La casa brucia, non possiamo più stare a guardare. Intervista a Livia Tolve

Intervista a Livia Tolve

Alberto Zoratti * • 19/5/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 989 Viste

La lotta al cambiamento climatico si è arricchita di nuovi protagonisti: il movimento dei Fridays For Future (FFF), formato da migliaia di giovani e giovanissimi e rappresentato dalla giovane Greta Thumberg, sta mettendo al centro dell’agenda globale e delle cronache delle mobilitazioni la necessità di essere più ambiziosi per fermare il disastro ecologico imminente. Il tempo sta passando e la comunità scientifica produce ricerche e studi che mostrano come vari punti di non ritorno siano ormai in vista. Un cambio di rotta è necessario, e chiama in causa ognuno di noi, ci dice la ricercatrice e attivista ambientalista Livia Tolve.

 

Rapporto Diritti Globali: i dati parlano di una concentrazione di CO2 che oramai tocca i 415 ppm, oramai vicina alla soglia dei 450 sventolata dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) come soglia critica. Come vedi questa deriva della governance globale, che pare non riuscire a mettere mano a un disastro ecologico di tali proporzioni?

Livia Tolve: La vedo con enorme preoccupazione ovviamente. «I want you to panic», ripete Greta Thunberg a quella governance, perché appunto il panico è quello che è nato in molti di noi, ragazzi e ragazze, uomini, donne, che siamo oggi diventati attivisti proprio sotto il pungolo di un allarme ineludibile, quotidiano, prioritario. Quando il panico ti paralizza, la prospettiva è drammatica; quando invece ti mobilita e con te mobilita altri, può nascere la rivoluzione. Ecco perché vivo con ansia, ma non con disperazione: la governance globale è un Golia colossale, inamovibile per piccoli singoli David, ma le storie di chi ha creduto nella collettività insegnano che le persone insieme possono invece vincere grandi lotte. Il punto è che non c’è davvero più tempo: vivo con la consapevolezza di essere in quella generazione X che vedrà – anzi, già vede – cose tremende ed enormi, ci sentiamo tutti sull’orlo del baratro e forse siamo rimasti anche noi in primis spiazzati e sorpresi dall’aver acquisito, tutt’a un tratto, questa consapevolezza di quanto l’apocalisse sia davvero imminente… Le nubi di smog delle nostre città hanno obnubilato la vista, per anni, un po’ a tutti. Il risveglio degli ultimi mesi è davvero l’ultima chiamata all’azione e, come diciamo e scriviamo sempre, sappiamo che non possiamo stare a guardare mentre “la casa è in fiamme”; nessuno può farlo.

 

RDG: Sono passati 10 anni dalla COP15 di Copenaghen, in occasione della quale i movimenti avevano coniato lo slogan «the world is watching». Cosa pensi sia cambiato da allora? Il mondo sta continuando a guardare?

LT: Effettivamente il risveglio della coscienza ambientalista di cui parlavo sopra può essere fuorviante: non è la prima volta che parole forti si levano, anche dalla società civile, in merito al cambiamento climatico e alla crisi ecologica ambientale, è qualcosa che in parte già è accaduto, vuoi appunto con la COP15, ma ben prima già negli anni Novanta del secolo scorso con i protocolli di Kyoto e prima ancora, negli anni Settanta, con il rapporto al Club di Roma; tanti accordi e studi che hanno dato le basi a molti movimenti ambientalisti, grandi e piccoli, nel mondo…

Quello che, forse, oggi, c’è di diverso è appunto quanto dicevo sopra: l’impellenza estrema. Stanno prendendo voce quelle persone che materialmente vedono e vedranno distrutto il loro presente e il loro futuro direttamente a causa dei cambiamenti climatici. Il re è completamente nudo, forse finora si poteva stentare a rendersene conto, ormai è palese per chiunque, o quasi.

 

RDG: Il movimento dei FFF rappresenta una novità assoluta nel panorama dei movimenti italiani: molti giovani, tanti giovanissimi, che decidono di prendere parola. Dovessi interpretarne la nascita e prevederne l’evoluzione, cosa diresti?

LT: FFF è nato appunto dall’azione spontanea di più gruppi di studenti che hanno iniziato a riprodurre il gesto di sciopero dalla scuola che Greta Thunberg porta avanti dall’agosto 2018; in Italia la prima città che ha visto ragazzi scioperare sotto il Comune il venerdì mattina è stata Pisa: Bruno, un mio caro amico e collega dell’università ha preso l’iniziativa. Sicuramente i social hanno giocato un ruolo fondamentale nello spargere il seme di FFF, ma quello che si constata è che la sensibilità alla tematica, la coscienza dell’emergenza climatica, già c’era, sopita, in molti, moltissimi. Ci voleva solo una miccia adeguata.

Sull’evoluzione del movimento non ho una risposta, nessuno ce l’ha e, anche per scaramanzia, difficile sbilanciarsi, soprattutto adesso, nei pressi del terzo sciopero globale e della seconda assemblea nazionale. Non scommetterei, soprattutto, sull’evoluzione parallela dei vari gruppi: le esperienze e le specificità locali sono così variegate, la volontà di lasciare liberi i vari nodi anche così chiara, che potremmo aspettarci un bel caleidoscopio di novità e iniziative differenti, a intervallare gli appuntamenti globali che comunque continueranno a riproporsi in modo coordinato.

 

RDG: Quali sono le priorità, gli obiettivi e i metodi del movimento?

