Robot killer, le armi diventano autonome. Intervista a Wim Zwijnenburg

Droni, robot killer, intelligenza artificiale, sistemi di armi autonomi. Intervista a Wim Zwijnenburg, dal 17° Rapporto sui diritti globali – “Cambiare il sistema”

Orsola Casagrande * • 28/5/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 780 Viste

I sistemi militari senza pilota, o droni, sono diventati ormai un must nelle forze armate di tutto il mondo. Ce ne sono di tutte le dimensioni e per tutti i gusti. Wim Zwijnenburg, responsabile di un’organizzazione di pace olandese e coordinatrice del Forum europeo sui droni armati, pensa che ormai sia solo questione di vedere chi tra i 450 produttori di droni nel mondo riuscirà a costruire l’equivalente di quello che è stato l’AK-47: un’arma economica, facile da usare che può essere utilizzata in vari tipi di operazioni militari.

Redazione Diritti Globali: Partiamo in qualche modo dal finale, perché per comprendere meglio di che cosa si parla quando si parla di robot killer, intelligenza artificiale, sistemi di armi autonomi, forse è utile precisare quanta consapevolezza c’è tra l’opinione pubblica di questi nuovi armamenti e quindi quanta informazione e con che livello di trasparenza viene data alla gente perché possa davvero formarsi un’opinione.

Wim Zwijnenburg: Credo ci sia poca comprensione sulla rapidità con cui le cose avanzano in materia di tecnologia militare e anche su quanto stiano investendo gli eserciti di vari Paesi su armi che usano l’intelligenza artificiale. In particolare, penso agli investimenti su nuovi sistemi di armi di Stati Uniti, Cina e Israele ma anche, seppur in scala minore, di Regno Unito, Francia e Russia.

Mi pare sia da sottolineare il fatto che la velocità e la implementazione di questa tecnologia fa sì che questi sistemi di armi possano essere dispiegati più rapidamente. C’è un insieme di sistemi di armi, come i droni, piccoli o sciami di droni, che possono essere utilizzati in maniera assai difficile da rilevare. Di fatto, molti Stati considerano che il pericolo maggiore è il fatto che questo rapido dispiegamento, ad esempio, rende difficile contrastare tali droni con i sistemi antimissili tradizionali. Tutto questo fa sì che gli Stati non siano propensi a informare sulle reali capacità militari di questi sistemi di armi.

C’è poi la percezione anche nell’opinione pubblica che questo tipo di armi aiuti a proteggere i militari. Dispiegare sistemi di armi in ambienti molto difficili e pericolosi, senza impiegare uomini e inviando robot, aiuterebbe dunque a prevenire vittime. Ma questo ci porta a una questione in qualche modo etica, che riguarda la capacità di un robot di compiere scelte al posto di un essere umano. Noi di PAX pensiamo che le macchine non siano in grado di compiere una scelta etica quando si tratti di decidere sulla vita o sulla morte. Per questo l’uomo dovrebbe sempre essere al comando allorché si tratta di decidere un uso più o meno letale di armi.

La gente è poco informata su questi sistemi di armi e sui robot killer anche perché la questione è evidentemente estremamente tecnica. Ci sono molti dibattiti sull’intelligenza artificiale che richiedono una conoscenza non proprio alla portata di tutti. Perfino gli esperti sono in disaccordo sull’uso della IA e su come davvero funzioni; senza dubbio si sovrastima molto quello che la IA può e non può fare e ci sono tanti miti che girano sulle capacità della IA.

In realtà siamo ancora in uno stadio embrionale dell’applicazione della IA. Ci sono diversi attori in questo scenario: ci sono i militari che, per esempio, delegano a compagnie commerciali la ricerca sull’IA e poi ci sono compagnie commerciali che stanno sviluppando l’utilizzo dell’IA per applicarla in vari campi, come Google, Microsoft e Amazon, che poi fanno joint venture sospette con i militari, specie negli USA. E naturalmente questi accordi e ricerche sono rigidamente segrete, perché il punto nell’avere robot killer efficaci è di mantenere segreta qualunque informazione, ma questo chiaramente limita la conoscenza del pubblico in generale.

 

RDG: Come cambia il mercato di produzione delle armi? Per esempio, molti Paesi cosiddetti “emergenti” stanno dimostrando un grande interesse nella produzione di certi tipi di armi, penso per esempio ai droni. Perché investire nelle armi? Chi si beneficia di questi investimenti?

WZ: Questa è una domanda molto interessante. Quando si parla di droni, molti produttori, per esempio Stati Uniti, Israele, Cina, alcuni Paesi europei che forniscono sensori e altri componenti, puntano a un mercato di compratori con molti soldi e quel mercato è pensato soprattutto per l’Occidente. Di fatto, molti dei Paesi europei che comprano sistemi di droni per il loro apparato di difesa poi finiscono col dipendere dai sistemi satellitari USA per la guida e l’identificazione dell’obiettivo.

