Morti in carcere. Aspettando la verità

Intervista a Marcello Marighelli, Garante delle persone private della libertà – Regione Emilia-Romagna

redazione Diritti Globali • 12/5/2020 • Carcere & Giustizia • 317 Viste

Subito dopo le proteste avvenute nel carcere di Modena l’8 marzo scorso, nove reclusi di quel penitenziario sono morti in cella o durante il trasferimento ad altri istituti. A oggi non esiste ancora una versione ufficiale e definita sulle cause dei decessi. Secondo il ministro e la stampa sarebbero avvenuti “perlopiù” per overdose di farmaci. Una spiegazione troppo generica per essere accettabile. Come Garante dell’Emilia-Romagna ha potuto raccogliere direttamente informazioni? Il quadro che lei si è fatto è chiaro e sufficiente? Cosa ne emerge?

Ho visitato l’11 marzo 2020 la Casa Circondariale di Modena, gli edifici della struttura principale e del “nuovo padiglione” erano devastati dal fuoco e dai danneggiamenti praticati evidentemente con ogni mezzo disponibile. Le parti più danneggiate erano quelle comuni, gli ambulatori, i locali per il personale di vigilanza, le cucine, ma soprattutto le zone di accesso e uscita. L’odore di bruciato era insopportabile. Dappertutto fuliggine e altri resti di combustione di materiali di tutti i tipi, dagli arredi agli impianti elettrici completamente distrutti.

Non posso considerare quello che ho visto l’effetto di una protesta, ma semmai di una rivolta che ha coinvolto un certo numero di persone, probabilmente prese dalla paura di una doppia segregazione per la detenzione e per l’epidemia. Una paura di perdere ogni contatto e ogni aiuto che, insieme alla paura del contagio, in un ambiente ristretto e affollato, ha fatto da detonatore a un’esplosione di disperata violenza.

Non conosco la base documentale della versione del Ministro della Giustizia e non conosco le fonti delle versioni sull’accaduto apparse sulla stampa, quindi non esprimo giudizi, ma non posso farle mie. Occorrerà attendere una verità giudiziaria, senza per questo rinunciare a una analisi degli aspetti politici e sociali di un tale disastro.

 

Secondo quanto ci ha dichiarato l’avvocato della famiglia di una delle vittime, le autopsie sono state da tempo effettuate ma i risultati non sono ancora stati comunicati. Lei ha al proposito notizie aggiuntive o più recenti? È normale vi siano tempi così dilatati per un episodio così tragico (non era mai accaduto che un numero così alto di detenuti perdessero la vita contemporaneamente)?

La morte di una persona in carcere desta sempre seria preoccupazione, e richiama l’attenzione dell’Ufficio di Garanzia che rappresento, ma quanto è accaduto a Modena, per il numero di vittime, l’arco temporale in cui sono avvenuti i decessi e i diversi luoghi interessati a causa dei trasferimenti intercorsi, non si era mai visto e pone molteplici interrogativi sulle cause e le circostanze che richiedono risposte non semplici e proporzionate alla dimensione, alla gravità e drammaticità degli eventi.

Ancora non conosco lo stato dei procedimenti aperti dalla Magistratura, ma sono fiducioso che la vicenda sarà oggetto di tutti gli approfondimenti che merita.

 

All’indomani di quei gravi fatti, numerosi detenuti sono stati trasferiti da Modena ad altre carceri. Lei ne conosce il numero e le destinazioni? In virtù delle sue prerogative, ha avuto la possibilità di raccoglierne le testimonianze o comunque ha ricevuto versioni sull’accaduto da reclusi trasferiti o tuttora presenti a Modena, o da loro famigliari?

A Modena il 29 febbraio erano presenti 562 persone detenute, rispetto ad una capienza regolamentare di 369 posti. Alla fine di aprile erano rimaste poco meno di 100, recluse nei pochi spazi ancora idonei. I trasferimenti sono stati molti e hanno impegnato diversi giorni, una parte è stata verso gli istituti del distretto e un numero maggiore per quelli fuori distretto. Gradualmente è ripresa la corrispondenza con alcuni trasferiti, e con persone rimaste a Modena, anche il volontariato ha riallacciato diversi contatti con detenuti e le loro famiglie.

Non ho ricevuto racconti da parte dei protagonisti di quanto è accaduto, per ora emerge il disagio per i danni e i trasferimenti. La maggior parte delle richieste delle persone detenute che sono arrivate direttamente, o per il tramite di famigliari riguardano l’accesso alla detenzione domiciliare e le recenti modifiche alla normativa. Molte le aspettative, con risultati ancora non esattamente quantificabili, ma non trascurabili.

La Regione Emilia-Romagna e l’UEPE stanno realizzando il progetto di Cassa Ammende per consentire a chi non ha disponibilità di un proprio domicilio di poter accedere alla detenzione domiciliare.

 

A lei risultano, o lei stesso ha avuto modo di richiederli e prenderne visione, accertamenti dello stato di salute dei detenuti trasferiti da Modena, per come dovrebbe essere obbligatoriamente registrato al momento dell’ingresso negli istituti di destinazione e per come risulta dalle cartelle cliniche?

