionali cui i giudici devono adattarsi e quando lo fanno (non spesso) bisognerebbe bere ed inebriarsi per festeggiare la vittoria del Diritto sulla terribilità. Invece no. Vengono additati e isolati, messi al bando, intimiditi. Il ministro della giustizia annuncia ispezioni.

I casi agli onori delle cronache, in realtà, riguardavano persone assai prossime ad essere scarcerate per avere per intero espiato la loro condanna. E il dato sconcertante è che fossero ancora recluse in 41 bis, quel carcere di rigore che si dovrebbe applicare temporaneamente e in situazioni di vigente emergenza perché comporta la sospensione in tutto o in parte del trattamento intramurario, della tensione del carcere alla riabilitazione, in sostanza dell’art. 27 della Costituzione. Per queste persone, invece, il trattamento (orribile parola!) non è mai esistito. Vengono restituite alla piena libertà senza un giorno di valutazione da parte delle autorità preposte dei loro percorsi, del loro vissuto da ristretti, dei loro cambiamenti. Altro che gradualità e flessibilità della pena, progressione, reinserimento, restituzione! Ma tant’è.

Dobbiamo dolerci, invece, che ci siano giudici di sorveglianza che fanno il loro mestiere di tutori dei diritti dei ristretti.

Ma sono tempi duri anche per via Arenula perché nel ballo delle forche viene fuori che il DAP avrebbe tardato a rinvenire, per uno dei condannati malati, un luogo adeguato di cura tra quelli intramurari così costringendo un giudice serio a disporre l’inevitabile scarcerazione. Tutti d’accordo. Il DAP è colpevole perché non ha fatto in modo che un uomo detenuto per camorra finisse in carcere i suoi giorni e le responsabilità del DAP ricadono inevitabilmente sul ministro della giustizia.

Non ci sono trasmissioni televisive e aperture di telegiornali sulla assoluta inadeguatezza dei nostri governanti nella gestione della pandemia in carcere, della mancanza di coraggio, dell’indifferenza a una situazione drammatica e disperante di impossibilità di proteggersi nell’abbandono obbligato degli affetti e delle attività. Non vediamo inviati negli istituti di pena che mostrano celle fatiscenti, muffe alle pareti, convivenza coatta in minuscoli spazi, promiscuità di ambienti chiusi e asfittici per le esigenze primarie della vita quotidiana, lingue di spazio che fanno da bagno e da cucina per tre, quattro, cinque, sei persone costrette a raccogliere il respiro e gli umori le une delle altre. Nulla ci scompone. Non i tanti detenuti morti nelle rivolte esplose dalla rabbia (imperdonabile certo) dei quali ancora nulla o pochissimo è dato sapere. Tutti giustamente inorriditi e scandalizzati davanti alle immagini di guerriglia, alle fiamme e alle grida ma tante sono le immagini che non abbiamo visto ed è importante conoscerle e comprendere appieno la direzione del nostro sconcerto.

Intanto, nella smania punitiva al ministero della giustizia si cerca di proteggere una velenosa ragion di Stato e nella frenetica produzione di decreti e decretini ne esce uno, dl. n. 28, 30 aprile 2020, col il quale, tra l’altro, si dispone che il giudice richiesto della misura della detenzione domiciliare nei confronti di persona, condannata per reati di mafia e terrorismo ed altri di particolare gravità, affetta da patologie incompatibili con il carcere, debba richiedere un parere alla procura del luogo dove è stata emessa sentenza e, per i soggetti in 41 bis, alla direzione nazionale antimafia.

Il provvedimento, figlio di una gran confusione tra le prerogative dei poteri dello Stato, in concreto non ha cambiato in nulla l’esistente. Il giudice, nel decidere il differimento facoltativo della pena per un soggetto condannato per reati associativi svolgeva già una capillare istruttoria per valutare la pericolosità del ristretto operando una perequazione dei valori di rango costituzionale in campo. La previsione scritta di un parere obbligatorio seppur (ovviamente) non vincolante ha soltanto il sapore amaro di una ingerenza con il carattere dell’intimidazione nella autonomia e nell’indipendenza della magistratura.

Il capo del DAP, Francesco Basentini, si dimette. Al suo posto viene nominato il dott. Bernardo Petralia. In una, purtroppo, assai seguita trasmissione televisiva il coro unanime accusa l’amministrazione penitenziaria della sua indolenza gravida di conseguenze finché arriva una telefonata del dott. Nino Di Matteo. Il paladino antimafia si duole della sua mancata nomina a capo del DAP che pure, circa due anni prima, il ministro Bonafede gli aveva proposto insieme a quella di direttore generale degli affari penali, inspiegabilmente recedendo da tale offerta. Il dott. Di Matteo narra di intercettazioni che avevano svelato il malcontento dei detenuti alla notizia del suo possibile insediamento quale capo delle carceri e sembra esprimere quantomeno il sospetto che nel ripensamento di Bonafede ci sia stato il timore di scontentare troppo i reclusi ovvero la paura di ritorsioni o rivendicazioni. Bonafede ha modo di difendersi e si premura a rivendicare il suo ruolo di bravo ministro antimafia che ha firmato più di 650 decreti di 41 bis tra proroghe e nuove applicazioni. Tanta più gente butti al regime detentivo differenziato, quanto più efficace e capace, dunque, sei come ministro della giustizia.

Ma se avesse adottato provvedimenti deflattivi concreti, ridotto il sovraffollamento, lavorato per creare il distanziamento sociale dentro le mura, impiegato risorse per igienizzare gli ambienti e proteggere gli agenti di polizia penitenziaria, involontari e inevitabili veicoli di contagio, rasserenato da subito gli animi delle persone detenute rendendo meno struggente l’interruzione improvvisa dei rapporti con i familiari e delle opportunità di studio, di lavoro, di relazione, di accesso ai piccoli, preziosi e sofferti momenti di recuperata libertà creando alternative immediatamente fruibili di contatto con i congiunti (altra brutta parola) e di impiego del tempo, forse nelle carceri e nelle strutture sanitarie a esse annesse ci sarebbe stata la possibilità di offrire cure adeguate a chi aveva da espiare condanne per reati di particolare gravità. Ma è sempre assai più facile gridare al lupo al lupo senza stare a chiedersi il lupo chi è.

* Avvocata

 

Foto di b0red da Pixabay

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