Con oltre 90 Stati in possesso di droni militari e almeno 16 Stati con droni armati, i sistemi senza pilota sono diventati abituali nelle operazioni militari. Forniscono informazioni utili attraverso operazioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione specie per le forze di terra, mentre i droni armati forniscono supporto aereo ravvicinato alle truppe attraverso la precisione nell’identificazione del bersaglio.

Il rapido ritmo di sviluppo delle tecnologie militari ha creato un mercato multimiliardario globale per i droni armati e la relativa tecnologia. Questi droni vanno dai grandi velivoli, fino alle dimensioni di un aereo passeggeri, ai droni “kamikaze” che si tengono in mano. Le compagnie di difesa stanno aumentando gli investimenti, anticipando l’aumento della domanda.

Oltre al mercato dei droni ad alta tecnologia guidato da Stati Uniti, Israele, Cina e un piccolo numero di altri Paesi, esiste un gruppo emergente di Stati che si sta concentrando sulla produzione del segmento medio e basso di droni militari che non sono necessariamente coperti dai pertinenti controlli sulle esportazioni di armi esistenti o sono coperti da accordi di cui questi Stati non sono firmatari. La nostra aspettativa è che questi produttori possano fornire l’AK-47 dei droni armati, cioè un drone militare economico e facile da utilizzare che può essere usato in vari tipi di operazioni militari.

Tra questi Paesi che si stanno specializzando in produzione di droni più economici ci sono Sud Africa, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bielorussia, ma anche America Latina, Centro America, Taiwan che sono interessati ad avere una fetta di torta.

Al momento, gli Stati Uniti sono leader di mercato nella produzione di droni militari, seguiti da Israele. La Cina, al contrario, è leader del mercato per la produzione di droni non militari, che sono sempre più utilizzati anche per applicazioni non civili.

Il più grande esportatore di droni militari invece è Israele, che vende le sue tecnologie a destinatari in Cina, India e Regno Unito, tra gli altri. Si stima che tra il 2010 e il 2014, Israele abbia esportato circa 165 droni in Paesi all’estero. Gli Stati Uniti sono al secondo posto, con 132 esportazioni di sistemi di droni. Si stima che 78 Paesi stiano attualmente usando droni esclusivamente a fini di intelligence, sorveglianza e ricognizione, mentre almeno 14 Paesi hanno usato droni armati. Altri dieci Paesi hanno aziende o forze armate che hanno acquisito, sviluppato o eseguito voli di prova di droni armati.

All’Italia è stato concesso dagli Stati Uniti il permesso di armare la sua flotta di droni MQ-9 Reaper; il Marocco ha recentemente acquistato tre droni israeliani Heron/Harfang dalla Francia e i droni Wing Loong II cinesi sono stati venduti ad acquirenti negli Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Kazakistan, Myanmar e Pakistan, con la possibilità di essere armati. In Europa, la Germania ha recentemente firmato un contratto di leasing per il sistema drone israeliano HeronTP, mentre Belgio e Paesi Bassi sono in procinto di acquisire i sistemi Reaper MQ-9. La Russia lavora su un prototipo di drone armato.

Quanto a chi si beneficia di questo nuovo mercato, credo che dovremmo osservare attentamente Turchia, Emirati Arabi Uniti, Iran, Sud Africa, Brasile.

 

RDG: Come è possibile contrastare questa proliferazione di droni?

WW: I droni non sono solo utilizzati militarmente, sono ormai onnipresenti. Vanno da modelli piccoli ed economici, rivolti principalmente a persone comuni, a sistemi grandi e complessi, gestiti da organizzazioni militari di primo livello e possono essere classificati in base a “utente”, “scopo” e “caratteristiche fisiche e tecniche”.

Gli utenti di droni includono gente che li usa per hobby (per esempio, per fare foto in vacanza), organizzazioni commerciali (la gamma di usi qui è potenzialmente infinita, dal settore energetico, all’agricoltura, alla sicurezza, ai media, all’intrattenimento, alle industrie assicurative, alle telecomunicazioni, all’estrazione mineraria), agenzie governative (agenzie infrastrutturali, trasporti, frontiere/sicurezza interna, servizi di emergenza), università e, naturalmente, organizzazioni militari e di intelligence.

L’attuale mercato globale della produzione di droni può essere suddiviso come abbiamo visto in produttori commerciali e produttori militari. I produttori commerciali sviluppano e producono droni principalmente per scopi commerciali, con i maggiori produttori situati in Cina, Francia, Israele e Stati Uniti. Tuttavia, mentre alcuni di questi produttori producono i loro droni esclusivamente per applicazioni industriali e non militari, un capitale significativo è spesso messo a disposizione da enti governativi (di solito organizzazioni di difesa) a produttori commerciali per ricerca e sviluppo, in modo che vi sia una considerevole sovrapposizione nelle applicazioni commerciali e militari dei droni sviluppati.