Il mio primo intervento è stato sui casi che mi sono stati segnalati, di interruzione delle comunicazioni con le famiglie. Ho chiesto il rispetto del diritto a comunicare delle persone detenute, trasferite da Modena e Bologna in altri istituti della Emilia- Romagna a seguito dei fatti dell’8 marzo e di garantire la possibilità di effettuare la comunicazione epistolare, telegrafica o telefonica prevista dall’art. 62 del D.P.R. del 30 giugno 2000, per informare della propria sede di destinazione. Ho anche chiesto che il relativo costo fosse posto a carico dell’Amministrazione, in caso di mancanza di fondi personali, come previsto dal regolamento. Per i trasferimenti in altre regioni la rete dei Garanti regionali si è attivata e al momento non ho più avuto richieste di aiuto per il ripristino delle comunicazioni con le famiglie.

La maggior parte delle donne detenute nella sezione femminile di Modena sono state trasferite a Trento e sono seguite dalla Garante della Provincia Autonoma con cui sono in contatto.

Per quanto riguarda le condizioni di salute dei trasferiti, le visite ed i referti effettuerò i riscontri non appena riprenderò le visite negli istituti. L’attenzione alle visite di ingresso, anche alla luce della recente riforma dell’ordinamento penitenziario e delle raccomandazioni del CPT (Comitato Prevenzione Tortura), è una questione cruciale per garantire la trasparenza e la tutela dei diritti fondamentali delle persone detenute. Nel 2019 ho cominciato a confrontarmi sul tema con i responsabili della salute delle carceri della mia regione e fino ad ora ho sempre avuto risposta alle richieste di accesso alla documentazione sanitaria.

 

A distanza di tempo da quei tragici fatti, ha avuto modo di accertare quali siano attualmente le condizioni di detenzione nel carcere di Modena, di Bologna e più in generale in quelli della sua Regione? Vi sono state limitazioni o irrigidimento di spazi perduranti a seguito delle proteste?

Non sono ancora tornato nel carcere di Modena con cui mantengo comunque una corrispondenza e contatti con il volontariato. Le persone che sono rimaste sono alloggiate in quella che era la sezione femminile e nella sezione semiliberi. Per Bologna la situazione è molto problematica, il numero dei detenuti è sceso dalle 891 presenze di fine febbraio alle circa 700 di fine aprile. È un discreto risultato, ma ancora lontano dal numero regolamentare di presenze di 500 unità. I casi di positività al virus tra il personale e tra le persone detenute hanno richiesto l’organizzazione di diversi locali per l’isolamento sanitario, ma che hanno consentito la comunicazione con i famigliari e anche la corrispondenza con i garanti che sono intervenuti su alcune situazioni.

In generale il regime detentivo in regione ha ridotto le situazioni a “celle aperte” e ha escluso i colloqui sostituendoli con un’ampia disponibilità di videochiamate.

Dal 27 aprile è ripresa la scuola con il progetto “nonèmaitroppotardi”, una serie di video lezioni sul canale regionale Lepida TV.

Non mi nascondo il rischio di un ritorno alla “normalità” molto lento e la possibilità di passi indietro. Ad esempio, è impensabile un ritorno al “telefono a gettoni” dopo questo periodo di apertura alle comunicazioni via Skype.

A mio parere già da tempo una parte delle persone detenute si sente esclusa dall’accesso alle misure alternative e dalle opportunità di ritorno nella società, sia per il proliferare dei reati ostativi, sia per la riduzione delle possibilità di accoglienza per i più vulnerabili. Gran parte dei cittadini stranieri detenuti non ha concrete speranze di avere un permesso di soggiorno a fine pena ed è destinata a subire un’espulsione o a vivere una condizione di marginalità. Le leggi sulle droghe, anche dopo il vaglio della Corte Costituzionale, continuano a portare un gran numero di persone in carcere, allontanandole da vere possibilità riabilitative che dentro sono scarsissime. Credo quindi che se si continuerà a ridurre la speranza di una vita migliore per tutti i detenuti sarà sempre più difficile governare il carcere.

 

Quali sono invece le condizioni e le misure prese riguardo il rischio di contagio del coronavirus, e come le valuta?

I primi provvedimenti per fronteggiare il rischio di contagio hanno riguardato i nuovi ingressi con l’individuazione di ambienti per l’isolamento preventivo e l’installazione di strutture per il pre-triage. Sono stati predisposti protocolli per la gestione del rischio, quello di Parma è un esempio di un buon lavoro soprattutto per l’informazione ai detenuti. Da aprile la Sanità regionale ha fatto partire un programma di test sierologici su tutto il personale dell’Amministrazione penitenziaria per ridurre ulteriormente i rischi di permeabilità al virus delle carceri.

Penso che complessivamente in regione si sia fatto molto per la prevenzione, anche se ci sono ancora criticità da risolvere e spazi di miglioramento che devono essere colmati.

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