LT: La volontà è sicuramente quella di estendere la mobilitazione, ai lavoratori e ancora di più alle scuole, che solo parzialmente e a intermittenza partecipano ai presidi, alle università, ancora troppo marginali. La speranza è quella di far parlare di emergenza climatica chiunque, ovunque, sempre. Di farne ordine del giorno per la società civile tutta, o almeno tutta quella che soffre le conseguenze di un sistema inquinante e oppressivo e che non potrà permettersi di salvarsi su un pianeta invivibile (solo i ricchissimi potranno, di fatto).

Quanto ai metodi, almeno per adesso, quelli su cui ci basiamo sono gli scioperi da scuola, i presidi in piazza, i flash mob, i cortei e le manifestazioni, oltre che la scrittura su stampa locale e nazionale, sui social e poi interventi nelle assemblee scolastiche, universitarie, nelle riunioni di altri gruppi ambientalisti e non… Può darsi che, dal confronto con altre realtà di movimento emergano poi proficue contaminazioni quanto alle forme di sciopero, ma ancora è tutto da costruire!

 

RDG: Vedi possibili alleanze al movimento? Extinction Rebellion (XR) rappresenta un’altra novità non prevedibile. Pensi potranno esserci collaborazioni o convergenze? E se sì, come?

LT: Sicuramente ci sono convergenze, moltissime nei contenuti e negli appelli, meno nella storia dei movimenti e nei metodi. XR nasce in un’unica città, Londra, e da questo centro poi si espande in Inghilterra. XR nasce in maniera molto ragionata e studiata, pianificata a tavolino con competenza magistrale, da parte di attivisti per lo più adulti. Già qui si discosta da FFF, spontaneo, “fortuito”, casuale, studenti che si sono ritrovati a migliaia nelle piazze quasi senza saperlo o immaginarselo!

XR adotta già da tempo forme di disobbedienza civile che FFF non ha ancora abbracciato (non so se accadrà in futuro): abbiamo finora organizzato sempre cortei e manifestazioni autorizzate o comunque flash mob che non esponessero molto gli attivisti giovanissimi. Non escludo comunque iniziative congiunte tra i due movimenti anche a breve termine, c’è la volontà di parlarsi e conoscersi e contaminarsi, pur mantenendo ognuno le sue specificità.

 

RDG: Oggi è più che mai necessario un cambio di rotta, una vera e propria transizione ecologica e sociale. Quali passi secondo te bisognerà fare per renderla concreta?

LT: FFF parte dalla decarbonizzazione delle economie occidentali, prima ancora di quelle di Paesi in via di sviluppo. Decarbonizzare significa adottare energie rinnovabili, per le quali le tecnologie già ci sono, la volontà politica di incentivarle all’interno di un contesto di mercato invece poco… E infatti una buona parte di FFF (e io stessa, parlando a titolo personale) sa che una vera e propria transizione ecologica e sociale non è possibile all’interno del capitalismo: non è possibile, mantenendo le regole di questo gioco, distruggere i monopoli di ricchezza derivanti dall’accentramento di combustibili fossili nelle mani di pochissime aziende. Non è possibile porre un freno all’estrattivismo senza mettere dei limiti allo sviluppo commerciale e alla produzione. Minare e decostruire il sistema non sarà facile né rapido, ma credo che, nella nostra generazione, assisteremo anche a questo: in un modo o in un altro il sistema economico collasserà e se ancora non saranno state messe in atto politiche sociali ed economiche alternative e rigenerative, sono convinta che le comunità le sperimenteranno da sole.

 

RDG: Quale può essere il ruolo di un singolo cittadino o di una singola cittadina, di un’associazione, di un ente pubblico nel cambiare rotta, nel ritrasformare le nostre società in modo più ecologico?

LT: Fino a qualche mese fa avrei risposto a questa domanda puntando tutto sulla condotta individuale, sul ruolo dei singoli in quanto attori nel mercato con la possibilità di minarlo dall’interno; perciò avrei detto che bisogna diffondere il più possibile fra tutti stili di vita più sobri, negli spostamenti, nell’alimentazione, nel vestire… Dopo mesi di attivismo, di crescita personale nell’analisi politica, che devo moltissimo a compagne e compagni più grandi, a contaminazioni con altri gruppi e movimenti, oggi dico che, come sopra, per cambiare la società e rendere possibile la transizione dobbiamo minare i monopoli di potere e ricchezza, poiché sono questi di fatto a produrre anche il più dell’inquinamento mondiale, senza pagare e anzi, scaricando tutti i costi su di noi. La responsabilità individuale ci deve essere e ci deve essere la convinzione, la voglia, la determinazione del singolo a pretendere una vita in cui si fa meglio con meno, con meno lavoro, meno produzione, zero sprechi e zero emissioni: ma questa pretesa deve assolutamente tradursi in contestazione del sistema, non limitarsi, per fare un esempio, agli acquisti “sostenibili”… La coerenza in questo poi si espande a matriosca alle associazioni, agli enti e via e via, ognuno nel suo contesto.

In ultima analisi, mi ritrovo a dire che la lotta ambientalista (in ogni sua forma, badiamo bene: dalla sensibilizzazione del prossimo, alla pressione politica e istituzionale, allo sciopero dal lavoro, al blocco della produzione, alla disobbedienza civile) è quanto di più possiamo e dobbiamo fare tutti.

 

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Livia Tolve: laureata in Scienze Biologiche, con una tesi di laboratorio in genetica di conservazione delle tartarughe marine del Mar Adriatico, pubblicata su “Marine Biology” nel 2018, collabora con Tethys Research Institute per il monitoraggio di cetacei tramite Citizen science, e segue il corso di laurea magistrale a Pisa su Conservazione ed Evoluzione con una tesi sulle tartarughe marine a Lampedusa. È coinvolta nell’attivismo nel nodo pisano del movimento ambientalista Fridays For Future, che sta animando piazze e cuori di tante e tanti un po’ in tutta Europa e nel mondo.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

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