Ci sono alcuni strumenti importanti per contrastare questa proliferazione. Uno è senz’altro il Trattato sul Commercio delle Armi (Arms Trade Treaty), che regolamenta l’esportazione di armi, di qualunque tipo, compresi i droni armati. I Paesi non firmatari dell’ATT possono esportare dove vogliono senza spiegare come questi droni vengono utilizzati. Ma il problema principale è che anche droni civili, compresi quelli molto economici possono essere facilmente convertiti in militari. Per esempio, il gruppo di esperti del Consiglio di Sicurezza ONU sullo Yemen ha verificato che i droni usati dagli Houti in Yemen per attaccare gli impianti petroliferi dell’Arabia Saudita erano montati con componenti provenienti da produttori tedeschi e greci. Il che rende le cose più difficili perché un drone può essere di fatto ricostruito e adattato agli scopi utilizzando vari pezzi e componenti. In altre parole, non serve comprare un drone già pronto, basta comprare i vari pezzi qua e là e poi assemblarli. Come controllare questo? Stiamo facendo pressione sull’ONU per garantire che l’ATT venga rispettato anche se questo non basta. Con il presidente Barack Obama gli Stati Uniti avevano promosso la Dichiarazione Congiunta per l’esportazione e successivo uso di droni armati. È una dichiarazione firmata da 54 Paesi, ma è per noi preoccupante perché l’Amministrazione Trump e un gruppo di Stati stanno lavorando a creare uno standard internazionale in grado di assicurare anche la trasparenza delle attività commerciali nel settore.

Quello che ci preoccupa è che non sappiamo il contenuto degli incontri e discussioni tra questi Stati. Questi standard internazionali sono stati definiti da Paesi che hanno droni militari o vogliono armarli, come l’Italia e la Francia, per esempio. D’altro canto, ci sono anche molte campagne positive e che hanno avuto successo. Penso alla Campagna per fermare i robot killer. E poi il lavoro di tante ONG e gruppi per sensibilizzare le istituzioni internazionali. L’Unione Europea, dal canto suo, ha uno strumento importante come il Codice di comportamento sull’esportazione di armi.

 

RDG: Si parla poco dei danni provocati dai conflitti e dalle guerre all’ambiente. Danni che invece hanno conseguenze anche catastrofiche e in alcuni casi permanenti per la popolazione.

WZ: Assolutamente. Ho cominciato a lavorare su questo negli anni 2000. Abbiamo investigato l’uso dell’uranio impoverito soprattutto per gli effetti che ha negli esseri umani, la fauna e l’ambiente. Abbiamo lavorato cercando di capire le conseguenze degli attacchi a siti industriali, non solo in Iraq ma anche in Siria e in Ucraina. Nel 2014 in Iraq, quando il cosiddetto Stato Islamico ha conquistato gran parte del nord, la successiva guerra per sconfiggerlo ha messo in luce gli effetti devastanti anche sull’ambiente. Una delle armi dell’ISIS era bruciare raffinerie e altri siti industriali. Tutto questo ha ovviamente impatti sulla popolazione, sull’acqua, sull’agricoltura.

In Rojava, nel nord della Siria, ci sono stati incendi dolosi, ma ci sono anche problemi con l’inquinamento e la raccolta delle immondizie ovviamente dovuti all’isolamento e la mancanza di risorse per contrastare gli effetti del conflitto sull’ambiente. Abbiamo visto simili problemi in Libia e Yemen ma anche in Colombia, dall’altra parte dell’Oceano.

L’ambiente, purtroppo, non è una priorità per gli Stati quando affrontano i danni delle guerre. La maggior parte dei soldi va chiaramente a strutture e aiuti alla popolazione, ma nel lungo periodo i problemi sull’ambiente hanno effetti devastanti anche sulla popolazione.

Come nota positiva, negli ultimi due anni all’ONU abbiamo fatto un grande lavoro e abbiamo avuto la possibilità di parlare di questa questione. Abbiamo aiutato con le informazioni in nostro possesso. In passato era più complicato ottenerne, perché chiaramente l’accesso alle zone di conflitto era spesso impossibile, ma i social media oggi sono una grande fonte di informazioni e dati.

La tecnologia, in questo senso, ha aiutato molto: pensiamo alle immagini satellitari disponibili o, appunto, alle informazioni che la popolazione locale condivide via Internet.

Alla fine dell’anno, peraltro, saranno pubblicate le linee guide per i manuali militari della Commissione Internazionale della Croce Rossa per la salvaguardia dell’ambiente durante conflitti armati.

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Wim Zwijnenburg: è il responsabile del progetto Humanitarian Disarmament per PAX, un’organizzazione di pace olandese e coordinatrice del Forum europeo sui droni armati. Ha svolto un master in Studi sullo sviluppo internazionale all’Università Radboud di Nijmegen. È esperto nell’uso e nella proliferazione di droni armati e lavora a livello europeo e delle Nazioni Unite per sensibilizzare sullo sviluppo dei droni militari. Lavora anche sul monitoraggio degli impatti ambientali dei conflitti armati e sul miglioramento della risposta umanitaria relativa all’inquinamento provocato dai conflitti. Ha ricevuto il premio Green Star delle Nazioni Unite per il suo lavoro in questo campo. Collabora con il collettivo di ricerca open source Bellingcat, dove è specializzato in questioni ambientali e droni.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore
Il volume, in formato cartaceo può essere acquistato anche online: qui
è disponibile anche in formato digitale (epub): acquistalo qui 

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